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Gli appelli dall’Italia e la politica di «equidistanza» durante la Guerra dello Yom Kippur

Continuando nell’elenco degli appelli per la pace, sicuramente decisivi erano stati quelli dei nove Paesi della CEE e l’intervento del ministro degli Esteri italiano, il Democristiano Aldo Moro, il quale indicava come il cessate il fuoco avrebbe permesso di risparmiare alle popolazioni colpite dalla guerra nuove tragiche prove; nello stesso tempo, avrebbe aperto la strada a un concreto negoziato e avrebbe consentito di attuare un regolamento del conflitto in conformità a tutte le disposizioni della risoluzione n. 242, adottata dal Consiglio di sicurezza il 22 novembre 1967. Per l’on. Moro, il conflitto si sarebbe spento «soltanto se si cercherà un assetto non fondato sulle armi, ma sulla fiducia e sulla comprensione, che non è facile vi siano dopo un trentennio di lotte sanguinose. Sarà dunque necessario un processo lungo e faticoso, nel quale un ruolo importante potrà essere svolto proprio da quei Paesi che avranno saputo conservare rapporti di amicizia con entrambe le parti, premessa di ogni efficace opera di persuasione».

Su questo punto si impone una riflessione: il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele era fuori discussione e l’obiettivo da seguire era la coesistenza degli Stati arabi e della nazione israeliana in condizioni di reale e reciproca sicurezza, comportando anche la soluzione del problema della popolazione palestinese in chiave non solo economico-sociale, ma anche politica. Risulta evidente che l’operato di Moro, da Presidente del Consiglio prima e da Ministro degli Esteri dopo, non fu mai staccato dal quadro internazionale del tempo: egli credeva, infatti, che la questione mediorientale dovesse essere sempre ricondotta allo scenario della Guerra Fredda, cioè al duopolio USA-URSS. L’equidistanza attiva, calata nel contesto geopolitico del tempo, comportava l’allontanamento della Palestina dalla propaganda sovietica e una maggiore distensione da parte degli Stati Uniti verso le rimostranze dei palestinesi. È da supporre che con lo scoppio della Guerra dello Yom Kippur fu sancita la fine dell’equidistanza attiva. Moro riteneva che la patria palestinese dovesse essere costruita nel pieno rispetto dell’integrità israeliana. Ne conseguì pertanto che L’Italia si disallineò gradualmente dagli Stati Uniti, elaborando, o tentando di elaborare, un rapporto tutto suo col Medio Oriente, sia per la dipendenza energetica dell’Italia dai Paesi arabi, sia per perorare la causa araba. La Risoluzione 242 aveva certamente bisogno di un miglioramento e per questo Moro aveva proposto il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati dopo il 1967 e la tutela dei diritti palestinesi. La Democrazia Cristiana italiana, intanto, durante e dopo la guerra del Kippur, si dimostrava impegnata nel mantenere una posizione neutrale ma attiva nel promuovere la pace. È da specificare che in tutte le grandi crisi degli anni ’50-’60 l’Italia aveva assunto una posizione se non di difesa, quantomeno di comprensione verso le posizioni degli stati del Medio Oriente ed in particolare di Israele. Con tutta certezza, le figure di spicco della DC che ebbero un ruolo importante nel contesto internazionale durante il quarto conflitto arabo-israeliano, sono state Giulio Andreotti, noto per la sua diplomazia pragmatica e per mantenere rapporti pacifici con entrambi le parti del conflitto arabo- israeliano, Giovanni Leone, Presidente della Repubblica in quegli anni, emblema di moderazione e di stabilità politica e chiaramente Aldo Moro, noto per la sua politica di distensione e dialogo sia con i Paesi arabi sia con Israele. Quest’ultimo fu particolarmente attivo nel promuovere la cooperazione internazionale e il multilateralismo, durante il suo mandato di Ministro degli affari esteri nei governi Rumor, Colombo e Andreotti. Dalla Nota Politica di Albertina Soldano, giornalista del settimanale cattolico L’Unione Monregalese, datata 25 ottobre 1973, si comprende quale fosse l’orientamento di Moro: la sua politica estera era incentrata sul rafforzamento delle relazioni diplomatiche attraverso una combinazione di realismo e attivismo, mirando a posizionare l’Italia come un mediatore influente tra l’Est e l’Ovest durante la Guerra Fredda. Egli aveva, senza dubbio, un approccio propositivo nella gestione delle crisi internazionali, includendo le tensioni mediorientali e le dinamiche con i regimi autoritari del Mediterraneo. Possiamo asserire che la politica estera di Moro mirava a una riforma dell’atlantismo tradizionale, introducendo un dinamismo che rafforzava il ruolo dell’Italia come forza europea ed euro-mediterranea. Questa strategia fu supportata dalla sua leadership durante la crisi della Ostpolitik e nel dialogo con gli Stati Uniti. Le idee di Moro sulla politica internazionale erano indubbiamente molto avanzate in quanto enfatizzava la necessità di un disarmo globale e di politiche economiche e sociali inclusive per sostenere il progresso dei Paesi in via di sviluppo. Vero è che la sua visione era quella di un mondo più unito e pacifico, e la continuò a promuovere fino agli ultimi giorni della sua carriera, sottolineando l’importanza della solidarietà europea e della cooperazione internazionale per affrontare le sfide globali. Intanto in gran parte della classe dirigente italiana stava emergendo una diffusa perplessità per le relazioni che Israele stava conducendo con gli Stati vicini e con la popolazione palestinese. Già la guerra dei sei giorni aveva coinvolto profondamente il nostro governo e l’opinione pubblica, quando la politica estera era guidata da Amintore Fanfani alla Farnesina e Aldo Moro a Palazzo Chigi. La linea assunta dai due statisti avrebbe sicuramente segnato le scelte italiane verso il Medio Oriente anche negli anni successivi. Le posizioni di Fanfani e di Moro diedero risultati positivi e contribuirono a «inserire la questione palestinese nell’agenda della politica estera italiana in maniera permanente».

