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Il Sindaco del Rione Sanità: il dramma della giustizia

Festa grande al San Ferdinando per il ritorno di Eduardo […] con Il Sindaco del Rione Sanità, la bella, amara commedia di cui egli è, a un tempo, autore, regista ed interprete. Come sempre Napoli ha risposto con slancio ed entusiasmo al richiamo del suo beniamino […] È soprattutto in questa nostra città, matrice della sua arte e delle sue esperienze, che l’opera di Eduardo, oltre il suo stesso alto e autonomo valore drammaturgico e poetico, trova una consonanza irripetibile con l’affetto e i sentimenti del pubblico. Al calar del sipario, quando Eduardo si è portato al proscenio per accomiatarsi, […] qualcuno ha gridato dalla sala: “Sei il cuore di Napoli”. (DI FRANCO 1983. p. 177)

Il Sindaco di Rione Sanità è una commedia in tre atti del 1960 inserita nella raccolta Cantata dei giorni dispari; scritta ed  interpretata da Eduardo De Filippo, presenta il tema della giustizia in tutta la sua grandezza, ma anche nelle sue fragilità. La commedia debuttò al Teatro Quirino di Roma e nel 1963 valse all’autore il Premio Feltrinelli. Dopo una lunga tournée nell’Europa dell’Est, nel 1964 lo spettacolo arrivò in RAI, e accanto ad Eduardo recitarono Enzo Cannavale, Ugo d’Alessio, Pietro Carloni e Carlo Lima. L’ultima rappresentazione teatrale avvenne il 4 novembre 1973 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli.

Eduardo disse che si trattava di «una commedia simbolica, non realistica che parte da un personaggio vivo, vero, e affonda le proprie radici nella realtà ma poi si sgancia da essa, si divinizza, si sublimizza, per dare una precisa indicazione alla giustizia». (DI FRANCO 1983, p. 176)

Il protagonista del dramma, Antonio Barracano, deriva dalla vita reale; e lo raccontava così in un’intervista, a Gerardo Guerrieri, durante le pause della messa in scena del Sindaco per la Rai, a Cinecittà nel 1978:

Si chiamava Campoluongo. Era un pezzo d’uomo bruno. Teneva il quartiere in ordine. Venivano da lui a chiedere pareri su come si dovevano comporre vertenze nel rione Sanità. E lui andava. Una volta ebbe una lite con Martino ’u Camparo, e questo gli mangiò il naso. Questi Campoluongo non facevano la camorra, vivevano del loro mestiere, erano mobilieri. Veniva sempre a tutte le prime in camerino. “Disturbo?” chiedeva. Si metteva seduto, sempre con la mano sul bastone. “Volete ’na tazza ’e cafè?”. Lui rispondeva “Volentieri”. Poi se ne andava. (Ibidem)

Questa figura reale fu trasfigurata da Eduardo nel personaggio teatrale di Antonio Barracano, il quale, come Campoluongo, svolgeva la funzione di consigliere e di giudice del quartiere, ricomponeva controversie, dirimeva liti, talora stabiliva anche punizioni e meriti.

La trama della commedia ruota attorno alla figura di don Antonio Barracano, un “uomo d’onore” di settantacinque anni, un vecchio capofamiglia malavitoso ma magnanimo, che si fa portavoce di una giustizia alternativa a quella istituzionale e amministra la legge con criteri singolari. L’entrata in scena del personaggio è descritta nel testo da una ricca didascalia:

È alto di statura, sano, asciutto, nerboruto. La schiena inarcata gli conferisce un’andatura regale; il colorito bronzeo della sua pelle darebbe più risalto al bianco vivo degli occhi, se un senso di difesa istintiva non lo costringesse a sorvegliare, più che a guardare, intorno a sé appesantendogli le palpebre, come se avesse perennemente sonno; ma nei rari momenti in cui quegli occhi si aprono e si increspano ai lati per sorridere con voluta bonomia si scorge in essi uno sguardo agghiacciante che ricorda molto da vicino quello apparentemente mansueto della belva intristita perché costretta a vivere in cattività. (DE BLASI-QUARENGHI 2007, p. 271)

Si racconta che non era sempre stato un uomo temibile, anzi da giovane era un umile capraio che ebbe la sventura, un giorno, di addormentarsi e lasciare che le sue capre finissero nella tenuta sorvegliata dal guardiano Giacchino. Quest’ultimo lo colse nel sonno e lo massacrò di botte ferendolo gravemente. Dice nel dramma:

