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Da quale distanza, da quale prossimità. Il corso dell’acqua dal Cantico a noi

Credo di dover mettere avanti un paio di cose, abbastanza ovvie a prima vista, ma che forse nascondono un primo elemento di riflessione: io non sono uno studioso di letteratura medioevale, e neppure un uomo di fede; non posso collocarmi in nessuno di questi due osservatori, e non ho dunque particolari titoli per accostarmi oggi a un testo tanto importante e tanto splendido come il Cantico di San Francesco. Tuttavia sono stato per tutta la vita un insegnante, e avrò letto e commentato quest’opera decine e decine di volte con i miei studenti, ogni volta cercando soprattutto di farlo apprezzare, ma anche  di invitare i ragazzi a considerare i due o tre aspetti di cui tradizionalmente la scuola si occupa, cioè la questione linguistica, cruciale per riflettere sulla letteratura italiana delle origini, la complessità culturale che si cela dietro l’apparente semplicità del Cantico, e la faccenda del per che lo attraversa, con tutte le discussioni circa le sue possibili interpretazioni. Per fare questo, ho evidentemente letto una parte della vastissima bibliografia critica che nei secoli si è stratificata: dagli studi di Ignazio Baldelli, fondamentali ancora oggi, a quelli di Padre Giovanni Pozzi, ai recentissimi contributi di Pietro Gibellini, cioè «Altissimu» o «Altissimo»? Ipotesi Sul Cantico di San Francesco (apparso nella miscellanea Santi,giullari, romanzieri, poeti. Studi per Franco Suitner, Longo editore, Ravenna 2022) e Dal Salmo 148 al Cantico di San Francesco (che si legge nel Journal of Language, Literature, Arts and Culture, pubblicato a Mosca nel 2023), che segnalo perché mi sembrano fare il punto sul dibattito critico, offrendo anche una vasta e aggiornata bibliografia. E, proponendo a scuola il Cantico, mi sono a volte avvalso di due riletture cinematografiche moderne: quella, che non sono mai riuscito ad amare molto, di Franco Zeffirelli, e quella di segno quasi opposto e tanto più interessante di Liliana Cavani.

Se ho indugiato un momento su questa premessa, è perché in essa si celano due delle distanze, forse non del tutto invalicabili, che ci separano dal Cantico: la distanza storica e culturale, da un lato, la distanza ideologica, cioè religiosa, dall’altro. Ma queste due distanze, evidente la prima (per quanto gli studi ci possano aiutare, non potremo mai leggere il Cantico come lo leggevano i contemporanei di Francesco), soggettivamente variabile la seconda (molti lettori odierni potranno senz’altro, diversamente da me, aderire profondamente al pensiero creaturale dell’autore; ma lo faranno in un mondo in cui il fatto religioso ha un ruolo abissalmente diverso da quello in cui il Cantico è potuto nascere), queste due distanze non ci impediscono affatto di leggere quest’opera, e di avvertire in essa una prossimità quasi fraterna, intensa e profonda con la nostra esperienza umana. Penso invece che una terza distanza costituisca oggi il vero spartiacque che ci separa dal Cantico; ma di questo parlerò tra un momento. Prima, vorrei considerare come la presenza del Cantico nella poesia moderna e contemporanea sia un fatto frequente e abbastanza visibile. Si potrebbe pensare, per fare un esempio quasi scontato, all’opera di Umberto Saba, e in particolare ad alcune sue poesie famosissime, come A mia moglie o La capra; non per nulla un saggio recentissimo dedicato a questo poeta da Marzia Minutelli mette a titolo il ritornello, se vogliamo chiamarlo così, della prima poesia: L’arca di Saba. «I sereni animali che avvicinano a Dio» (Olschki, Firenze, 2018); mentre, pensando a La capra, basterebbe ricordare i versi «Quell’uguale belato era fraterno / al mio dolore», con quell’aggettivo, «fraterno», che non avrà bisogno qui di particolari commenti. Semmai varrà la pena di ricordare che il concetto di «fraternità» appare, più o meno nello stesso periodo, in un’altra poesia celeberrima, questa volta di Giuseppe Ungaretti, in opposizione netta con l’atroce orizzonte bellico:

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

E, sempre pensando a Ungaretti, come non ritornare alla sua armonia cosmica, e in qualche modo francescana: «Questo è l’Isonzo / e qui meglio / mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo / Il mio supplizio / è quando / non mi credo / in armonia», dove appare con forza il motivo simbolico dell’acqua di cui presto dovrò cercare di occuparmi?

