Nella Puglia normanna di Guglielmo il Malo, il presbitero Pantaleone fa realizzare nel mosaico monumentale della cattedrale di Otranto un’immagine di Artù che cavalca un animale cornuto: forse un ariete o addirittura un caprone. Siamo intorno al 1165, e quarant’anni prima (1120) il mitico Re era stato rappresentato sulla lunetta del duomo di Modena, mentre difende la sua donna da un rapitore. Contemporaneamente, un maestro di Oxford originario della cittadina di Monmouth compone una Storia dei re di Britannia. Si chiama Goffredo, è un prosatore e poeta di cultura raffinata e dalla scrittura latina di qualità elevatissima e la sua opera si diffonderà anche grazie alla traduzione in anglo-normanno del poeta Wace, canonico di Bayeux, pochi anni prima del lavoro di Pantaleone. In uno strettissimo giro di anni, una oscura figura storica sorta dal violento periodo (il V-VI secolo) in cui la Britannia abbandonata dai Romani veniva attaccata a più riprese dai Sassoni diventa, grazie alla penna di Goffredo, un personaggio a tutto tondo: è un sovrano vittorioso, che dopo aver respinto gli invasori, conquista parte dell’Europa prima di ritirarsi, ferito, ad Avalon, quando comincerà la decadenza della Britannia.
Sebbene il sottotitolo faccia riferimento alla biografia, in questo libro dedicato ad Artù di Francesco Marzella, studioso di letteratura latina medievale dell’Università di Cambridge, c’è molto poco di un racconto lineare della vita del più celebre dei sovrani medievali. Al centro della narrazione, ordinata in sei capitoli tematici, ci sono gli spezzoni del mito del personaggio, dalla peculiare modalità con cui viene scelto come re – l’estrazione di una spada conficcata nella roccia nella capitale del Regno, secondo il formidabile racconto di un altro scrittore d’eccezione, Robert de Boron – alla sua carriera militare, passando ovviamente per la corte, modello utopistico di governo regale con la Tavola Rotonda ma anche luogo di intrighi, beffe e di innamoramenti passionali e incontenibili (ovviamente celeberrima la vicenda della moglie Ginevra). Si arriva fino al tema della morte del Re, che potenzia le suggestioni sacre della cultura cristiano-barbarica e lentamente trasforma il sovrano in una figura escatologica, annoverandolo tra i tanti personaggi storici medievali di cui si attende il ritorno in tempi futuri, da Carlo Magno a Federico II. A chiusura del ciclo del Lancillotto-Graal (una serie di testi dell’inizio del Duecento scritti probabilmente da autori diversi ma sotto un’unica, attenta regia), Artù si scontra con il traditore Mordred, ma viene da quest’ultimo mortalmente colpito. La spada mitologica di Artù viene gettata, per ordine del re, in un lago e una mano esce dalle acque, brandendola tre volte. L’ora della morte di Artù è giunta.
Quando un gruppo di canonici della Piccardia portano in giro, sempre nel fatidico XII secolo, le reliquie della cattedrale di Santa Maria di Laon, che era stata incendiata, per raccogliere fondi per la sua ricostruzione, assistono a accesissime discussioni intorno al tema della morte di Artù. Merlino, altra figura dalle mille sfaccettature nata dalla penna di Goffredo, aveva profetizzato che la sua morte sarebbe stata incerta, e testi non letterari, ma serissime vite di santi e cronache locali, registrano che le popolazioni di lingua celtica della Piccola e Grande Bretagna e del Galles speravano nel suo ritorno facendo forza sull’impossibilità di individuare il suo sepolcro. È in questa maniera che Artù diventa, da re feudale con una corte di cavalieri, sovrano di terre lontane: secondo Telgesino, eredi dei bardi in dialogo con Merlino, il re è stato portato nell’Isola delle mele per curarsi grazie a Morgana. L’isola allude al nome di Avalon (aval è mela in antico gallese), ed è probabilmente in mezzo all’Oceano. In una cronaca scritta da Stefano di Rouen in latino, il capo della rivolta dei nobili contro Enrico II Plantageneto, re di Inghilterra e di Francia, invia una lettera ad Artù che vive agli Antipodi, un regno mitico delle regioni dell’emisfero inferiore. Nel Quattrocento, un autore spagnolo lo fa trasportare, sempre con la complicità di Morgana, nell’isola di Brasilia, inesistente ma individuata sulle mappe nell’Atlantico a partire del 1325. In ambiente cistercense si produce un altro testo latino che racconta la “vera morte” del re, il cui corpo morto non riesce a passare attraverso l’ingresso della cappella di Avalon dedicata a Maria: il corpo rimane fuori, e, avvolto dalla nebbia, viene portato via. Una aggiunta posteriore di un manoscritto dell’opera assimila Artù ad Enoch e Elia, due profeti biblici rapiti al cielo.