Tenevo diciotto anni, facevo il capraio… io, sapete, sono umile di origine… portavo le capre al pascolo. Per tutti andava bene, per me no. Antipatia, impuntatura… va’ ti pesca la ragione. «Giacchi’, ma perché proprio le capre mie non possono pascolare nella tenuta?» E lui, col fucile pronto: «II guardiano sono io. Gli altri si, e tu no, cammina, se no ti sparo». Una mattina, m’ero mangiato tanto ’e pane e tanto ’e formaggio, mentre le capre pascolavano presi sonno. Si vede che per abitudine le capre sconfinarono nella tenuta Marvizzo. Mi svegliaie sotto un terremoto di mazzate: cazzotti, schiaffi e calci in tutti i posti della vita mia. Nun capivo se me lo stavo sognando o era un fatto reale. Sentivo la voce di quella carogna: «Accussi tè ricuorde del guardiano della Tenuta Marvizzo». (BARSOTTI 2018, p. 67)

Da quel momento Barracano non ebbe altro in mente che la vendetta e alla prima occasione accoltellò Gioacchino a morte. Dopo l’omicidio si imbarcò clandestinamente per l’America dove rimase diciassette anni, e facendo i più disparati mestieri mise da parte una bella fortuna che gli permise di ritornare in Italia e chiedere la revisione del processo. Grazie a false testimonianze fu assolto per legittima difesa. A Napoli, nel suo quartiere, divenne subito un punto di riferimento e cominciò ad amministrare la giustizia seguendo un codice personale fondato sul buon senso e sull’immediatezza delle azioni. Voleva essere il paladino dei perdenti e dei miseri, colui che cercava di ristabilire l’ordine, come se una coscienza nuova fosse nata in lui. Riteneva, data la sua esperienza di assassino ingiustamente assolto, che la giustizia fosse “ingiusta” perché se una persona colpevole ma con sufficiente denaro per comprare false testimonianze e pagare abili avvocati, poteva sottrarsi alla condanna, lo stesso non valeva per chi era povero e privo di mezzi. Per questo, secondo lui, non ci si poteva affidare alle istituzioni che amministravano la giustizia. Affermava il critico teatrale Eligio Possenti:

Come può un tribunale sentenziare sicuro se un processo si imbastisce su false deposizioni e su documenti artefatti? Posto che le une e gli altri risultino non oppugnabili, i magistrati non possono in buona fede che emanare un verdetto ingiusto. È l’idea fissa del protagonista che per esperienza propria si è messo ad agire fuori legge seguendo un codice di suo conio, fatto di buon senso, di senso comune, e di facile applicazione. (DI FRANCO 1983, p. 176)

Barracano sosteneva che se un magistrato ha di fronte delle prove, dei documenti e dei testimoni, anche se, come uomo lui è convinto della colpevolezza o dell’innocenza dell’imputato, la sentenza deve essere oggettiva, come un’operazione di matematica. Questo perché «la legge è fatta bene, sono gli uomini che si mangiano fra di loro… come vi posso dire… ecco: è l’astuzia che si mangia l’ignoranza. Io difendo l’ignoranza». (BARSOTTI 2018, p. 68)

Da queste parole non sembra che Barracano fosse proprio un nemico della legge, piuttosto appare più un visionario che cerca di ristabilire nel mondo un ordine andato fuori controllo. Lo stesso Eduardo, in occasione della trasmissione televisiva dell’opera nel 1979, volle chiarire il vero significato che egli aveva voluto attribuire alla storia narrata e al suo personaggio, perché a Napoli avevano visto erroneamente nel Sindaco un capo camorra, e «il pubblico si identificava con lui, lo scambiava per un “mammasantissima” e non lo voleva morto». (MANDICO 2019, p. 2)

Spiegava Eduardo

Non è un “padrino” ma un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia e che, per sfiducia negli uomini, si fa giustizia da sé. Il dottore è il vero erede del sindaco, di cui vuole continuare l’impresa, ma seguendo una via del tutto diversa in nome della verità e della legalità, la sola che assicura nel tempo i giusti risultati, sperando che si realizzi alla fine un mondo che sia “meno rotondo e un poco più quadrato”. (BARSOTTI 1988, p. 412)

E questo mondo meno rotondo, dove cose come la morale, il rispetto verso gli altri, la solidarietà e i ricordi non scivolano via e non si perdono, lo voleva ottenere senza l’uso della violenza. In quanto capo di una micro-comunità, egli interveniva direttamente nelle vite delle persone, risolvendo controversie e dispensando una giustizia che si fondava su criteri personali di equità e vendetta.  Antonio Barracano è un personaggio complesso, ambiguo ed enigmatico: è in primis un assassino che ha comprato la propria libertà attraverso testimonianze false, è un ricco che ha fatto soldi con affari illeciti, è uno che gira armato dentro e fuori il suo rione, è uno che si fa chiamare sindaco ma che ignora le istituzioni. La sua autorità si basa su una rete di relazioni informali e sul suo carisma personale, piuttosto che sulle leggi scritte, rendendolo una sorta di giudice “di fatto”, ma non “di diritto”. Ogni giorno Barracano, quando riceveva nella sua casa i cittadini della Sanità e di altri rioni che avevano un contenzioso da risolvere, amministrava la sua giustizia con grande imparzialità e onestà e nessuno osava mettere in dubbio o rifiutare le sue sentenze. Aiutato dal dottor Fabio Della Ragione, suo braccio destro, don Antonio sognava di amministrare la giustizia della povera gente, della gente ignorante, quella che «non tiene santi in Paradiso». (BARSOTTI 2018, p. 37)