Ma, tornando ancora per un istante alla figura della capra, sarebbe interessante seguirne il cammino attraverso la storia della letteratura italiana, a partire da una similitudine dantesca (in Purgatorio, XXVII, 76-93); è quanto ho provato a fare qualche anno fa in un commento molto particolare al Purgatorio dantesco (Dante, Divina commedia. Edizione integrale con note e dizionario dantesco, Introduzioni di Stefano Carrai, Giuseppe Conte e Fabio Pusterla, Giunti-Barbèra, Firenze, 2021)m da cui riprendo un passo: «Quali si stanno ruminando manse / le capre, state rapide e proterve /sopra le cime, avanti che sian pranse», così anche Dante si sdraia, sapendo che su di lui vigilano le sue due guide («io come capra, ed ei come pastori»); poco dopo, Dante guarda in alto, vede le stelle brillare più luminose del solito nel cielo notturno, e ancora «ruminando» (come una capra) dentro di sé quelle luci si addormenta. La capra/Dante, alzando il muso verso il cielo, a differenza delle pecore che lo «atterrano» (come in  Purg. III, 81), ricorda alcune raffigurazioni medioevali dell’Annuncio ai pastori (una che Dante potrebbe aver visto, è scolpita sul fonte battesimale di San Giovanni in Fonte, a Verona) in cui la capra sembra in grado di presentire il messaggio che scende dal cielo (come in una splendida miniatura del Livres d’images de Madame Marie Hainant, illustrato verso la fine del ‘200 e ora a Parigi). Da dove vengono, le capre nervose e sagge della similitudine dantesca? Forse dalle ecloghe virgiliane; di certo hanno iniziato il loro viaggio già nella letteratura latina; ma è più interessante per noi seguirle attraverso i secoli. Queste capre cammineranno a lungo attraverso la poesia italiana, fino a riemergere con forza nella modernità (a cominciare dalla capra che si pasce sulle falde del Vesuvio nella leopardiana Ginestra): in una poesia celeberrima di Umberto Saba, per cominciare; e in un’altra, giovanile, di Giorgio Orelli, ambientata in montagna, Sera a Bedretto. Fuori da un osteria in cui gli uomini giocano con le carte misteriose dei tarocchi, le capre «lunatiche e pietose» (due aggettivi, come in Dante, il primo dei quali sdrucciolo) si guardano, e «si provano la fronte con urti sordi». Chissà, forse anch’io, si parva licet, sono stato toccato dalla transumanza misteriosa delle capre, scrivendo in una poesia intitolata A Nina che ha paura i versi: «Anche la luna / che passa ha la sua voce / lunare, di capra gialla.».

Giorgio Orelli, uno dei maggiori poeti del secondo ‘900 italiano, potrebbe del resto essere chiamato in causa per molte sue poesie, in cui il rapporto con gli animali e con la natura è di particolare intensità; anzi, si potrebbe dire che il punto di partenza di Orelli, che era nato in una valle alpestre dell’alto Ticino e che proprio per questo aveva in gioventù praticato la caccia, sia nato appunto nel momento in cui il cadavere di un animale ucciso, una martora mostratagli da un cacciatore più anziano, gli apparve come inaccettabile, cosa che lo spinse a fuggire a casa e a mettersi a scrivere una poesia su quell’animale per farlo rivivere nei versi. Come in Ungaretti, anche in Orelli la parola poetica si oppone alla violenza e ne costituisce l’antidoto, se nella poesia è possibile ritrovare l’unione profonda con le altre creature; o persino, come nella poesia A Giovanna, sulle capre, una forma silenziosa di preghiera:

A GIOVANNA, SULLE CAPRE

No che non sono cattivose le capre di Dalpe.
Più che la voglia ingorda e l’anima vagabonda
saggezza le sospinge nei luoghi
più solivi della nostra conca
quando l’inverno è quasi senza neve,
e in giorni come questo luminosi,
vedi, non hanno corpo, non sono che macchie
nere sul greppo; e quella, immota contro il cielo,
potremo attraversarla tenendoci per mano.

