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Ricordi. Per Emilio Pasquini  

Per circa un anno, a partire dall’agosto del 2017, ogni domenica alle otto in punto, m’incamminavo per via San Felice, attraversavo porta San Mamolo, e mi inoltravo per le erte stradine dei colli bolognesi, dalla parte di Gavina, fino a via della Fratta. Al cancello c’era il mio professore ad aspettare. Così iniziava la nostra mattinata di studio, divisa tra la letture dei manoscritti foscoliani, il Quadernone, − la scrittura di Foscolo non era proprio chiara, per usare un eufemismo −, le lunghe discussioni che immancabilmente sfociavano in Dante, l’immancabile citazione della sua terzina preferita: «Quale ne’ plenilunii sereni / Trivia ride tra le ninfe etterne / che dipingon lo ciel per tutti i seni».

A volte mi raccontava di un certo Francesco Pagliai. Quando lo conobbe era un giovane comandato in Crusca e Pagliai ne era cancelliere. «Consegna! Non fare come Pagliai» mi ripeteva, raccontandomi dei tavoli immensi ricolmi di carte geografiche dello studioso più anziano, dei brindisi a fine giornata, al riflesso della luce che si spegneva sull’Arno, e del fatto, più importante e motivo del richiamo, che Pagliai non avesse concluso la sua edizione critica delle Grazie foscoliane. Oggi, forse, si compiacerebbe di sapere che la mancata pubblicazione delle edizioni critiche delle Grazie − ne erano due −, non era dovuta a eccesso di scrupolo, e che Pagliai sia finito tra i numeri di «Lacerba», «La Voce» e la figura di Giovanni Gentile, oggetto di studio. «Il meglio non è amico del bene». C’era tutta una serie di proverbi, nomignoli, modi dire, che adottava: i suoi. Questi non sono riuscita a farli miei, e anche quel meglio nemico del bene non si addice a me. Ma quando a mia volta mi rivolgo agli studenti e ai laureandi le parole che lui usava, o più modestamente, l’idea delle sue parole, è mia.

«Il mio professore»: i miei studenti di Brno e di Kyoto sapevano che così mi riferivo a lui. E faccio come lui: la doppia correzione dei capitoli delle tesi; Dante; Dante ogni dove a chi studia l’italiano da principiante; e la parole “nostalgia”, absent…

E lui mi chiamava Danisha, una sdrucciola che mi era stata data da Yuki, il maestro di danza che non parlava inglese e che non sapeva come chiamarmi: e lui, il mio professore, era uno dei pochi ad aver accettato e a usare quel mio doppio nome. Ma per essere corretta ero Danìsha, una parola piana. Se lui pensava bianco e io nero, mi avrebbe chiesto il perché. Però i miei pantaloni di velluto arancione, simili alla divisa di un pompiere nipponico, sopra le scarpe da tennis viola, proprio non gli andarono giù, e mio malgrado, senza sentire le ragioni che avrei assistito a uno spettacolo dove sarei stata tutto il tempo al buio ad ascoltare voci, volle che mi cambiassi prima lasciarmi a teatro.

Alle domeniche si accompagnavano i sabati pomeriggio: in archivio, il suo, che stavamo allestendo. Su whatsapp c’era la chat di gruppo per mettersi d’accordo. Armando, il professore ed io. Si stupiva che andassi più volentieri a casa sua che uscire con un mio coetaneo, e che ci rimanessi male se un sabato saltava. E che per me quei sabati frequentati per circa un paio d’anni siano stati la cosa più bella del mio ritorno in Italia. Lui arrivava in anticipo e in anticipo per lui significa in orario. Armando arrivava ancora prima, io trafelata spaccavo il secondo: ero in ritardo. In stazione mi accompagnò una mattina con due ore di anticipo, per stare tranquilli mi disse, e mi raccontò che andando a Ravenna qualche giorno prima gli era capitato che una volta al binario glielo avessero cambiato e che aveva dovuto correre, perdendo lo stesso il treno. Con grazia aveva spiegato all’assistente Trenitalia che un uomo della sua età non può correre… con grazia mi disse, forse intuendo che io la grazia non l’avrei usata.

