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Gli accordi di disimpegno dopo la fine della Guerra dello Yom Kippur. Dalla Conferenza di Ginevra a Camp David: considerazioni della stampa cattolica

«La pace nel Vicino Oriente è indispensabile per lo Stato di Israele, per il popolo arabo e per il mondo occidentale. La pace, diversamente da un armistizio, non può essere imposta dall’esterno, può essere solo il risultato di negoziati, di un compromesso reciproco e di un accordo finale tra ebrei e arabi». È un estratto del saggio Pace o armistizio nel Vicino Oriente? scritto nel 1948 da Hannah Arendt su suggerimento di Judah L. Magnes, già Presidente dell’Università Ebraica a Gerusalemme ed eminente portavoce ebraico dell’intesa arabo-ebraica in Palestina. Abbiamo più volte constatato come gli arabi fossero sempre stati ostili alla costituzione di una patria ebraica e le guerre e le vittorie israeliane non avessero cambiato o risolto alcunché. Dunque la scelta tra una pace autentica e un armistizio risultava fondamentale. Aveva scritto la Arendt: «Una situazione a metà tra la pace e la guerra sarà molto più facilmente sopportabile dagli arabi proprio a causa della stagnazione della loro vita economica e dell’arretratezza della loro vita sociale. Nel lungo periodo, comunque, il Vicino Oriente, impoverito, sottosviluppato e disorganizzato, ha bisogno della pace tanto quanto gli ebrei».

Da evidenziare che al tempo del quarto conflitto arabo-israeliano non si riusciva ancora a raggiungere un equilibrio tra i due popoli: quello ebraico si sentiva ormai sicuro e forte delle vittorie in campo, mentre quello arabo era determinato nel considerare gli ebrei solo come gli usurpatori del loro paese. Tutti furono sordi alle voci che si levavano in uno spirito di intesa, di compromesso e di ragionevolezza e gli eventi precipitarono. Ci furono scontri e guerre e, ciò che fu peggio, si formò una nuova categoria di persone senza patria, i profughi palestinesi, un pericoloso «potenziale irredentistico» disperso in tutti i paesi arabi, che sarebbero diventati il nemico comune degli ebrei.

Diceva Magnes nel lontano 1925: «Ecco la benedizione che l’umanità otterrebbe se gli ebrei e gli arabi di Palestina si adoperassero insieme, come amici e soci, per trasformare questa Terra Santa in una Svizzera prosperosa e pacifica, nel cuore di questa antica via tra Oriente e Occidente. Ciò avrebbe un’incalcolabile influenza politica e spirituale in tutto il Medio Oriente, e non solo qui. Una Palestina bi- nazionale potrebbe diventare un faro di pace per il mondo».

Così alla luce di questo passato tormentato, sin dai mesi successivi alla fine del conflitto del Kippur, vennero avviate numerose strategie di pace ed iniziative diplomatiche che ebbero il patrocinio in particolare degli Stati Uniti. E’ da sottolineare che la pace egiziano-israeliana non produsse né l’inizio di una pacificazione generale del Medio Oriente né alcun miglioramento della questione palestinese. A mio avviso nessuno dei contendenti aveva saputo dare una risposta democratica ai gravissimi problemi della regione: non il nazionalismo arabo che aveva dato vita a dittature sanguinarie e a gestioni personalistiche e autoritarie della politica, non l’Olp che si stava servendo di mezzi terroristici, non Israele che aveva usato i metodi di una potenza coloniale nei territori arabi occupati, non gli Stati Uniti che avevano permesso ogni illegalità e soprusi commessi dai propri alleati, non l’Unione Sovietica che sosteneva le dittature. Nel complesso il quadro mediorientale rappresentava uno dei più grandi fallimenti internazionali della democrazia e della politica di concertazione. Il percorso che avrebbe portato agli accordi di Camp David e alla pace tra Israele ed Egitto fu caratterizzato da una serie di iniziative: il 21 dicembre 1973 si aprì a Ginevra una conferenza con l’obiettivo di discutere la situazione in Medio Oriente presieduta dai ministri degli Esteri di Stati Uniti e Unione Sovietica; il 18 gennaio 1974 venne firmato un primo trattato tra Israele ed Egitto con cui si prospettava un disimpegno delle truppe dei due Paesi dalla penisola del Sinai; nella primavera del 1974 vennero avviate trattative tra Israele e Siria che portarono, nell’ambito della Conferenza di Ginevra ancora in corso, a un accordo sulla smobilitazione delle truppe israeliane e siriane dalle alture del Golan; nel giugno del 1975 venne riaperto il Canale di Suez, chiuso dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, e nel settembre dello stesso anno si giunse a un ulteriore accordo di disimpegno del Sinai da parte dell’Egitto e di Israele. Tra gli eventi da porre in risalto e che ebbero grande impatto anche sull’opinione pubblica, non possiamo non menzionare la visita che Sadat fece a Gerusalemme nel novembre 1977, il cui gesto fu fortemente simbolico in quanto esplicitava l’intenzione del presidente d’Egitto di giungere a una politica pacifica con Israele e di far prevalere la via diplomatica su quella militare.