Direi che la necessità di garantire stabilità interna in una fase delicata della ricostruzione nazionale ed il desiderio di riemergere come potenza politica ed economica di primo piano nell’area del Mediterraneo, avevano influenzato le politiche italiane verso i palestinesi, con risultati a volte controversi. Dalla creazione di Israele, l’Italia tentò di allinearsi alla maggioranza della comunità internazionale, in altre parole con l’Occidente, stabilendo legami di amicizia con il neonato Stato. Insomma siamo propensi a pensare che l’Italia, perseguendo la politica di equidistanza, ebbe un ruolo privilegiato sia come interprete del mondo arabo che come amica di Israele, e Moro avviò la nascita di un vantaggioso sistema di influenza politica ed economica in Medio Oriente. Si può dire che Moro sia stato «l’iniziatore della fase mediterranea, delle relazioni internazionali dell’Italia e questo comportò un riorientamento dell’atteggiamento dell’Italia nei confronti dei paesi arabi, che permise all’Italia di passare indenne attraverso le numerose crisi che funestarono quell’area, evitando rotture diplomatiche con quei governi».

E visto che ci teneva a mantenere una politica di equilibrio, nonostante l’Italia fosse un alleato degli Stati Uniti, egli trovò il modo di non compromettere le relazioni con nessuna delle parti. La sua neutralità attiva, gli appelli per la pace e l’impegno nella diplomazia multilaterale mettevano in risalto un approccio equilibrato e pragmatico, volto a tutelare gli interessi italiani e a promuovere la stabilità internazionale. Trovo questa visione, su come gestire le complessità delle relazioni internazionali in un mondo interdipendente, ancora attuale, seppur radicata negli anni ’70. Immaginare Moro oggi, solleva riflessioni su come avrebbe affrontato alcune sfide, per esempio la fine della Guerra Fredda e il terrorismo internazionale. E’ probabile che Moro, con la sua esperienza e sensibilità, avrebbe promosso un’Europa più integrata e solidale, pronta a confrontarsi con le emergenze globali mantenendo fermo il rispetto per i diritti umani e la cooperazione internazionale. La sua eredità di statista, che attraversò decenni cruciali per l’Italia e il mondo, ci insegna che l’impegno costante verso una politica estera che concilia realismo e ideali, potrebbe positivamente influenzare le politiche internazionali e la direzione degli Stati a livello globale. Se leggiamo le pagine del Memoriale Moro troviamo appunti riguardanti la pluridecennale crisi israelo-palestinese, un insieme di testi scritti durante la prigionia per opera delle Brigate Rosse che rapirono nel 1978 il Presidente della Democrazia Cristiana. Negli scritti su Palestina e Israele, Moro criticava i rigidi schieramenti che parte del mondo politico e dell’opinione pubblica italiana stavano assumendo verso il Medio Oriente dove si tentava di far prevalere uno schieramento filoisraeliano e di totale condanna del popolo palestinese accusato di terrorismo. Moro spiegava la necessità di gestire le pesanti pressioni americane al fine di non deviare il compito di mediatore del dialogo e della pace assunto all’epoca dall’Italia, in quanto, secondo lo statista pugliese: «Gli Stati Uniti non erano assolutamente sensibili agli interessi e alla sicurezza del nostro Paese che vertevano sull’imposizione della Pace e della Giustizia in Palestina con la creazione di due distinti Stati nazionali».