Presto esulti, le chiami, gli porti fili d’erba,
lasci che l’una o l’altra ti venga a trovare,
e mentre t’annusa le tocchi il piccolo campano
che suona leggere ma franco più delle campanelle
dell’albero di Natale.

Guardale bene negli occhi, osserva
la tenace pupilla, e come (non piangere, non vanno)
a una giusta distanza ci circondano
e pregano per noi.

Vorrei ancora proporre due esempi, che parlano, in modi e forme diverse, della persistenza e della prossimità del Cantico in epoca moderna e contemporanea. Il primo di essi ci conduce a un poeta purtroppo poco conosciuto, Federico Hindermann, poeta italiano che è però vissuto quasi sempre nella Svizzera tedesca, e che ha affidato la parte principale della sua opera a numerose raccolte pubblicate dall’editore Scheiwiller, per tante ragioni rimaste sempre un po’ in ombra; lo cito però da un’antologia recente, Sempre altrove. Poesie scelte 1971-2012, edita a Milano da Marcos y Marcos nel 2018; e lo cito perché in una sua poesia il riferimento a Francesco è chiaro e esplicito:

Per interposti animali

Per interposti animali
francescanamente dire, ridire
dal ciuffetto a punta sulle orecchie del gatto
al dodo che aveva perduto
l’agilità di volare e che sterminammo,
il gaudio, la pena infiniti
come traspaiono in noi, riverberando
anima e sangue in un solo
sguardo d’intesa passando vicini,
i denti rizzati, all’erta
le brame, gli affetti lungo il cammino
verso la pace di chi insieme ci crea.

Il secondo esempio parrà più strano. Per giustificarlo devo riandare con la memoria a un funerale che mi ha particolarmente commosso e interrogato. Ho nominato poco fa il poeta Giorgio Orelli; ma adesso parlerò di suo cugino, Giovanni Orelli, che è stato uno scrittore svizzero molto importante e prolifico, tanto in prosa quanto in poesia, e un attivo rappresentante politico della sinistra. Ad officiare la sua cerimonia funebre è stato chiamato un teologo coltissimo e aperto, don Azzolino Chiappini; che, forse stupendo qualcuno dei molti presenti, ha proposto un parallelismo piuttosto affascinante tra la storia del socialismo europeo e quella del Cristianesimo, di cui naturalmente l’esperienza francescana è una tappa fondamentale. Ripensando alle sue parole, mentre riflettevo sul tema di oggi, ho ripreso in mano le lettere della grande e sfortunata Rosa Luxemburg, che nella parabola del socialismo novecentesco è stata una figura quasi eretica e di prima grandezza. La prima lettera che richiamerò è molto famosa, e si può leggere in una piccola edizione Adelphi sotto il titolo Un po’ di compassione (2007); siamo nel dicembre 1917, e Rosa non può sapere che nel giro di un paio d’anni verrà trucidata dai miliziani dei Freikorps, che le spaccheranno il cranio con il calcio dei loro fucili gettando poi il suo corpo nelle torbide acque di un canale. Al momento Rosa è prigioniera nel carcere femminile di Breslavia, e scrive alla sua giovane compagna di lotta Sonja Liebknecht, per infonderle coraggio e per parlarle della «inesauribile letizia interiore» che scopre in sé anche in questo momento terribile di prigionia. Poi le racconta un fatto avvenuto pochi giorni prima nel carcere: è arrivato un carro tirato da bufali ungheresi («hanno teste piatte e corna ricurve verso il basso, il cranio è più simile a quello delle nostre pecore, completamente nero e con grandi occhi mansueti»); ma il carro era così carico da non passare attraverso la porta carrai; e il soldato che lo guidava ha cominciato a battere con violenza brutale gli incolpevoli animali. Ecco un passo stupefacente della lettera:

Durante le operazioni di scarico gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel visto nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta… gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza.