Gli passavo le tavolette di cioccolata, cacao al 60% di nascosto dalla moglie, la signora Fiorella, e lui mi raccontava della pizza ancora mangiata di nascosto con “le streghine”, le nipoti allora piccole; del pane, burro e alici consumato in gran segreto e che gli piaceva tanto; delle puntarelle a cena a Roma. Conosceva Pazzaglia, una pasticceria di Terni famosa per le paste, e una mattina gli portai col treno delle 4 e mezzo, schiacciato, un cornetto di Pazzaglia. Riconobbe la carta dall’involto, ma penso che avesse sperato in una pasta…

Forse il ricordo più dolce è un suo messaggio, il giorno prima della sua partenza per il Giappone. «Sono emozionato». Circa un anno e mezzo prima ero partita io, quando in modo molto più elegante, con il suo solito witz, mi aveva fatto capire che se fossi stata incinta del trasferirmi a Kyoto non se ne sarebbe parlato, ma che se fossi stata solo fidanzata il fidanzato lo si poteva lasciare in Italia. Ricordo di quei giorni in Giappone insieme a lui le cene, quella in un ristorante esclusivo di granchio dove uscimmo tutti puzzolenti e quella all’izakaya per uomini dove la signora Fiorella ed io entrammo a forza, la boulangerie vicino all’università, il fono, il giro nel negozio di chiavi e bulloni in riva al Kamogawa, il fischio di Montale, il suo sguardo perso nello skyline di Tokyo, al 52° della Mori Tower. Tokyo non gli era piaciuta, Kyoto sì, i giri in bicicletta molto.

«Alla mia estrosa allieva», mi aveva scritto sulla dedica delle sue Figure del vero. Ma lì dentro, nell’epigrafe di dedica ai nipoti e a un fiore, c’era anche un albero che forse Foscolo aveva visto. Lì dentro c’era anche la mia tesi di laurea. Mi diceva che ero la figlia putativa, e io gli rispondevo la nipote, perché so che i nonni sono più accondiscendenti.

Quando l’ho conosciuto? a lezione ovviamente, nel novembre del 1996. Ricordo che al primo esame di letteratura ero elegante, il vestito della maturità, e mi chiese perché «cotal gentil creatura» non avesse frequentato il corso. Io frequentavo, ma sedevo agli ultimi banchi; l’anno dopo ero in prima fila. Alla sua ultima lezione, prima del pensionamento, un decennio dopo, venendo non so da quale continente, gli feci una sorpresa, e mi sedetti tra i primi banchi. Mi notò e deviando dal discorso disse che Bologna era il tempo della giovinezza.

Ricordi divertenti. Quando ero in macchina con lui e recitava Belli, ed era talmente infervorato che recitando non vide il rosso: urlai, un giovane passante, uno studente imprecò, lui fece spallucce e continuò a recitare… sentiva male da un orecchio, però. O quando in Giappone ci caddero a terra, a me e a lui, un vassoio ricolmo di pastine. Le raccogliemmo, ci guardammo, e le mettemmo in bocca. Le mangiammo di gusto. O di una gita a Roma, prima infilati abusivamente in una visita di politici italiani a Villa Farnesina, compiaciuti di rivedere gli affreschi di Raffaello in modo estemporaneo, − Rutelli ci lanciava occhiate −, poi a vedere la mostra di Robert Mapplerthope al Museo Corsini. Avevo avuto la premura di avvertirlo che Mapplerthope poteva essere pornografico. Lui alla fine della visita mi disse che la mia generazione era troppo pudica. Ma non vedeva le fotografie, leggeva le didascalie.

Il mio professore… l’ultima volta che lo vidi è stato a Roma. Quasi lo scortai quel giorno, dalla foresteria delle suore a un indirizzo di via della Conciliazione. Lo abbracciai fortissimo, di fronte a un gruppo di accademici, penso che si imbarazzò. Se n’è andato il giorno del compleanno di mio padre.

danielashalom.vagata@gmail.com

 

 

 

L'autore

Daniela Shalom Vagata
Daniela Shalom Vagata è una studiosa di letteratura italiana moderna e contemporanea, in particolare dell’opera di Ugo Foscolo (L’Inno alle Grazie di Ugo Foscolo, Olschki 2023). I suoi interessi si estendono anche alla narrativa di Eugenio Montale e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, all’opera giovanile di Dante, all’avanguardia fiorentina di primo Novecento e al cinema italiano. Daniela Shalom Vagata è stata docente di letteratura, cultura e lingua italiana alla Masaryk University, all’Università di Bologna, alla Kyoto University, in alcune università americane in Italia e a Indiana University, Bloomington.