Nel settimanale cremasco Il Nuovo Torrazzo del 15 dicembre 1973 dal titolo Il nuovo viaggio di Kissinger nel M.O. In vista della prossima apertura della Conferenza di Pace a Ginevra, Michele Bertazzoli scriveva: «Il segretario di Stato americano Henry Kissinger sta compiendo per la seconda volta un giro d’orizzonte nelle principali capitali del Medio Oriente per dare un concreto avvio alle trattative armistiziali tra Israele ed Egitto e per consentire l’avvio su basi solide alla conferenza di pace che si aprirà la prossima settimana a Ginevra. Come è noto notevoli furono i risultati che Kissinger ottenne nel primo viaggio svoltosi circa un mese fa. Egitto e Israele decisero la ripresa delle relazioni diplomatiche per la prima volta e ottemperarono alla proposta americana di avviare colloqui bilaterali al fine di discutere le controversie riguardanti la tregua militare avanzata il 22 ottobre scorso dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU».

Il 21 dicembre 1973 si aprì a Ginevra la Conferenza per la pace in Medio Oriente, grazie alle numerose missioni diplomatiche del Segretario di Stato americano Kissinger e convocata dal Segretario generale dell’ONU Kurt Waldheim, con la copresidenza di Stati Uniti ed Unione Sovietica. Vediamo come per la prima volta dopo 25 anni arabi ed israeliani si trovarono al tavolo delle trattative, ma se l’Egitto e la Giordania vi presero parte, non fu lo stesso per la Siria ed i Profughi Palestinesi. Questa divisione dei Paesi Arabi ci fa comprendere proprio la difficoltà nel raggiungimento di trattative diplomatiche pacifiche. In un articolo de Il Nuovo Torrazzo del 22 dicembre 1973, dal titolo La Conferenza di Pace per il Medio Oriente, firmato da Michele Bertazzoli leggiamo: «Se l’apertura della conferenza non induce ad ipotesi ottimistiche, non per questo ci si deve abbandonare ad un ingiustificato pessimismo. E‘ probabile che dopo un inizio faticoso sia possibile raggiungere un’intesa tale da indurre gli assenti ad assumersi la loro responsabilità».

Le due superpotenze, del resto, avevano dichiarato che si sarebbero adoperate per una pace duratura e onorevole per ambedue le parti, e questo era un dato di fatto; però lasciava qualche dubbio l’imperfetta intesa delle superpotenze poiché vediamo che se da una parte i russi mantenevano aperto il dialogo con lo schieramento arabo oltranzista, quasi a garantirsi una via d’uscita in caso di fallimento delle trattative, dall’altra gli americani svolgevano la loro mediazione con la minaccia alle spalle della crisi del petrolio e, quindi, non in condizioni ideali per prospettare e far maturare le soluzioni migliori. Anche il Papa si era rivolto ai negoziatori di Ginevra chiedendo che fosse ascoltata la voce della Santa Sede, soprattutto in riferimento alla programmazione di uno statuto speciale per Gerusalemme a salvaguardia del prezioso patrimonio artistico, culturale e religioso della città, santa sia per i cattolici, che per gli ebrei ed i musulmani. Nel settimanale La Voce del Popolo del 30 dicembre 1973 venne riportato in prima pagina il messaggio di Paolo VI, avente come titolo La Pace dipende da te, in cui il Papa richiamava tutti gli uomini alla convinzione che si potesse creare nel mondo una situazione pacifica: «La Pace è innanzitutto un’idea. Essa è un assioma interiore, un tesoro dello spirito. La Pace deve germinare da una concezione fondamentale e spirituale dell’umanità: l’umanità deve essere pacifica, cioè unita, coerente in sé stessa, solidale nella profondità del suo essere. Concepire la lotta fra gli uomini come esigenza strutturale della società, non costituisce soltanto un errore ottico-filosofico, ma un delitto potenziale e permanente contro l’umanità».

Siamo eredi di una tradizione che non è sempre riuscita a dare una definizione di pace che fosse indipendente dalla guerra, quando in realtà con la parola pace si dovrebbe principalmente far riferimento a una condizione interiore all’uomo che, di natura, non deve privilegiare lo scontro armato.

