Vaggelis Chronis è una figura di spicco nel panorama letterario greco contemporaneo. Nato nel 1947 a Stavroupoli, vicino a Xanthi (Traccia), ha intrapreso studi di letteratura inglese presso la Oxford School of English. La sua carriera professionale è stata caratterizzata da un lungo servizio come dirigente di alto livello nel Gruppo Latsis a partire dal 1971. Nonostante gli impegni lavorativi, Chronis ha sempre coltivato la passione per la scrittura, pubblicando la sua prima raccolta poetica, “Ο σύμμαχος χρόνος” (“Il tempo alleato”), nel 1999. Da allora, ha arricchito la letteratura greca con undici raccolte, ricevendo riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale.
Nel 2007, l’Accademia di Atene gli ha conferito il Premio di Poesia per il suo libro “Νέοι στον Άδη” “Giovani nell’Ade”. Successivamente, nel 2016, ha ottenuto il primo premio all’Odysseus Award durante il 9° Festival del Cinema Greco di Londra, grazie a poesie come “Το κυνήγι της χαράς” (“La caccia alla gioia”), “Το νέο κάλλος” (“La nuova bellezza”) e “Οι μαύρες ομπρέλες” (“Gli ombrelli neri”). Queste opere si distinguono per la loro profondità concettuale, l’espressione concisa e l’abilità tecnica, riflettendo una forte connessione con la cultura greca.
Un ulteriore riconoscimento internazionale è giunto nel 2021, quando la sua raccolta poetica “Το φως της σκιάς” (“La luce dell’ombra”) ha vinto il premio nella categoria delle raccolte poetiche in lingua straniera al XIV Concorso Alberoandronico in Italia (con la mia traduzione). Questo concorso, organizzato dall’Associazione Culturale Alberoandronico, mira a promuovere e valorizzare la lingua italiana attraverso diverse forme d’arte, tra cui poesia, narrativa, fotografia, cortometraggi e pittura. La partecipazione di Chronis e il suo successo testimoniano l’universalità della sua arte e la capacità di comunicare emozioni profonde oltre le barriere linguistiche.
La versatilità di Vaggelis Chronis lo rende una figura centrale nella scena letteraria greca. La sua capacità di intrecciare tradizione e modernità, insieme al riconoscimento internazionale delle sue opere, lo posizionano come un ponte tra la cultura greca e il pubblico globale, inclusi i lettori italiani che possono trovare nelle sue opere una fonte di ispirazione e riflessione.
Vaggelis Chronis ha presentato l’ultima raccolta delle sue poesie dal titolo “Anima equestre” all’Auditorium del Museo dell’Acropolis nell’ottobre del 2024.

Il breve racconto che segue, un breve itinerario di ricordi, che esprime la sua filosofia di vita in generale, fu scritto durante un suo viaggio agli Emirati Arabi ed è stato letto durante la presentazione della sua ultima raccolta di poesie.
IL GIUGGIOLO
Nella nostra vita non ci leghiamo solo a persone, animali e oggetti, ma anche a piante ed alberi. A volte, infatti, alcune piante o alberi li associamo a periodi particolari della nostra vita, tanto che, vedendoli, riaffiorano automaticamente vivide immagini del passato.
Un albero che ha un posto speciale nella mia vita è lo Ziziphus jujuba del genere Ziziphus, della famiglia delle Ramnacee. Più semplicemente, come lo conosciamo tutti, il giuggiolo. Il più comune è quello indiano, originario dell’Asia centrale, del Tibet, dell’India, della Cina e del Giappone. Non mi soffermerò sulla sua storia dal punto di vista agronomico, ma senza sminuire il giuggiolo indiano, vorrei esaltare il giuggiolo dai frutti grandi, un meraviglioso albero che può raggiungere gli otto metri di altezza.
Alcuni giorni fa, durante un viaggio in aereo, ho scritto un breve itinerario di ricordi che vorrei condividere con voi.
Valasia e Menelao, due fratelli di mezza età, vivevano a Stavroupoli, cittadina nella regione di Xanthi, in Traccia. Per raggiungere la loro abitazione, bisognava passare davanti all’edificio dell’Ufficio delle Entrate del Tabacco, che oggi ospita il Museo del Folklore. Ricordo un enorme portone di legno a due ante che, nonostante le sue dimensioni, si apriva con estrema facilità. Tirando una grossa corda, si sentiva il suono melodioso di una piccola campana, leggermente più piccola di quelle che si appendono alle pecore.
La casa si trovava in fondo a un grande giardino, con un viale impressionante, adornato da molti fiori e alberi imponenti. Dal salotto si godeva una vista che si estendeva dagli orti con i ruscelli fino ad una chiesetta dello Spirito Santo e alle tortuose anse del fiume Nesto, vicino a Dafnonas, con i suoi alti pioppi e i salici lungo le rive.
