Ognuno dà forma ai propri miti, questo sta all’ordine delle cose, e nel cospicuo bric-à-brac in cui vengono a confluire non mancano certo i grandi nomi dello sport. A volte uno di essi si impone come da sé, in forza di un qualcosa che forse non si spiega fino in fondo; a volte invece la costruzione è più lenta, impiega anni quando addirittura non cede a lunghi tempi di latenza per riemergere come luce affatto nuova e sono i casi più rari e nondimeno preziosi. Ma quei piedi scalzi che corrono, senza ferirsi, per i quarantadue e passa chilometri canonici di una maratona e trionfano, tra le torce che illuminano – come per un sortilegio – la sera di una antica capitale del mondo, se non loro che cos’è mai un mito dello sport? Mito subito! – se non è irriverente dire. E allora piedi sconosciuti perfino ai principi del giornalismo di settore. Piedi che non tollerano offesa di calzatura e vanno così incontro alla fortuna. Piedi di un altrove sconosciuto e maraviglioso. Piedi mercuriali? Non ne sono certo. Ma intanto, a chi appartengono di grazia? E qui il mito, tuttoché pedestre, a un po’ di conti con la Storia deve assuefarsi.
Quando alle 17.30 del 10 settembre 1960 sotto la scalinata del Campidoglio i concorrenti attendono il segnale di partenza della maratona che chiude le bellissime Olimpiadi di Roma pochi sanno chi sia il giovane africano filiforme con il numero 11 sulla pettorina che poco prima della gara decide di fare a meno delle scarpe, suscitando in tal modo unanime curiosità. Non è lui il favorito di una competizione a cui partecipa come riserva di un compagno di squadra, il più conosciuto Wami Biratu, costretto a rimanere a casa da una improvvisa malattia. I pronostici vanno a un atleta sovietico che risponde al banale nome di Popov, ma ci si aspetta che il giovane franco-marocchino Rhadi Ben Abdesselam possa dire la sua. La gara è aperta così come è aperta la splendida sera romana, naturalmente calda in quel principio di settembre che è ancora estate e pertanto sfavorevole ai corridori del nord, come opinano gli edotti. Quanto al nome del concorrente scalzo di lì a due ore, quindici minuti e sedici secondi sarà sulla bocca di tutti.
Abebe – “fiore”, in amarico, la sua lingua – Bikila è nato pastore su un altopiano dell’Etiopia del nord, non lontano dal lago Tana da cui ha origine il Nilo Azzurro. “Da quanto potemmo vedere – scrive Gianni Brera, pervicacemente immune da qualsivoglia politically correct – aveva i capelli crespi e la pelle scura, ma la facies era in tutto simile a quella di un autentico barbiere napoletano. Non giureremmo che parlasse anche italiano, come i ciclisti abissini mandati a Melbourne nel 1956, ma sicuramente assomigliava molto a loro.” Somiglianze a parte, e sorvolando sull’aggettivo abissino, c’è da dire che non le forbici e il rasoio, ma i magri armenti del padre il giovane Bikila aveva abbandonato per indossare a diciassette anni la divisa della Guardia imperiale, un corpo scelto di pretoriani nel cui gruppo sportivo era stato accolto trovandovi due figure decisive per il suo futuro: il di lui più anziano corridore Wami Biratu appunto, e un allenatore fuori del comune, quell’Onni Niskanen ex fondista di interminabili steppe ed ex maggiore dell’esercito svedese, impegnato fin dal dopoguerra in attività di cooperazione sportiva e sanitaria (fu tra l’altro presidente della Croce Rossa Etiope). Di tutto questo è lecito immaginare che ai nastri di partenza ben poco, o forse addirittura nulla si sapesse.
Tornando a quei piedi senza scarpe non sarebbe male tuttavia un cambio di inquadratura e magari anche di giornalista, lasciando così per un momento Gianni Brera e suoi colleghi della “rosea” per andare incontro a Ryszard Kapuscinski.
Diversi anni dopo quel 10 settembre 1960 infatti, nei cupi giorni della dittatura militare “rossa” seguita alla caduta di Hailé Selassié, il grande reporter polacco va in traccia, a suo rischio e pericolo in una Addis Abeba di continue perquisizioni e proiettili vaganti – il conto finale ammonterà a qualcosa come mezzo milione di morti –, dei vecchi cortigiani del monarca deposto. Dalle loro parole, sempre adombrate da un’equivoca venerazione per l’antico signore, verrà fuori un libro centrato sul contrasto tra i toni onirici che accompagnano l’inesorabile catabasi palatina e il quadro drammatico di un paese poverissimo e corrotto, esposto a ogni violenza. “Ma quale sviluppo – si domanda al dunque uno di quei dignitari alla macchia – se quasi nessuno possiede un paio di scarpe, solo un’esigua minoranza è in grado di leggere e scrivere e i malati muoiono per mancanza di medici e di ospedali?” E gli anni che rievoca sono proprio quelli della nostra Olimpiade. Tanto da chiederci di cosa fosse simbolo, perché simbolo divenne, quel maratoneta dai piedi scalzi; se del luminoso riscatto di un intero continente, come enfaticamente fu pure detto, o di una condizione intollerabile quale niente sembrava voler modificare mentre scadeva a povero folclore. Forse dell’una e dell’altra cosa, sebbene sembri inverosimile conciliarle.