Nel primo atto, un fitto dialogo tra il protagonista e il dottore, ormai stanco di essere suo complice, mostra esattamente l’idea di giustizia secondo il sindaco:

Fabio: Siete un pazzo, un illuso. E io uno sventurato che a trentadue anni ha avuto la disgrazia di incontrarvi e credere in quello che dicevate, e che ora si trova a sessantaquattro anni vecchio, deluso e rincoglionito. Trent’anni rappresentano la vita di un uomo e noi li abbiamo spesi per proteggere una rete di delinquenti che fa vergogna al nostro paese, la vera piaga di una società costituita.

Antonio: La vera vittima, volete dire.

Fabio: Vittima?

Antonio: E’ naturale. Perché si tratta di gente ignorante e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente. Ma ora l’ignorante ha capito. Ha capito che chi tiene santi va in Paradiso. […] E chi non ne tiene…

Fabio: …. va all’inferno.

Antonio: No. Viene da me. (Ivi, pp. 37-38)

Il dott. Della Ragione, il cui nome è certamente emblematico, è apparentemente un personaggio-ombra di questo Sindaco honoris causa, in realtà è il vero, unico personaggio positivo della commedia. Lui esprimeva la giusta soluzione per ogni atto derivato da un malinteso senso di giustizia. Il dottore, diceva Eduardo, è il vero erede di don Antonio Barracano, di cui vuole continuare l’impresa ma seguendo una via del tutto diversa: in nome della verità e della legalità, che sola assicura nel tempo i giusti risultati.

Nel corso dell’opera, il ruolo di “giustiziere” del protagonista ha dei mutamenti, fino al tragico epilogo che lo vede soccombere alla violenza che egli stesso aveva cercato di controllare. Barsotti sottolinea questa trasformazione del personaggio, parlando addirittura di tre diversi Barracano, uno per ogni atto. Nella prima parte dell’opera Barracano si presenta come un sovrano impassibile, capace di inventare un proprio linguaggio e di esprimersi attraverso immagini incisive, come quando definisce lo specchio «’o scostumato» perché unico oggetto che dice sempre la verità. Il personaggio subisce un’evoluzione nel corso della vicenda e modifica il suo comportamento scenico: da figura superomistica e distante appare più umano e comprensivo, soprattutto con Rafiluccio, vittima anche lui di ingiustizie e di violenze. Nell’ultima e definitiva metamorfosi, Barracano diventa quasi un martire

perché nel terzo [atto] assistiamo all’ultima trasformazione del Protagonista: il quale da Superuomo, da giudice del Giudizio Universale, si è fatto (nel secondo) “uomo” e in quanto tale subisce il martirio, per trasformarsi appunto, nel terzo, in una specie laica di Christus patiens. Pensiamo all’ultima cena organizzata in casa sua, prima della morte, attorno alla tavola imbandita che riunisce i discepoli fedeli e quelli che lo rinnegheranno […] Ultimo rito-spettacolo: per la regia della “vittima sacrificale” […] Il rito si ripropone attingendo in questo finale magistrale anche al mondo classico, pagano: perché il protagonista ha qui, nella sua mancanza totale delle prospettive ultraterrene, di speranza di resurrezione, la forma mentis dei grandi stoici, che si lasciavano morire con distacco, dopo aver disposto ogni cosa quaggiù. Infatti Antonio Barracano abbandona la scena. (BARSOTTI 2018, p. 11)

Di Franco ritiene «che Eduardo abbia fatto de Il Sindaco del Rione Sanità una creazione formidabile, rendendone le più sottili vibrazioni psicologiche e dando alla scena che prefigura la morte, una certezza, e una verità e, insieme, un senso di straordinaria trasposizione da far immaginare un personaggio emblematico e leggendario» (DI FRANCO 1983, p. 176). Il personaggio di Antonio Barracano, come dice Barsotti, non è un semplice osservatore passivo della realtà circostante, ma un “padre-padrino” che si fa guida di una comunità incapace di difendersi dagli inganni della società. Lui crea un potere parallelo, per evitare che «chi non tiene santi» finisca travolto dall’ingiustizia. La sua forma di giustizia privata, benché sia animata da intenti etici e da uno spirito solidaristico, si erge su una struttura gerarchica che lo pone in una posizione di superiorità e di controllo rispetto alla comunità che egli guida e tutela. Ed è proprio da questa distanza che emerge l’ambiguità del personaggio apparentemente umano e generoso, ma in realtà giudice assoluto ed incontestabile di una giustizia al di fuori dello Stato. Il personaggio, che Eduardo definì uno dei suoi ruoli più difficili e più amati, riunisce attorno a sé una comunità che lo considera un autentico pater familias: governa con autorità e affetto, dispensa giustizia e dona ai propri figli beni e ricchezze con generosità patriarcale.