In numerose altre lettere dal carcere dello stesso periodo Rosa Luxemburg descrive minuziosamente (e, di nuovo, fraternamente) le forme di vita vegetali e animali che può incontrare durante la prigionia. Ecco un altro stralcio, dedicato agli uccelli, di tenore davvero molto francescano (del 23 maggio 1917):

Mia madre, che considerava fonte della massima saggezza, insieme a Schiller, la Bibbia, credeva fermamente che re Salomone comprendesse il linguaggio degli uccelli. Io sorridevo, allora, di questa ingenuità materna con tutta la superiorità dei miei 14 anni e di una moderna formazione scientifica. Ora sono anch’io come re Salomone: capisco il linguaggio degli uccelli e degli animali. Non come se usassero parole umane, naturalmente, ma capisco le varie sfumature e i sentimenti che mettono nei loro suoni. Solo all’orecchio grezzo di una persona indifferente il canto di un uccello è sempre lo stesso. Se si amano gli animali e li si capisce, si trova una grande varietà di espressioni, un’intera “lingua”. Anche questo ammutolimento generale, dopo il chiasso dell’inizio della primavera, è molto eloquente, e so che se sarò ancora qui in autunno, cosa che con ogni probabilità avverrà, tutti i miei amici torneranno a cercare cibo alla mia finestra; e mi rallegro già al pensiero di una cinciallegra di cui sono particolarmente amica.

E in una lettera del mese successivo (20 luglio 1917) ecco apparire per un istante anche il tema dell’acqua, su cui adesso dovrò iniziare a riflettere:

Nel rigido inverno, subito dopo una nevicata, ho spesso tracciato un sentiero con i piedi, accompagnata dalla mia amata piccola cinciallegra, che speravo di rivedere in autunno e che non mi troverà più quando verrà a cercare il cibo alla mia finestra. In marzo, quando c’è stato qualche giorno di disgelo nel bel mezzo di un periodo di freddo glaciale, il mio sentiero si è trasformato in un ruscelletto. Ricordo ancora come le piccole onde si increspavano sulla superficie dell’acqua sotto il vento mite e come i mattoni del muro vi si riflettevano vivaci e splendenti. Poi finalmente è arrivato maggio e sul muro la prima violetta, che le ho mandato.

Il «ruscelletto» descritto da Rosa Luxemburg ci ricollega dunque alla figura dell’acqua, che inizia a sgorgare nel quindicesimo verso del Cantico accompagnata da quattro aggettivi: utile, umile, preziosa e casta, ciascuno dei quali definisce un possibile campo semantico relativo all’acqua, alternando, si potrebbe osservare, qualità oggettive e materiali (utile e preziosa) e qualità simboliche e morali (umile e casta). È appena necessario sottolineare che dal profilo simbolico l’acqua continua a mantenere, dalla più remota antichità fino a oggi, una sorta di persistenza nella nostra immaginazione e nel nostro inconscio; l’acqua è uno dei simboli fondamentali nella storia dell’umanità, e non a caso è stata oggetto di riflessione da parte di Jung, di Gaston Bachelard e di tutti coloro che si sono occupati dei simboli archetipici e della loro risonanza nella nostra coscienza immaginativa. Cito qui, solo per sigillare questa persistenza simbolica dell’acqua, un solo passo di Mircea Eliade, dal suo Trattato di storia delle religioni, scritto nel 1948 e giunto in Italia quasi trent’anni dopo; Eliade ragiona sul simbolismo dell’immersione, e su ciò che degli antichissimi riti e culti si è sedimentato nel Battesimo cristiano, e osserva:

Qui non si tratta di “influenze” e di “prestiti”, perché tali simboli sono archetipali e universali; rivelano la posizione dell’uomo nel cosmo e contemporaneamente valorizzano la sua posizione di fronte alla divinità (alla realtà assoluta) e alla storia. Il simbolismo delle acque è un prodotto dell’intuizione del cosmo come unità e dell’uomo come modo specifico di esistenza che si realizza esclusivamente per mezzo della “storia”.

