È appena uscito, per i tipi di Luni Editrice, Raffaele Mattioli oltre la banca di Elena Grazioli. Il titolo è eloquente: Mattioli non è stato solo un banchiere e un uomo di finanza; ma è stato un raffinato intellettuale, cui forse sprezzatura e discrezione hanno impedito di imporsi come tale oltre una cerchia di fedeli intendenti. Non si finirebbe presto di enumerare le occasioni in cui Mattioli ha sostenuto supportato diretto la miglior parte della cultura italiana del ’900. La collezione ricciardiana «La letteratura italiana. Storia e testi» è la più nota e tangibile delle sue imprese; i suoi volumi stanno ancora lì, secondo la celebre frase, come i mattoni di un muro che occorre mangiare e digerire uno per uno.
Innanzitutto, però, Elena, vorrei parlare con te della struttura del libro: che è un montaggio polifonico – erudito e insieme vivace – di testimonianze, ricordi, articoli, aneddoti. Dico per dire: hai fatto, come Diogene Laerzio, che raccontava le vite dei filosofi con affabilità e interesse per il biografato nella sua concretezza. Come hai proceduto?
Come è giusto che accada in ogni ricerca, sono partita da ciò che già esiste: in questo caso dal lavoro magistrale di Francesca Pino, la biografia di Mattioli uscita in occasione dei cinquant’anni dalla scomparsa (Raffaele Mattioli. Una biografia intellettuale, Bologna, il Mulino, 2023). Quando alle spalle si colloca un’opera così importante, il modo di procedere è individuare ciò che ancora manca, ciò che può essere detto in modo diverso o ampliato. Da qui ho costruito il mio libro lungo due linee parallele, due strade che, a mio avviso, meritavano di essere approfondite. Da un lato ho voluto restituire l’aspetto umano: “l’uomo oltre la banca” significa proprio questo, mettere in luce la figura dell’intellettuale, della personalità complessa e poliedrica, raccontata però attraverso gli occhi di chi gli è stato vicino – amici, collaboratori, familiari – e da Mattioli stesso, che spesso si autodefinisce, si descrive. Dall’altro avevo desiderio di offrire un “Mattioli per tutti”, non per la banca, non per l’università, non per gli specialisti, ma per un pubblico più ampio: credo sia giusto che una figura così luminosa possa arrivare anche ai lettori non addetti ai lavori.
Hai raccolto un’impressionante messe di fonti. Il fatto poi che tranches di esse ritornino, in parti diverse del libro, anziché ingenerare un senso di già-sentito e già-letto, crea un suggestivo gioco di riecheggiamenti. Il lettore si sente del tutto immerso nel discorso intorno a Mattioli. Ricercavi quest’effetto oralizzante?
Sì, quell’effetto è voluto; spesso nel nostro settore si guarda con sospetto alla divulgazione, ma io credo che anche questo tipo di libri abbia un valore fondamentale. Se me lo concedi, arriverò al punto partendo un po’ da lontano, perché la tua domanda tocca una corda molto sentita: Paolo Luca Bernardini, nella sua recensione sul «Corriere», ha scritto che dal libro traspare anche il mio amore per Milano. Ed è vero. Il periodo trascorso in questa città, alla Statale, mi ha fatto conoscere un grande maestro, Vittorio Spinazzola; i suoi libri e il confronto con i suoi allievi mi hanno aperto prospettive che fino a questo momento non avevo ancora trovato – e lo dice una “nomade”: prima l’Alma-Mater, poi la Sorbona e la Scuola Normale in Francia, poi il dottorato a Pisa. Questo incontro, invece, è riuscito a cambiare radicalmente non solo il mio modo di fare ricerca ma proprio di vedere le cose.
Questo libro, infatti, rappresenta per me anche un modo nuovo di scrivere. Da quando sono qui, ho trovato una serenità che in fondo mi era sempre mancata. Questo è il risultato: mi sono divertita a scriverlo. Note essenziali, qualche ripetizione volutamente lasciata, così chi lo desidera può saltare direttamente alle testimonianze, o viceversa leggerle attraverso il racconto che ne faccio. La mia priorità era la leggibilità: volevo che il libro fosse accessibile a tutti, e se possibile, che fosse anche “gustoso”.