L’indagine di Marzella, paziente e dettagliatissima seppure leggibile grazie a una architettonica disposizione degli elementi e a uno stile cordiale che non dà nulla per scontato, ha il grande valore di riunire elementi estremamente noti del mito arturiano – l’amore fedifrago della moglie e Lancillotto, i tradimenti del nipote ma forse soprattutto l’inesauribile storia del cavaliere più giovane, Perceval, e del suo incontro con l’oggetto mitico del Graal, portato da una bellissima giovane su un piatto d’argento nella misteriosa e sulfurea processione del castello del Re Pescatore nel romanzo di un altro scrittore di razza, Chretien de Troyes – con una ricchissima serie di episodi, slittamenti e appropriazioni della figura del re e dei suoi satelliti narrativi tenendo insieme il carsico fiume della letteratura medievale, senza mai dividere l’effervescenza della scrittura in volgare e la meno nota ma altrettanto ricca riserva di testi in latino.
Proprio questo allargamento di sguardo permette a Marzella di far comprendere che lo sviluppo mitologico-narrativo realizzato a partire da elementi reali dell’epopea britannica alto-medievale intorno a un oscuro condottiero e militare di nome Artù è andato incontro a una vera e propria contesa delle narrazioni che si radicava nei diversi contesti e che evocava continuamente lo statuto di verità di vicende lontane. Il cronista Guglielmo di Malmsebury (1126) rifiuta di credere alle neniae che sono originate dal fatto che la tomba di Artù, a differenza di quella di Galgano, non si riesce a trovare. Giraldo Cambrense racconta in maniera erudita e dettagliata del ritrovamento di una tomba sotto l’abbazia benedettina di Glanstonbury nel 1191. Una croce in piombo indica che vi era sepolto il coraggiosissimo Artù con la sua seconda moglie Wennevereia, e cioè Ginevra. Giraldo visiona la tomba, dove la treccia di Ginevra è ancora intatta. Il luogo di scavo era stato suggerito ai monaci dal re Enrico II, che ne era venuto a conoscenza attraverso un bardo. Glastonbury, spiega Giraldo, sembra un’isola e vi abbondano le mele. L’identificazione con Avalon è fatta, e Artù diventa più un santo vicino ai benedettini e ostile ai pagani sassoni che il messia di cui avrebbe parlato Goffredo di Viterbo, notaio del Barbarossa.
Se è esistito davvero, Artù sarebbe stato protagonista delle due battaglie mitiche dei Britanni, quella di Badon (516) e quella di Camlann (537). Le fonti contemporanee, però, non parlano di lui; lo faranno per cenni quelle leggermente più tarde: due secoli dopo si racconta di dodici battaglie del condottiero dello stesso nome. Poco prima di Goffredo, Guglielmo di Malmesbury (1126) già lamenta che di questo personaggio circolano tante fabulae e ci vorrebbero, invece, degli storici a raccontarne le gesta. Goffredo di Monmouth afferma di scrivere questa “storia” – finalmente, una storia! – sulla base di un antichissimo manoscritto nella lingua dei Britanni. Carlo Ginzburg ha ampiamente riflettuto sul rapporto tra falso e finto nelle fonti storiche, invitandoci a rintracciare il nucleo di verità che esse trasmettono anche in maniera involontaria. Il caso arturiano mostra come il vuoto delle fonti, le loro reticenze, creano lo spazio per altre narrazioni e su queste narrazioni derivate si attua un conflitto di interpretazione che rispecchia interessi e punti di vista differenti. Sembra quindi che sia l’umbratilità originaria di questo personaggio un uomo straordinario, che monaci, bardi e normanni hanno trasportato in giro per l’Europa, da Avalon all’Etna.
L'autore
- Antonio Montefusco ha studiato Lettere e Storia all'Università di Roma La Sapienza, e ha proseguito gli studi a Parigi. Ha insegnato a Düsseldorf, a Vienna, a Parigi e a Venezia. Attualmente è Professore Ordinario di Letteratura medievale all'Università della Lorena, in Francia. Ha scritto su Iacopone da Todi e su Dante, sulla storia degli intellettuali nel Medioevo e sugli spazi del dissenso religioso. Ha diretto un progetto di ricerca europeo sulla storia sociale della traduzione. Suoi libri recenti sono "Arctissima paupertas. Le Meditationes vitae Christi e la letteratura francescana" (Cisam, Spoleto); "Le lettere di Dante" (con Giuliano Milani, De Gruyter, Berlino); "Contestazione e pietà. Dissenso, memoria e devozione negli Spirituali francescani (xiii-xiv secolo)" (EBF, Milano).
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