Tuttavia, a fronte di questa persistenza ancestrale, il rapporto della modernità con il motivo dell’acqua conosce anche una drammatica frattura, che ci condurrà alla terza, forse decisiva, distanza che ci separa dal Cantico. Parto da lontano, evocando un poeta che è stato spesso indicato, in particolare da Heidegger, come fondativo della lirica moderna, cioè Friedrich Hölderlin. Una sua famosissima e perfetta poesia si intitola Hälfte des Lebens;  la propongo in una traduzione che ho azzardato qualche anno fa, aggiungendo subito che questo è uno degli esempi più ardui delle difficoltà traduttive, e proprio per questo la leggerò anche in tedesco. Eccola:

Hälfte des Lebens

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land im See.
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt iher das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm’ ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren di Fahnen.

Metà della vita

Con gialle pere inclina
E colma di rose selvatiche
La terra verso il lago,
E voi, cigni soavi,
Ebbri di baci
Tuffate il capo alla sobria
Pace dell’acqua sacra.

Ma io, ahimé, dove colgo,
Se viene inverno, i fiori,
Dove la luce del sole,
Le ombre della terra?
Stanno privi di voce
E freddi i muri, al vento
Stridono le banderuole.

Non indugerò, per ragioni di tempo, sulle moltissime difficoltà di ordine ritmico e fonosimbolico che presenta questo testo; vorrei invece soffermarmi su un aspetto lessicale e su uno strutturale. Il primo si condensa nella parola composta tedesca «helignüchterne», che assomma in sé molti degli attributi francescani relativi all’acqua: sacralità, pacificità, sobrietà (assai prossima questa alla castità di Francesco), e che i numerosi traduttori italiani, me compreso, hanno faticosamente e inevitabilmente sciolto in una serie mai del tutto soddisfacente di aggettivi. Il secondo aspetto riguarda la profonda cesura semantica e simbolica che corre tra la prima e la seconda strofetta: di fronte alla serenità della natura, certa di una rinascita primaverile, la figura dell’io è prigioniera della propria disperata mortalità; non per nulla l’acqua scompare nella seconda strofa, lasciando il posto ai muri freddi e senza voce. Comincia insomma a delinearsi, in questa poesia, una separatezza incolmabile tra universo naturale e universo umano; e tale separatezza non farà che acuirsi nei due secoli abbondanti che ci separano da Hölderlin.  Se nella seconda parte del Cantico, malgrado il cambiamento diciamo così tonale su cui tanto si è scritto, la lode comprenderà cristianamente anche il tema della morte, da Hölderlin in avanti questo non sembra più possibile;  e la disgiunzione tra uomo e natura conoscerà  nel corso del Novecento, soprattutto del secondo Novecento, una brusca accelerazione, coinvolgendo evidentemente anche il tema materiale e simbolico dell’acqua.  Entriamo nel nostro antropocene, termine oggi forse fin troppo di moda e su cui non vorrei ora insistere, ma che senz’altro disegna un nuovo modo umano di essere, non innocentemente, nel mondo. È questa la terza distanza a cui accennavo all’inizio,  che mi sembra più decisiva e terribile rispetto alle due precedenti: noi rileggiamo oggi il Cantico con un misto di ammirazione stupita e di dolorosa nostalgia, perché sentiamo che quell’unione del tutto, e con essa la nostra possibilità di sentirci «docile fibra dell’universo», si è spezzata, non solo per l’affievolirsi di una visione creaturale che invece sorreggeva Francesco e molti dei poeti che ho citato all’inizio, ma perché il nostro rapporto con la natura è mutato di segno. Alla natura, a quel che resta dell’antico concetto di natura, non possiamo più guardare se non con inquietudine, a volte persino con terrore, ma sempre con una forma di cattiva coscienza. Potrei fare molti esempi in proposito; mi limiterò a considerarne due, tra i più alti della poesia a noi prossima. Tra i poeti italiani del secondo Novecento, il più sensibile al paesaggio e alle sue profonde e devastanti metamorfosi è stato senza dubbio Andrea Zanzotto; che al tema dell’acqua ha dedicato sin dal suo libro d’esordio intitolato Dietro il paesaggio (1957) numerosissimi testi.  Ma in epoca più recente, nella raccolta Sovrimpressioni (2001), ecco apparire una poesia che sancisce l’irrimediabile lacerazione rispetto alla natura:

