Un discorso a parte merita la percezione e la rappresentazione della realtà israeliana e di quella del mondo arabo da parte dei politici democristiani italiani degli anni ‘70, prendendo in considerazione alcuni articoli del quindicinale Politica, fondato e diretto nel 1955 dal Parlamentare democristiano Nicola Pistelli, rivista attorno a cui si formarono le nuove generazioni del cattolicesimo democratico del tempo. La DC era un partito moderato e centrista che promuoveva la moderazione e la diplomazia. Leggendo i giornali di stampo democristiano notiamo come questi miravano a sollecitare negoziati e trattative di pace e anche se pro occidentali, in giornali come Il Popolo, L’Avvenire e Il Mattino, si evidenziava la necessità di dialogo e riconciliazione, si enfatizzava l’aspetto umanitario, si raccontava la sofferenza dei civili coinvolti nel conflitto. Nello specifico Il Popolo, che era l’organo ufficiale della DC, mostra chiaramente di protendere a un equilibrio tra le parti coinvolte nel conflitto e, senza schierarsi esplicitamente, di mantenere buoni rapporti con i Paesi arabi. L’Avvenire invece trattò la guerra con un approccio più etico e umanitario poiché l’orientamento cristiano del giornale lo portò a rilevare le radici religiose del conflitto e a promuovere il dialogo interreligioso.
Israele era per Pistelli una sorta di «Golia nel deserto», che nei sette anni successivi alla Guerra dei Sei Giorni, aveva puntato esclusivamente al mantenimento dei territori occupati e rifiutato qualsiasi mediazione; una rappresentazione che trovava riscontro anche nelle dichiarazioni rilasciate dai componenti democristiani della delegazione italiana recatasi al Cairo alla Conferenza interparlamentare sulla crisi mediorientale (2-5 febbraio 1970). Per loro l’assise era servita soprattutto a comprendere l’esistenza nei Paesi arabi di una concreta volontà di pace e pertanto si dicevano convinti che Israele non potesse nutrire sogni o illusioni di successi militari, che sarebbero stati comunque destinati a risultare effimeri di fronte al procedere irrefrenabile della storia. Come scrisse lo storico Massimo Olmi nel settembre del 1973, commentando il libro Antisemitismo in Italia.1962/1972 di Alfonso di Nola, gli esponenti della Democrazia Cristiana, non solo non si ritenevano antisemiti, ma nemmeno anti-israeliani o filo-arabi, piuttosto si sentivano e si dicevano profondamente delusi dalle scelte politiche di Israele. Essi riconoscevano che all’origine dell’antisemitismo vi era da secoli l’insegnamento della Chiesa cattolica, e schierandosi tra quei cattolici che non avevano atteso la svolta del Concilio Vaticano II per sostenere che «il giusto rapporto fra cattolici ed ebrei non poteva che essere un rapporto di «affettuosa fratellanza», precisavano che la loro critica di molti aspetti della politica israeliana, non era di natura religiosa ma prettamente politica. In breve possiamo dire che i democristiani non avevano messo in discussione il diritto alla vita degli israeliani, ma sostenevano che anche il popolo palestinese lo avesse.
L’improvviso scoppio del conflitto dello Yom Kippur colse di sorpresa e disorientò le forze politiche italiane, e i democristiani definirono la quarta guerra arabo-israeliana come la guerra della disperazione e la diretta conseguenza del fallimento delle diverse iniziative diplomatiche, intraprese nel corso degli ultimi sei anni. Rispetto ai problemi del Medio Oriente, l’Italia, come anche sosteneva il democristiano Luigi Granelli, avrebbe dovuto avere «una posizione di equidistanza attiva», un’equidistanza cioè volta a trovare una soluzione del conflitto, ma soprattutto basata sul riconoscimento dei diritti e delle sofferenze subite da entrambe le parti in causa e non sull’esigenza di tutelare interessi economici. Appare evidente che Israele non costituiva agli occhi dei cattolici solamente una realtà politica, ma una realtà «di maggior complessità storica, morale e ideologica».
La guerra del Kippur, d’altra parte, non fu soltanto una fase del conflitto arabo-israeliano, ma rappresentò un momento storico in cui si impose all’attenzione del mondo il problema delle risorse energetiche, per via della decisione dei paesi arabi produttori di petrolio di utilizzare il greggio come strumento di ricatto politico sulle diplomazie internazionali. Le misure di riduzione della produzione di petrolio e delle esportazioni verso i paesi che appoggiavano Israele, oltre a determinare un vertiginoso aumento del prezzo della materia prima, fecero emergere quanto gli interessi europei non coincidessero con quelli americani e indussero i paesi della CEE ad affermare, il 6 novembre 1973, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori attraverso la forza e la necessità di tener conto dei legittimi diritti dei palestinesi. La dichiarazione congiunta del Comitato politico della CEE, poteva essere letta sia come una resa al ricatto petrolifero, quanto come un passo verso il raggiungimento dell’unità europea; avvenne che le varie componenti della politica italiana, influenzate anche da diverse concezioni del ruolo che l’Europa avrebbe dovuto svolgere a livello internazionale, si divisero profondamente sul significato da attribuire al documento europeo e sulla «dimensione europea» data dal ministro degli Esteri Aldo Moro alla posizione italiana.
L'autore
- Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».
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