Sotto un grande albero, sulla sinistra del viale, vidi per la prima volta i frutti delle giuggiole. Erano cadute a terra, e il mio primo contatto con il sapore di questo frutto fu un’esperienza nuova. Ogni anno, all’inizio dell’autunno, prima dell’inizio della scuola, Valasia mi lasciava arrampicare sul giuggiolo per riempire un cestino. Il tronco aveva un tessuto bianco e vellutato, simile a quella dell’eucalipto. Ero l’unico in casa a mangiarle, quindi il cestino durava quasi fino a Natale. A Stavroupoli non c’erano altri giuggioli, e solo Dio sa come erano riusciti a portare questa varietà dall’Asia Minore, come raccontavano.
Il quartiere di Tzitzifies di Atene che arriva fino al mare, al quartiere Faliro, deve il suo nome all’abbondanza di questi alberi. Nella regione dell’Attica, infatti, cresce in gran numero il giuggiolo indiano. Nel cortile di Fouli (moglie del poeta), al quartiere Ampelokipi, negli anni ’60 c’era un giuggiolo, come in quasi tutti i cortili, ma quello di Valasia era una varietà speciale, con frutti grandi e foglie di un verde intenso, in contrasto con i comuni giuggioli, che hanno foglie piccole e grigiastre e frutti piccoli e secchi.
Sono passati decenni senza che trovassi un altro giuggiolo simile a quello di Valasia, e le giuggiole comuni non mi interessavano affatto. Fino al giorno in cui mi ritrovai di fronte a una sorpresa. Nel giardino di ingresso della casa del professor Konstantinos Delikonstantis, al paese di Glichi, sull’isola di Imbro, c’era un enorme giuggiolo. I venti avevano piegato così tanto il suo tronco, incredibilmente spesso, che stava inclinato e fiero come una scultura moderna. I rami erano teneri e verdi, proprio come quelli dell’albero di Valasia. I frutti erano ancora acerbi, ma non potei resistere. Ebbi elogiato così tanto l’albero che il Patriarca Ecumenico Bartolomeo non poté fare diversamente, mi propose di trapiantare un ramoscello ad Atene. Dopo pochi mesi, arrivò a Penteli un vaso di latta con un piccolo giuggiolo alto appena trenta centimetri. E non fu solo questo il dono.
Alcune settimane dopo, il piccolo albero fu piantato nel nostro giardino dalle mani stesse di Sua Santità. Che benedizione e che onore! Oggi il nostro giuggiolo ha raggiunto circa quattro metri e ha iniziato a fruttificare. Lo curo con estrema attenzione. Metà delle giuggiole le mangiano gli uccelli, ma che importa! Forse così cantano meglio.
Una varietà simile l’ho ritrovata più volte nei giardini lungo il Bosforo, ma sempre in periodi in cui non aveva frutti.
Circa due mesi fa, mentre gustavo un caffè sulla veranda di casa dello scultore e amico Kostas Varotsos, ammirando la vista magica dell’isola di Egina, il mio sguardo cadde su un albero simile a quello di Valasia. Era, infatti, un giuggiolo dai frutti grandi, le cui giuggiole verde-ambra brillavano alla luce del pomeriggio agostano.
Ancora una volta, la fortuna era dalla mia parte, perché il gentile Varotsos raccolse con me le giuggiole, riempiendo un grande sacchetto.
Quanto diventano grandi e importanti, col tempo, queste piccole gioie. E con esse, quante memorie riaffiorano, pronte a raccontare storie della nostra piccola ma straordinaria esistenza. Le cose grandi non dobbiamo cercarle, sono intorno a noi, impregnando la nostra quotidianità.
Forse vaghiamo come puntini nell’universo che ci circonda, ma pensiamo anche a quanto la natura generosa ci abbia resi importanti nel nostro breve passaggio sulla terra.

Segue la traduzione della poesia omonima della raccolta
Η έφιππη ψυχή
Η έφιππη ψυχή
οδηγείται στο πεπρωμένο της
με ένα καλικαντζαράκι
να δείχνει τη διαδρομή
ή ακόμη και να την εμποδίζει./
Έτσι την απεικόνισε ο αρχαίος ζωγράφος
τον έβδομο προ Χριστού αιώνα
σε αγγείο του Κεραμεικού./
Ύστερα από είκοσι επτά αιώνες
τις ίδιες αγωνίες εκφράζουμε
με έναν άλλον τρόπο./
Μια ολόκληρη ζωή η ψυχή μας.
L’anima equestre
L’anima equestre
si dirige verso il suo destino
con un folletto dispettoso
a indicarle la strada
o persino a ostacolarle il cammino./
Così la raffigurò l’antico pittore
nel settimo secolo avanti Cristo
su un vaso del Ceramico./
Dopo ventisette secoli
esprimiamo le stesse angosce
in un altro modo./
La nostra anima, una vita intera.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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