Dirti natura

Che grande fu
poterti chiamare Natura –
ultima, ultime letture
in chiave di natura,
su ciò che fu detto natura
e di cui sparì il nome
natura che poté aver nome e nomi
che fu folla di nomi in un sol nome
che non era nome
Al labbro vieni mia ultima, sfinita goccia di
possibilità di
dirti natura –
non hai promesso né ingannato, perché
mai fu natura –
mai fu – ma vieni
gocciola o lacrima scaturisci
dal labbro-natura
tu pura impura
pertinenza dis-pertinenza
di nomenclatura
ardente e vana
spenta e sacramentana
tu sbagliata lettura
ora travolta in visura di loschi affari
fatta da bulbi oculari
incendiati
dal re di denari

L’altro esempio che vorrei richiamare ci sposta nell’Irlanda di Seamus Heaney, in un paesaggio per molti aspetti ancora profondamente naturale. Heaney, nel suo primo grande libro, intitolato Morte di un naturalista (1966), propone verso la fine una poesia dedicata proprio a San Francesco; e anche se non parla cel Cantico, ma di un episodio della Legenda maior di Bonaventura di Bagnoregio, parrebbe suggerire un rapporto vivo e intenso con la figura di Francesco. Questa volta mi limiterò a leggere l’ottima traduzione italiana di Marco Sonzogni:

San Francesco e gli uccelli

Quando Francesco predicò l’amore agli uccelli,
loro ascoltarono, svolazzarono, scattarono
alti nel blu come uno stormo di parole

liberate in allegria dalle sue sante labbra.
Poi una virata, ed eccoli di nuovo frullare sul suo capo,
piroettare sulle cappe dei fraticelli,

danzare in volo, per pura gioia giocare
e cantare, e come immagini prendere il volo.
Fu la poesia più bella di Francesco,

vera nel ragionare, lieve nel tono.

D’acchito, si potrebbe pensare che questa poesia sia una testimonianza, anche più notevole visto che arriva dalla cultura irlandese più recente, della forza che il modello di Fracesco continua a rappresentare anche fuori d’Italia; ed è certo così. Tuttavia la poesia si trova nella parte conclusiva del libro di Seamus Heaney; e forse va letta tenendo conto di tutto ciò che la precede, per comprendere meglio come lo splendido ritratto di Francesco che predica agli uccelli sia in realtà venato di una ammirata e struggente malinconia. Il titolo dell’opera, Morte di un naturalista, riassume in sé il senso profondo dell’opera, cioè la definitiva rottura di un rapporto diretto, armonioso, quasi idilliaco e certo infantile, tra l’io e la natura. La natura continua ad esistere, nella visione di Heaney; ma si tinge di colori oscuri, diventa fonte di inquietudine e persino di paura, di minaccia; e l’acqua, che non dovremmo perdere di vista, è uno dei luoghi naturali in cui questo senso di minaccia e di separatezza tra l’io e la natura si addensa maggiormente. Nell’acqua verranno affogati i gattini che appaiono nella poesia Le prime purghe («Avevo sei anni la prima volta che vidi affogare dei gattini»); nell’acquosa fossa del lino appariranno, nella poesia che dà il titolo alla raccolta, libellule, farfalle maculate, uova di rana-toro che improvvisamente susciteranno un senso di nausea nel bambino-naturalista che ora le osserva con improvviso terrore («I grandi re della melma / si erano radunati là per vendicarsi, e sapevo / che se avessi immerso la mano le uova me l’avrebbero afferrata»). Una poesia in particolare merita di essere letta per intero (sempre nella traduzione di Marco Sonzogni); si intitola, Un avanzamento delle conoscenze, ed è un titolo amaro, se l’avanzamento consiste appunto nella nuova coscienza della perduta armonia, ed è interamente ambientata sulle rive di un fiume, la cui acqua è, nella versione italiana, «impermeabile», mentre in inglese è definita «oil-skinned», cioè «dalla pelle oleosa», con evidente riferimento alle deiezioni umane, industriali e non, che ne provocano appunto l’innaturale impermeabilità. L’acqua è osservata, in questa poesia, a distanza di sicurezza; è il regno dei ratti, e anche i cigni che la solcano sono incupiti, «dalla chiglia sporca»; avvicinarsi all’acqua diventa improvvisamente pericoloso, e la sola sicurezza per l’io sarà rappresentata dal ponto che alla fine decide di varcare, mettendosi in salvo.

