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Carlo Lorenzetti e il disegno

Per la prossima mostra di disegni all’Accademia di Belle Arti di Roma
(dal 4 novembre 2025)

Uno degli ultimi disegni di Carlo Lorenzetti, Io sono un filo d’erba, del 2023, realizzato per la mostra che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ha dedicato al centenario della nascita di Rocco Scotellaro, era accompagnato da una testimonianza fatta motivo di profonde riflessioni sulle modalità espressive di una invenzione poetica e del suo incontro con l’immagine, “nella direzione della sintesi, dell’essenzialità e della leggerezza”. Come a dire, di un metodo.

Il metodo di lavoro di Lorenzetti disegnatore ha regole segrete. Agisce sulla percezione di chi guarda i suoi fogli, evitando di proporre configurazioni evidenti, come accade in scultura. Sembra, anzi, di voler indagare nelle pieghe occulte della scultura, alla ricerca dell’imprevedibile e del sorprendente, di stati d’animo tra reazioni intermedie, di fattori accidentali, indistinti, che si facciano tema di una costante indagine e colpiscano più profondamente dell’oggetto che fino a ieri si poneva frontalmente.

I fogli, l’uno accanto all’altro, diventano una sequenza di specchi pronti a riflettere ciò che Lorenzetti ha appreso e quanto ancora gli è ignoto, a materializzare quello che ha intuito per la prima volta, a segnare il mutamento dei rapporti di liberazione dell’autocoscienza, tale da permettere alla componente misteriosa di entrare, all’idea straordinaria di farsi raggiungere o di tradursi in commento critico sul contenuto della stessa scultura.

L’esplorazione del mondo visibile, tuttora capace di creare ogni sorta di magia di spazi attraverso l’architettura che ci circonda (non bisogna dimenticare, tra i suoi maestri, Ludovico Quaroni che nel disegno progettuale metteva in atto una metodologia fortemente pragmatica e stimolante, coinvolgente ed efficace per una educazione visiva della forma, o il silenzioso Afro pronto a guidarlo in un assiduo processo di semplificazione), fa del disegno un laboratorio di sperimentazione dei segreti della forma, della linea e del colore, elementi che rendono visibile l’oggetto e costituiscono un originale vocabolario del linguaggio espressivo.

Naturalmente, Lorenzetti, proprio come accade in scultura, quanto più le immagini si fanno indecifrabili, tanto più ne conferma la verità emotiva, la possibilità di porre l’innocente impurità nei termini abituali del bianco e nero con sprazzi improvvisi di punti-luce colorati. Non, dunque, una mera connessione di associazioni razionali, ma l’atto consapevolmente disciplinato del disegnare in modo obiettivo ciò che vede necessario, ciò che rimane testimonianza di quanto accade sul foglio, delle componenti ignote che l’attraversano, del colore che all’improvviso si colloca in posizioni predestinate.

La materia del disegno (carta granulosa, grafite, pastello a cera, acquarello, legno, batuffoli di lana, punti metallici, fiammiferi, ecc. che portano alla “gaia scienza del fare”, alla sostituzione del foglio di carta con il foglio di metallo e, quindi, a: Diapason dello spazio, Tentacolo d’arcobaleno, Tensospazio, Cosmoconico, Lunante, Aquilante, Astroferroso, Dardobaleno, Squarcio di luna, Puntaspazio, Spazionda, Tensarco, Segni dell’aria…) è di per sé resistente alla volontà e contraria ad affermare il suo piano e a restarvi immobile, in attesa della forma-base, di quell’unità plastica cui tenacemente tende. Perciò, Lorenzetti corteggia, conquista e violenta la materia lavorando sulle cose che vede, combinandole nel margine esistente tra le cose stesse, nell’ombra dell’oggetto, facendo di quest’ombra una ulteriore materia su cui lavorare per elaborare un’idea di composizione, di progetto spontaneo eseguito ad intervalli successivi.

Il disegno perviene, ogni volta, all’estrema semplificazione del soggetto, senza descrivere nulla se non il suo movimento e la natura autonoma della scultura, la necessità di una propria estensione, anche quella della parete alla quale viene sospesa, la sensazione della forza di gravità che agisce su di essa nello spazio reale e ne mette in risalto le proporzioni, la massa, la grandezza, ovvero la fisicità.