Ma converrà tornare alla maratona e ritrovare Gianni Brera perché ci ricordi quanto essa sia “dura, massacrante prova per chi non sappia dosare i propri sforzi” e come “il maratoneta è l’uomo che ‘fila’ per eccellenza, dove ‘filare’ ha il significato di rimuginare dentro di sé, fino all’ossessione, motivi sempre uguali, come avviene ai carcerati.” Deve esserne ben conscio il maggiore Niskanen nel predisporre ad uso del suo atleta, di cui tutte le potenzialità conosce, una gara praticamente perfetta, calibrata, e per così dire “coperta”, nel meraviglioso scenario studiato dal Coni a conclusione dei Giochi. Un itinerario che prevede, dopo l’attraversamento di piazza Venezia, via dei Fori Imperiali fino a lambire il Colosseo, quindi via San Gregorio un tempo via dei Trionfi, via della Terme di Caracalla e finalmente, passate le Mura aureliane, via Cristoforo Colombo. Gli atleti la percorreranno per intero – è stata da poco prolungata – supereranno i monumenti bianchi dell’Eur e si spingeranno quasi fino al mare; la ripercorreranno quindi all’indietro, si immetteranno per un tratto nel Grande raccordo anulare e infine prenderanno per l’Appia Antica quando ormai starà scendendo la sera, passeranno sotto Porta San Sebastiano per ritrovare la via San Gregorio e concludere la corsa – chi almeno avrà resistito – davanti all’Arco di Costantino. È un percorso che incanta e insieme ad alcuni dei più noti monumenti dell’età classica mette in mostra vistose malefatte del ventennio – il piccone del Duce si era abbattuto senza pietà sull’area archeologica – insieme a quelle ancora in corso del dopoguerra, e si pensi solo alle battaglie di Antonio Cederna per salvare l’Appia Antica dalla speculazione. Quanto al terreno di gara, i piedi scalzi di Abebe Bikila si misureranno con i sampietrini e con l’asfalto, col basolato vulcanico, e lui si guarderà dal prendere il comando della gara restando tuttavia sempre accosto al gruppo di testa. Doserà i suoi sforzi, sopporterà la sete, prenderà le misure dagli altri concorrenti, provando a capire dove si trovi il temibile Rhadi Ben Abdesselam che dovrebbe indossare la pettorina con il numero 26. Ma è un numero che nessuno vede. Rhadi ha cambiato pettorina proprio prima di partire, ora il suo numero è il 185 e Bikila lo ha potuto distinguere fin dall’inizio davanti a sé. Non sa chi sia il corridore che lo esibisce, ma lo studia, ne ha compreso la forza, prova ad accordare il proprio passo di marcia con quello di lui fino a che non si ritroveranno soli, scrematosi il gruppo lungo il tragitto, sul basolato della regina viarum, a metà gara, a un braccio di distanza l’uno dall’altro: Rhadi avanti, Bikila subito dietro. Se conti più a quel punto la resistenza fisica o psicologica naturalmente non si saprà mai. Procedono appaiati mentre le torce, levate da coscritti italiani ai bordi della strada ogni venticinque metri, mandano un alone favoloso in cui avverrà il sorpasso perché l’etiope – l’abissino, direbbe Gianni Brera – ha più fiato, stacca l’avversario e a Porta San Sebastiano è solo mentre una folla stupita e entusiasta gli fa ala. Sarà così fino al traguardo all’Arco di Costantino, col Colosseo di sfondo, quando ormai è notte e termina come in un sogno un’Olimpiade che forse alla luce del ricordo e soprattutto alle ombre del presente si pensa magari più bella che non sia stata.
Di lì a pochi mesi, in quello stesso 1960, la Guardia imperiale farà scudo al vetusto Hailé Selassié contro un pronunciamento militare e la cosa finirà in un bagno di sangue. Dove si trovi in quella circostanza Abebe Bikila, promosso ufficiale per meriti sportivi eccezionali, nessuno dice, ma sappiamo che sotto lo sguardo vigile di Onni Niskanen riprese ad allenarsi sulla terra battuta del suo altopiano e alle Olimpiadi successive, a Tokyo, fu di nuovo al via di una maratona e di nuovo la vinse, primo atleta a conseguire l’oro della specialità in due Olimpiadi successive. Correva questa volta con le scarpe, siccome ad ufficiale della Guardia si addice.
La vita fu però tutt’altro che generosa con Abebe Bikila, a dispetto degli ori e dei primati non solo olimpici conseguiti, dei trionfi e dei non pochi onori, e gli riservò il bruttissimo contrappasso di renderlo invalido in seguito a un incidente stradale, a soli trentasette anni. Morì di lì a non molto, nel 1973. Il suo antico sodale e idolo nella corsa, quel Wami Biratu che per un motivo o per l’altro non ebbe mai il bene di prender parte a un’Olimpiade, è invece ancora vivo. Ha centocinque anni, è cieco e sordo, ma sembra sia ancora vigile e ricordi. “Il campione vero – disse Bikila dopo aver vinto la maratona di Roma – è a casa, in Etiopia, malato.”
[il testo è uscito in precedenza in Memorie olimpiche. Storie di campioni (e di spettatori), Succedeoggi libri, 2024]
L'autore

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Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.
(foto di Dino Ignani)
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