Libro amatissimo da Mattioli è I promessi sposi. Quando don Lisander termina il suo ritratto del cardinale Borromeo scrive: «d’un uomo così ammirabile in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente; perché non paia che abbiam voluto scrivere un’orazion funebre». Ecco, in questo senso il tuo libro non è un’orazione funebre; indubbiamente, però, è anche l’elogio di un uomo illustre. Anche le fonti che utilizzi sono in massima parte elogiative – o almeno affettuose. Ti chiedo, allora, quanto la comprensibile ammirazione per la figura di Mattioli abbia orientato la tua indagine; e, se sì, con quali rischi.
Hai perfettamente ragione. Lo ha osservato anche Alessandro Gnocchi nelle sue generose pagine uscite su «il Giornale» questa estate. L’obiezione non solo è lecita, ma corretta. In origine il libro prevedeva un capitolo in più, che avevo intitolato Controcanto. Non l’ho mai scritto, e non per reticenza, anzi, l’avevo immaginato come chiusura del volume, ma non ho trovato materiale sufficiente: gli articoli o le testimonianze “contro” Mattioli si contano sulle dita di una mano e, devo dire, si basano su argomentazioni piuttosto fragili.
Confesso con sincerità che non ho scritto questo libro partendo da un profondo sentimento di ammirazione: la ricerca mi è capitata, come accade talvolta nel nostro lavoro; l’ho intrapresa con uno sguardo quasi neutrale. Scrivendolo ho finito per amare moltissimo Mattioli – potrebbe essere altrimenti? – ma avrei lasciato il “controcanto” in ogni caso, se non avessi ritenuto però di scrivere qualcosa di inconsistente. Se quasi tutti parlano bene di quest’uomo, è perché, al di là di ogni retorica, è stato davvero una persona straordinaria. E questo, benché raro, accade.
Naturalmente, era un uomo fatto anche di ombre, come tutti del resto. Molte di queste emergono comunque, anche in un discorso complessivamente elogiativo. Faccio solo un esempio: era noto per i suoi scatti d’ira, che tutti ricordano – talvolta anche aspri e violenti. Ma era sopra tutto una figura di una generosità senza confini, a diversi livelli. Credo che leggendo le pagine del libro si colga proprio questo: l’elogio c’è, ma in larghissima parte è meritato.
Fermiamoci ancora un attimo su Manzoni. Mi piacerebbe sapere di più sullo studio su Don Ferrante accarezzato da Mattioli, quand’era ormai anziano e malato.
Mattioli aveva lasciato la presidenza della Commerciale e sognava di dedicarsi a questa «piccola ricerca storica», come la definisce lui. In realtà, non era una curiosità marginale: per lui significava misurarsi con uno dei personaggi più colti ed eruditi dei Promessi sposi.
Si coglie bene il punto se si citano le sue parole sul «non comandare né ubbidire»: è quasi un autoritratto, un modo di riconoscersi in Don Ferrante. Mattioli si mise a ricostruire con pazienza l’itinerario topografico del viaggio di Renzo nella Milano della peste, fino a ipotizzare quale fosse la casa del «povero ‘filosofo’ morto prendendosela con le stelle».
È una vicenda che ci parla di Mattioli quanto di Manzoni. Non solo perché dimostra quanto fosse ancora “studente” – come scrisse lui stesso citando Mefistofele – ma perché rivela una tenacia e una curiosità che non lo hanno mai abbandonato. E, soprattutto, perché se c’è stato un uomo che non avrebbe mai imputato “alle stelle” le vicende di quaggiù, quello era proprio Raffaele Mattioli.
Percorrere il tuo libro significa percorrere la migliore cultura italiana del ’900. E respirare, per rubare la bella immagine di Giacomo Debenedetti qui riportata da Mario Soldati, l’aria di «ventilati altipiani». Le apparizioni di Contini, ad esempio, sono preziose (per lui Mattioli era un Galiani aggiornato). Ma persino commovente è la presenza di Sraffa.
Certo, Mattioli è una porta d’ingresso privilegiata alla migliore cultura italiana del Novecento, e Sraffa rappresenta forse il legame più intimo e sorprendente di questo mondo.
La presenza di Sraffa nel libro è per me commovente perché ci permette di vedere Mattioli “da dentro”, attraverso un rapporto autentico e raro. Non era solo l’amicizia tra due grandi economisti, ma un’intesa profonda, affettiva, intellettuale. Gli aneddoti che riporto – l’incidente alpinistico in Norvegia per cui Mattioli si mise subito in viaggio, le visite a Parigi e in Inghilterra – raccontano di un rapporto quasi familiare, anche se la parola familiare mal si addice a Sraffa. Ma è proprio così che viene percepito: quando Sraffa arrivava a casa, Mattioli usciva dopo cena, contrariamente alle sue abitudini, e la famiglia capiva subito che si trattava di lui.