Il risultato della Conferenza di pace di Ginevra fu la conclusione di tre accordi sul disimpegno delle forze, due riguardanti le forze egiziane ed israeliane a confronto nella zona del Canale di Suez e del Sinai, stipulati rispettivamente il 18 gennaio 1974 e il 4 settembre 1975, e il terzo relativo alle forze siriane ed israeliane sul fronte del Golan, concluso il 31 maggio 1974. Gli accordi prevedevano l’intervento di forze delle Nazioni Unite chiamate a garantire la tregua ed il ritiro delle truppe. L’Assemblea generale dell’ONU adottò due risoluzioni: la n. 3236 con la quale riconosceva il diritto dei palestinesi all’indipendenza e all’autodeterminazione, e la n. 3237 con la quale accordava all’OLP lo status di osservatore permanente. Il metodo, scelto da Kissinger, fu ribattezzato Shutter Diplomacy, diplomazia della navetta, perché caratterizzato dallo spostamento del diplomatico americano tra Gerusalemme, Damasco e il Cairo. La Conferenza di Ginevra si concluse con una serie di accordi, ritenuti soddisfacenti da entrambe le parti: Israele si impegnò a ritirarsi gradualmente da alcuni dei territori occupati, chiedendo in cambio la fine dello stato di belligeranza, e per quanto riguardava la questione dell’occupazione israeliana del Golan una soluzione, almeno parziale, raggiunta il 31 maggio 1974. Pace era la parola che ricorreva con maggiore frequenza nei titoli degli articoli di inviati e corrispondenti ed Israele era davvero «un paese assetato di pace» come aveva detto il maestro del giornalismo Igor Man. Non a caso un articolo del settimanale cattolico La Gazzetta D’Alba del 26 dicembre del 1973 riportava il titolo Pace, Speranza inutile del mondo? di Giovanni Monchiero, il quale scriveva: «La violenza pare abbia preso il sopravvento e il mondo intero e sotto l’incubo di un graduale peggioramento delle condizioni civili e sociali. È proprio in questo clima di odio si apre a Ginevra la conferenza di Pace per il Medio Oriente e la gente si domanda se si arriverà a qualche soluzione oppure se, dietro i sorrisi sofisticati di Kissinger e di Gromiko non si prepari una nuova ondata di violenza e di distruzione».

Anche un articolo di Vittorio Bachelet, Vicepresidente della Commissione Giustizia e Pace Italiana, pubblicato nel settimanale cattolico cuneese La Guida del 28 dicembre 1973, aveva come titolo Conversione alla logica di pace. Bachelet evidenziava l’estrema necessità di una condizione pacifica per non lasciare il popolo in una condizione di precarietà ed impotenza: «Di fronte all’improvviso esplodere della guerra, di fronte ai crudeli episodi terroristici che coinvolgono nel ricatto e nella rappresaglia inermi e innocenti, di fronte alla logica della prepotenza dei rapporti di forza, gli uomini di oggi, i giovani di oggi, che per vivere la dimensione planetaria nella quale siamo ormai immersi avrebbero bisogno come dell’aria, della pace e della solidarietà di tutti, si sentono impotenti».

Questo spiega come le istituzioni create per garantire la pace e la sicurezza avevano fallito e solo la diplomazia, a questo punto, avrebbe potuto porre fine al conflitto. Non a caso la svolta per la situazione in Medio Oriente si ebbe soltanto quando, il 17 settembre 1978, con gli accordi di Camp David fu rilanciata una concreta prospettiva di pace: il Presidente americano in carica Carter, il Presidente egiziano Sadat e il Primo Ministro israeliano Begin si incontrarono a Camp David, residenza estiva nel Maryland, per definire le linee politiche da seguire per la pace e per affrontare due questioni, la pace in Medio Oriente, con riferimento particolare alla Palestina, e i tempi e le modalità di realizzazione della pace tra Israele ed Egitto. Pur ponendo la questione della Palestina come centrale, non ci furono soluzioni reali e ai palestinesi non fu riconosciuta l’indipendenza nazionale, tanto che negli anni a seguire le tensioni e la conflittualità tra questo popolo e gli Israeliani non diminuirono. In un articolo del settimanale La Guida del 22 settembre del 1978 dal titolo Un germe di pace. Non soddisfatti i palestinesi, i loro diritti attendono di Costanzo Marino si legge: «Da trent’anni a questa parte mai come oggi la pace in Medio Oriente è stata così vicina, si può dire sta dietro l’angolo. Ed è significativa l’euforia che ha toccato livelli incandescenti in Israele Egitto ed USA: la fame di pace dei due popoli direttamente coinvolti in questo angolo di mondo è lunga di trent’anni».

Ma l’accordo di Camp David non era ancora un accordo di pace, quanto più propriamente possiamo definirlo una dichiarazione di pacifici intenti tra Egitto e Israele che già prendevano qualche impegno e si facevano reciproche concessioni. Sullo stesso giornale Mario Ferreri scriveva l’articolo Accordi, pomo di discordia ed inizio della pacificazione. Il giornalista suggeriva di arrivare alla riappacificazione per gradi e di concludere una pace separata tra Egitto e Israele, pur di trovare una soluzione imminente.

 

 

 

 

 

 

L'autore

Carla Anna Penza
Carla Anna Penza, laureata in Lettere presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2024, e in Filologia Moderna, sempre presso l'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” nel 2026. È giornalista pubblicista dal 2023, scrive per il mensile «In Comunione», dal 2020; ha pubblicato articoli sul quotidiano «Avvenire», e sul mensile «Il Fieramosca».