Un avanzamento delle conoscenze

Presi il sentiero lungo l’argine
(come sempre, schivando
il ponte). Il fiume correva annusando,
flessuoso, impermeabile, coperto

da una decalcomania di facciate e di cielo.
Curvo sulla ringhiera,
ormai lontano dalla strada
osservai i cigni dalla chiglia sporca.

Qualcosa sciaguattò, brusco, lì vicino,
sbavando sul silenzio: un ratto
sgusciò viscido dall’acqua e
la nausea mi salì in gola così di colpo che

ripiegai lungo il sentiero sudando freddo
ma, Dio, un altro svelteggiava
su per l’argine opposto, tracciando i suoi archi
bagnati sui sassi Incredibilmente allora

stabilii una temuta
testa di ponte. Mi girai a fissare
con meditata, fremente attenzione
il mio roditore fin lì snobbato.

Girò a vuoto su se stesso per un poco,
si fermò, rinsaccato e luccicante,
le orecchi appiattite sul cranio nocchiuto,
insidiosamente in ascolto.

La coda affusolata che lo seguiva,
gli occhi gocce di pioggia, il vecchio muso:
uno alla volta presi atto di tutto.
Mi puntò. Ressi la sfida e la vinsi

dimentico del panico che mi prendeva sempre
quando i suoi grigi fratelli grattavano e mangiavano
dietro al pollaio nel nostro cortile,
sulle assi del soffitto sopra il mio letto.

Quel terrore, freddo, il pelo bagnato, i piccoli artigli,
ripiegò su per un tubo delle fogne.
Stetti a guardarlo un altro istante.
Poi mi rimisi in cammino e attraversai il ponte.

Cosa ne è stato, potremmo chiederci, dell’acqua «molto umile, et utile et pretiosa et casta» di Francesco, cosa ne è stato di noi? Cosa è andato perduto? Sarebbe facile rispondere a simili interrogativi in termini ecologici, naturalmente; ma questa è una risposta che conosciamo tutti, e su cui non è il caso di insistere. Propongo invece, avviandomi alla conclusione, un’ultima citazione, tratta da un libro straordinario di Gwenn Rigal, Il tempo sacro delle caverne (Adelphi, Milano, 2022). Non un libro di poesia, ma una vastissima ricognizione delle caverne preistoriche, dei dipinti e delle incisioni che quelle cattedrali sotterranee nascondono e conservano da quasi 40.000 anni; l’autore è stato a lungo guida e custode di una delle più celebri di queste cavene, quella di Lascaux; e riflettendo sui nostri antichi predecessori, e sul loro modo di essere nel mondo, annota:

Da tutti questi esempi, cominciamo a figurarci un uomo che, molto prima di provare a dominare il suo ambiente, ha iniziato col contrassegnarlo simbolicamente in molteplici forme. E per il quale il sacro non restava confinato all’interno di santuari sotterranei, ma permeava più probabilmente ogni momento della sua vita.