La commedia rappresentava, secondo l’autore, la crisi della giustizia della società italiana di quegli anni. Quello che venne messo in scena non fu semplicemente la vicenda umana di Antonio Barracano quanto piuttosto lo spirito di miseria, lo scetticismo e la rassegnazione della società napoletana del dopoguerra che aveva trovato in lui un uomo d’onore. Don Antonio agisce in un vuoto di potere istituzionale, poiché lo Stato risulta assente o inefficace. Napoli, dopo quindici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, si presentava ancora come un paese che faticosamente cercava di integrarsi nella nuova realtà repubblicana, e si dibatteva tra la necessità di sopravvivere e il desiderio di migliorare e rinascere. Ma da sola non poteva farcela, aveva bisogno di una guida, di un capo-clan, di un garante di una legge e di una giustizia parallele a quella dello Stato, il quale molto spesso trascurava o dimenticava la povera gente del Sud, quelli che abitualmente venivano denominati delinquenti, ma che in realtà non erano altro che vittime di una società che li teneva in stato d’ignoranza. Con quest’opera Eduardo riusciva inoltre a raccontare quelle esperienze e gli stati d’animo che avevano portato a forgiare la psicologia e la mentalità del napoletano povero il quale, nonostante le privazioni materiali e le difficoltà quotidiane, manteneva una notevole ricchezza interiore e un forte senso di umanità. Barracano proteggendoli, pur con mezzi banditi dalla legge, era convinto di aver esercitato una missione: «io la notte devo mettere la testa sul cuscino e devo dormire; per fare questo devo tenere la coscienza a posto.… Ho commesso atti di sangue, si, ma sempre per la giustizia». (BARSOTTI 2018, p. 34)

Sulle pagine della rivista «Sipario» il critico Roberto Rebora scrisse: «Don Antonio Barracano è un bellissimo personaggio, solo, sfiduciato, deluso, saggio e ostinato. Si muove tra la gente carico di pietà ma è lontano come un affresco tra le nuvole». (FIORAVANTI 2010, p. 1)

Fu lo stesso Eduardo a precisare che «Don Antonio solo accidentalmente è coevo al suo tempo, ma in realtà accarezza una nobile e primitiva visione del mondo, alimentata dal ricordo del suo passato e dal desiderio di un avvenire migliore» (PALMACCI 2023, p. 4). Nella breve presentazione della commedia che precedeva la trasmissione Rai del 1964, l’autore rivendicò il simbolismo dell’opera, contro una possibile standardizzazione della vicenda di Barracano a una “semplice” storia di mafia o camorra:

Si parla di camorra, si parla di mafia, si parla di assassini. Antonio Barracano stesso è un assassino. Ma la mafia, la camorra in questa commedia non c’entra niente, è un pretesto solamente per elevare questo personaggio a simbolo. Quando Antonio Barracano muore nel terzo atto, muore un simbolo. E a me sembra che in questa epoca di corruzione […] questa commedia parli abbastanza chiaro. (Citazione di Eduardo De Filippo tratta dalla presentazione della commedia Il Sindaco del Rione Sanità, trasmessa dalla RAI nel 1964)

 

Biblio-Sitografia di riferimento

A. Barsotti, Eduardo drammaturgo. Fra mondo del teatro e teatro del mondo, Roma, Bulzoni, 1988.

E. Di Franco, Eduardo, Roma, Gremese Editore, 1983.

L. Fioravanti, Il sindaco del Rione Sanità, in «Le voci di dentro», 2010, <https://eduardo-vocididentro.blogspot.com/2010/12/9-dicembre-1960-il-sindaco-del-rione.html>

M. Mandico, Il sindaco del rione Sanità: la potenza di De Filippo nel film di Martone, in «Gli Stati Generali», 2019, <https://www.glistatigenerali.com/citta/napoli/il-sindaco-del-rione-sanita-la-potenza-di-de-filippo-nel-film-di-martone/>

Cantata dei giorni dispari (volume 2), a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori, 2007.

Cantata dei giorni dispari, a cura di Anna Barsotti, Torino, Einaudi, 2018.

M. Palmacci, Gli spettacoli in scena, in «Oltre le colonne», 2023, <https://www.oltrelecolonne.it/teatro-tor-bella-monaca-di-roma-gli-spettacoli-in-scena-dal-19-al-25-giugno>

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».