Attraverso Sraffa, Mattioli mantiene fin dal 1931 contatti clandestini con il Partito comunista: un dettaglio che dice molto della sua complessità. E accanto a Sraffa ci sono altre figure-chiave come Giorgio Rodano e Felice Ippolito, che compongono un tessuto di relazioni impressionante. In questo senso Sraffa non è solo “il più grande amico di Mattioli”, è anche una lente attraverso cui leggere un pezzo della storia politica e culturale italiana del Novecento.
A proposito di Piero Sraffa. Ti soffermi anche sui legami intellettuali e personali tra Mattioli e gli intellettuali di origine ebraica. Domò Antonello Gerbi…
Mattioli non era fascista – lo sapevano tutti e tutti lo sottolineano – eppure nel 1933 Mussolini non ebbe nulla da obiettare quando la Commerciale, allora uno dei centri nevralgici dell’economia italiana, fu affidata proprio a lui, cresciuto alla scuola di Joel e Toeplitz. La sua fama di competenza, cultura e soprattutto onestà era tale da mettere soggezione.
Questa indipendenza dal regime si tradusse in scelte concrete. La banca divenne un rifugio per antifascisti e intellettuali: accolse Malagodi, giovanissimo collaboratore diretto; poi Ugo La Malfa, perseguitato politico reduce da una compagnia di disciplina; Sergio Solmi, poeta, all’ufficio legale; Giuseppe Saragat, futuro Presidente della Repubblica, mandato a Vienna quando aveva bisogno di lavorare e di “cambiare aria”. E, come ricordavi tu, trasferì funzionari ebrei nelle filiali straniere durante le leggi razziali: Antonello Gerbi, per esempio, venne mandato a Lima.
Questi episodi, che ho voluto ricostruire nel libro, dicono molto più di qualsiasi etichetta. Mattioli ripeteva con orgoglio «mi considero un ebreo onorario», e non era una battuta, ma la sintesi di una rete di rapporti, di amicizie e di scelte che mettono insieme intelligenza e responsabilità civile.
Hai pubblicato di recente Se non vado errato coi ricordi, un saggio su Casanova. Ecco un altro autore (e personaggio) eclettico ed imprendibile. Lui e Mattioli, nient’affatto italiani e italianissimi. Possono stare sullo stesso scaffale?
Non solo li tengo su due scaffali diversi, ma su due librerie fisicamente distanti! Devo confessare, però, che verso Casanova ho nutrito sempre un particolare fascino: è l’autore di cui ho scritto dopo averlo amato a lungo. Perché è profondamente vitale: ti affascina, ti fa ridere, ha una vita straordinaria – donne a non finire, avventure di ogni sorta, un po’ baro, un po’ furbo, un gran cialtrone, sempre in viaggio per l’Europa, sempre sul palcoscenico. Mattioli invece è l’opposto: casa-banca, banca-casa, cene a casa, amici a casa, pochissimi viaggi se non per lavoro, si è risposato solo perché era rimasto vedovo… e prima di dormire traduceva pure Shakespeare. È difficile immaginarli sullo stesso scaffale – fatta eccezione per quelli dei miei colleghi e amici.
Di Mattioli mi sono innamorata pian piano, come ti dicevo prima. E ho ancora voglia di approfondire: spero che la prossima grande ricerca possa essere dedicata al suo apporto alla collana «La letteratura italiana. Storia e testi» e, più in generale, a quella che consideriamo la più preziosa collezione di classici italiani. In proposito, ti faccio dono delle parole di Riccardo Ricciardi, che gli scrisse a impresa conclusa: «Caro Raffaele, il miracolo si è compiuto e soltanto a te dobbiamo essere grati». Mattioli, con la sua ironia, avrebbe subito controbattuto che «parlar di miracoli fuor de la Chiesa porta jella»; ma, in questo caso, il miracolo è tuttora sotto gli occhi di tutti.
L'autore
- Davide Di Falco si è addottorato presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi in Storia della lingua italiana dedicata alla categoria di espressionismo linguistico. Attualmente è borsista e collaboratore dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Studia lo stile della prosa saggistica italiana del secondo Novecento, con particolare riferimento ad Angelo Maria Ripellino, Cesare Garboli e Mario Bortolotto. In corso di pubblicazione una monografia dedicata alla lingua e allo stile di Antonio Cederna.