Potremmo dire, con scarsa allegria, che il Cantico è più vicino, nel senso che qui si è cercato di suggerire, al mondo del Paleolitico superiore di quanto non sia rispetto alla nostra età della merce, come la chiamava Pasolini mezzo secolo fa; o per dire meglio, che la lunghissima vicenda della sacralità, legata non a questa o quella religione ben definita, ma piuttosto a un senso di ammirata condivisione del bios, sia oggi sul punto di spezzarsi definitivamente, se questo non è già del tutto avvenuto. E che in questo venir meno della sacralità del tutto noi intuiamo affievolirsi anche il senso della nostra stessa vita; e se il Mediterraneo, che Francesco ha varcato, è oggi il più grande e colpevole cimitero di disperati, cosa diventa l’acqua? Su questo ha riflettuto un poeta d’oggi, perugino, cioè Walter Cremonte, in un suo libro intitolato Respingimenti (ma ne cito una breve poesia, dedicata appunto all’acqua, dall’antologia Diversamente, Marcos y Marcos, Milano, 2023):

Acqua

E l’acqua? che sogni, che voglia
di fontane, sorgenti
da bere, tuffarcisi dentro
nel lungo deserto.
Ma per noi poveri
è meglio non sognare:
ti si ritorce contro

Dopo tanti esempi illustri, concludo sommessamente con una poesia mia; avrei potuto leggerne parecchie, visto che il tema dell’acqua, delle sue valenze simboliche e della devastazione a cui oggi assistiamo mi è sempre stato particolarmente caro; invece ne scelgo una in cui l’acqua non appare, ma che mi sembra adatta a chiudere questa parte del ragionamento, e con essa la nostra odierna chiacchierata. È tratta da un libro fresco di stampa, intitolato Fiumi nefrite vortici, e chiude la sezione Terre alte. Eccola qui, con i miei ringraziamenti per la vostra pazienza:

La sera dai boschi a un’identica ora
vengono a volte cerve.
Una, la più possente, resta immobile

sull’erba, guarda verso di noi, poi si scatena
in una corsa folle. Pare voglia schiantarsi
sul muro della casa, invece scarta

all’ultimo e scompare. Ci vede,
ci ha guardati? Gli animali
ci sfiorano, talora inconsapevoli, ci annusano e vanno.

Ma noi sappiamo di essere gli esclusi.
I distruttori, gli estranei sempre altrove.
Se un canto esiste non è più per noi,

se mai lo è stato.

(Testo della conferenza del 28 maggio nell’ambito del ciclo Francesco tra le righe)

 

 

L'autore

Fabio Pusterla
Fabio Pusterla è nato a Mendrisio nel 1957. Laureato in lettere moderne presso l’Università di Pavia, vive e lavora tra la Lombardia e la Svizzera, dove insegna lingua e letteratura italiana presso il Liceo cantonale e l’Università di Lugano; ha tenuto per alcuni anni dei corsi presso l’Università di Ginevra.  È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Idra”, edita a Milano da Marcos y Marcos. È attivo come poeta, traduttore (soprattutto dal francese, con qualche incursione nella letteratura portoghese) e saggista. Collabora a giornali e riviste in Svizzera e in Italia. Dal 2014 è professore titolare presso l’ISI di Lugano. In campo poetico, accanto alle pubblicazioni in riviste o antologie, è autore di svariate sillogi: la sua prima, Concessione all’inverno (con prefazione di Maria Corti, Bellinzona, Casagrande, 1985, 2001), suscita il consenso immediato di critici e poeti. La sua poesia selvatica, luminosa, molto comprensibile, conquista. Da allora si succedono Bocksten (Milano, Marcos y Marcos, 1989, 2003), Le cose senza storia (ivi, 1994, 2007), Pietra sangue (Milano, Marcos y Marcos, 1999), Folla sommersa (ivi, 2004) e così via. L’ultima in ordine di tempo è Tremalume (Milano, Marcos y Marcos, 2022). Le sue opere sono tradotte in molte lingue e gli sono valse premi prestigiosi, tra i quali il Montale nel 1986, lo Schiller nel 1986, 2000, 2011; il Gottfried Keller nel 2007, il Napoli nel 2013 per l’insieme dell’opera, l’N.C. Kaiser Preis e il Carducci nel 2022, infine il Betocchi, nel 2024. Alla sua figura e opera di poeta è dedicato il documentario Libellula gentile di Francesco Ferri.