Queste qualità della scultura vengono rese visibili dal disegno, dalla sua indipendenza di linguaggio, da quell’additivo che è il colore, disposto a sottolineare l’aspetto ottico dei segni sovvertendone quello fisico. Dove il colore assume una tinta neutra, la forma acquisisce una messa a fuoco di fattori che informano la costituzione delle superfici della scultura; quindi, le considerazioni sulla luce che il metallo assorbe per farsi reale come lo spazio che la contiene.

Lampante, in tutto ciò, è la franchezza della struttura unitaria dell’opera, tanto più alta quanto più complessa ne è l’esperienza, la capacità e l’ordine delle relazioni, la persistenza di un modello predominante sulla gerarchia dei prototipi fissati in ordine di estensione e misura, legati indivisibilmente insieme dalla forza di coesione che è il disegno.

Lorenzetti si sente, attraverso il disegno, più vicino alla scultura. È il solo modo per non interromperne il contatto. Dove l’ordine prestabilito della scultura fallisce, ritroviamo l’essenza del segno che documenta il senso dello stile come un fatto di immediata intuizione, come veicolo emozionale, come sussulto che elimina la forza iconografica che lo sostiene, l’intenzione arcaica, il rapporto profondo dell’uomo con il cosmo. Tutto ciò favorisce il valore dell’atto plastico in sé che porta al superamento di ogni cristallizzazione dell’energia, concentrata dapprima nel nucleo centrale del foglio e poi diramatasi nella totalità della scultura che coagula tutte le tensioni della linea tesa come un impulso elettrico.

Il senso nuovo dello spazio previsto sul foglio di carta è indivisibile dal procedimento tecnico e dall’immagine generatasi in sequenza. Questi tre elementi agiscono in unità organica seguendo un metodo preciso, già palese nei disegni del 1963, che accompagnano alla grafite l’uso della tempera a tampone, e nelle scatole del 1976 che trasformano in segno lo scatto del punto metallico o la stretta del fermaglio. Ogni forma illusionistica si dissolve, la superficie si estende a dismisura, pronta ad accettare il fitto tessuto delle nubilunghe del 1979 o dei tornadi del 1982 dove non è esente una sorta di sorvegliato automatismo nello spostarsi da un luogo all’altro di grandi masse di segni simili a trombe d’aria.

La superficie, dunque, è un campo, come negli artisti della Scuola di New York o del nostro Toti Scialoja, che travalica il senso del supporto per mettersi direttamente in contatto con chi guarda, dando al foglio un di più che permetta di ricevere strisce simili a folgori, nembi, turbini o cicloni di linee che il colore carica di una vibrazione avvolgente.

Lo spettro geometrico in cui la forma si inserisce sotto l’emblema dell’ovale vaporizzato e schiacciato ma con qualcosa di vivente, dinamizza la forma stessa accogliendo un segno-luce che monumentalizza apparizioni brucianti, contrarie alla figurazione tradizionale ma anche a ogni costituzione di immagini usuali.

L’adattamento compiuto dalla scultura attraverso i materiali non si applica al disegno che agisce nello spazio sempre più ampio del foglio e in quello circostante ponendosi ogni volta come una rappresentazione concitata. Il supporto, dunque, si piega a precise e complesse utilizzazioni portate avanti con continui attacchi alle convenzioni. La marcata linea orizzontale o verticale, presente fin dal 1975 a barrare, tagliare, delimitare, iterare un vuoto, una spaccatura, un groviglio di segni debordanti, fa pensare a un dislocamento di piani diversi, ad altezze disuguali di inquadrature. È soprattutto il momento nodale del rapporto che Lorenzetti fissa con la scultura della quale, mediante il disegno, cerca di rivedere i punti insoluti, quelle posizioni che meglio rappresentano un particolare senso della realtà, la comunicazione di un gesto scandito nello spazio, di un dono di poesia. Scrive Lorenzetti: “Il disegno è un fulcro importante per tutto il mio lavoro. Esso costituisce, innanzitutto, una realtà autonoma, con una sua specificità e assolutezza. Rappresenta il modo più immediato e spontaneo per dare corpo ai miei fantasmi, alle mie immagini, per scoprire i diversi valori del segno, del chiaroscuro, e così via. È una libera esplorazione nel mondo della fantasia”.

 

 

 

L'autore

Giuseppe Appella
Giuseppe Appella
Giuseppe Appella è uno storico e critico d'arte.