Dalla lettura dei diari si percepisce quanto Moro fosse impegnato a mantenere una politica estera indipendente e bilanciata, cercando di rafforzare il ruolo dell’Italia come mediatore credibile e influente. La linea di Moro subì però un cambiamento in seguito alla crisi petrolifera causata dalla stessa guerra, quando i Paesi produttori di petrolio riuniti nell’OPEC arrivarono a utilizzare l’arma petrolifera per mettere in difficoltà i sostenitori di Israele, come il taglio della produzione e l’aumento del prezzo del barile e l’embargo ai Paesi legati allo Stato ebraico. La minaccia inflazionistica causata dall’aumento del prezzo del petrolio avrebbe indubbiamente accresciuto il diffuso malessere sociale che già colpiva l’Italia. L’aspetto da evidenziare è come la vulnerabilità energetica rappresentò un elemento di importanza fondamentale che non offrì all’Italia la possibilità di aspirare in pieno ad uno status di potenza nel Mediterraneo. In più, nel dicembre dello stesso anno, la strage all’aeroporto di Fiumicino, ad opera di terroristi palestinesi in cui avevano perso la vita trentadue persone, aveva dimostrato quanto l’Italia fosse esposta ed impreparata. Si legge nell’articolo di Cesare Massa La strage selvaggia del terrorismo arabo a Fiumicino nel settimanale Il Corriere Eusebiano del 20 dicembre 1973: «Un assassinio grave per il numero delle vittime fra i passeggeri di Fiumicino, fra i viaggiatori dell’aereo americano, fra le forze di polizia italiane. Un assassinio selvaggio, che non ha attenuanti nemmeno nella rabbia e nella disperazione politica, tanto freddo il gesto dell’esecuzione di ostaggi all’aeroporto di Atene».

Una strage immeritata, se pensiamo che l’Italia aveva da sempre dimostrato di tener conto di alcune giuste rivendicazioni del popolo palestinese e li aveva aiutati concretamente nella crescita sociale, economica e culturale. Moro, nonostante tutto, volle che lo Stato italiano assumesse una «posizione mediana», continuando a sostenere con decisione i diritti dei palestinesi e il ritiro di Israele dai territori occupati. Nel quadro di un tipo di politica interna, in cui il potere era nelle mani della Democrazia Cristiana, e di un tipo di politica estera, alleata e «neutrale», non belligerante, e sostanzialmente «filo-araba», con i dirigenti della Dc, Rumor, Moro, Andreotti e Craxi del Psi, nacque il cosiddetto «lodo Moro», un accordo grazie al quale il territorio italiano non sarebbe stato sede di attività per i gruppi militari che facevano capo all’OLP, cioè si evitava che l’Italia fosse sede di lancio dei raid contro Israele e la salvaguardava da qualsiasi iniziativa terroristica. Da un punto di vista logico la stabilità dell’area nazionale doveva essere garantita come espressione di riconoscenza verso la sensibilità e l’impegno per la ricerca della pace, che l’Italia aveva sempre avuto, per quelle popolazioni provate dalle vicende storiche. Per decenni l’Italia fu considerata il Paese dell’Europa occidentale più solidale con i palestinesi; si cercò infatti di avere un ruolo attivo nella regione, ben consapevole della necessità di instaurare relazioni forti e durature, approfittando della propria posizione favorevole come «ponte» tra il Medio Oriente e l’Europa. L’ondata di simpatia per la causa palestinese fu strettamente connessa alla diffusione in Italia dei movimenti della sinistra radicale, a partire dal Sessantotto. Tale slittamento della politica italiana verso il campo arabo si accentuò con il conflitto dello Yom Kippur. In ogni caso mentre gli Stati Uniti enfatizzavano il proprio sostegno all’alleato israeliano e l’aggressività di Israele veniva allo scoperto, Moro continuava con la sua politica di mediazione e pacificazione.

 

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».