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L’opera aperta di Nunzio

“Nunzio anni ottanta” alla Galleria dello Scudo di Verona, con quindici opere datate 1980-1989, provenienti dalla collezione di Fabio Sargentini, e il ricco catalogo che l’ha subito dopo accompagnate, a cura di Laura Lorenzoni, con testi di Claudio Spadoni, Elena Giulia Abbiatici e lo stesso Sargentini “occhio di Falco”, traccia un ulteriore punto a favore di Massimo Di Carlo proteso, da sempre, ad offrirci occasioni preziose nella ricostruzione di incroci nodali della storia dell’arte del Novecento. Perché Nunzio, fin dai suoi inizi, ha intrecciato il suo lavoro con un gallerista, dall’occhio infallibile, che è anche un intellettuale raffinato (basta leggere le belle pagine in catalogo, relative a una sua prima visita nello studio “bianco e gelido” dello scultore), con maestri come Toti Scialoja e Gabriella Drudi che hanno segnato chiunque abbia incrociato le loro vite colme di pensiero, poesia, memorie nascoste o seminascoste alla coscienza eppure capaci di indirizzare l’esplorazione, oscura, delle passioni che incapsulano grandiosamente il senso del mistero che ci circonda, lungo il sentiero popolato di angeli e demoni, tentazioni e meteore, profonde malinconie, ma dischiuse al segreto di un talismano – l’istante, la durata – leggero come una piuma, occultato tra modanature sagomate e frammenti di motivi architettonici messi insieme verticalmente o orizzontalmente, secondo un procedimento ripetibile e addizionabile, quasi monumenti funerari frequentati tra contemplazione e smarrimento, dove il gesso e il legno, il piombo e il ferro, la tempera e il carboncino, la pece, i pigmenti, le combustioni suggeriscono lo spazio e la distanza.

E quanta leggerezza ci sia, quattro decenni dopo, nelle creazioni di una giovinezza attenta ai campi di colore stratificato di Mark Rothko, ai segni incisivi di Arshile Gorky, alle forme reinventate di Pino Pascali ma disposta anche a riflettere sulle testimonianze significative della storia e della creatività umana come luoghi dove il tempo concreto viene proiettato nel tempo mitico e lo spazio che le accoglie si fa centro del mondo, lo restituisce la mostra perfettamente impaginata attraverso la tensione complessa, al limite dell’ossessione (non dissimile da quella dei labirinti di Scialoja) con la quale le sculture sono progettate, erette, messe in correlazione, dando origine a opere aperte, infinitamente estensibili, ma con un ritmo assolutamente proprio, che Nunzio è riuscito a cogliere liberando la sua vocazione costruttiva, facendovi confluire le culture plastico-architettoniche che avevano colpito la sua immaginazione trasformandole in potere evocativo, così evidente negli acquarelli dei primi anni ottanta che Gabriella Drudi legge come “levitazione stagnante della memoria e del sogno” approdati – una delle premonizioni di quegli anni vibranti – nell’isola della scultura dove il linguaggio espressivo, per severità di concezione e purezza grafica, distacca il proprio stile dalle circostanze e dalla contingenza.

Tra il 1984 e il 1989, con le tre mostre all’Attico di Fabio Sargentini, presentate, la prima e la terza da Giuliano Briganti, la seconda da Achille Bonito Oliva, quasi a voler evidenziare la relazione costante tra passato, presente e futuro, senza trascurare le personali a New York (Annina Nosei, 1985 e 1987), nei musei di Belgrado-Lubiana-Skopie (1987), a Basilea (Galerie Triebold, 1989), a Parigi (Galerie Di Meo, 1989) e le collettive fondamentali di Albi (1984), Nizza e Bologna (1985), Francoforte e Venezia (1986), Budapest (1987), Ridgefield (1988), Bologna e Leningrado (1989), che lo pongono sotto gli occhi della migliore critica internazionale, l’opera originale e sorprendente di Nunzio, al suo apparire e rapido evolversi in un decennio di fermento oggi inimmaginabile, non mancò di suscitare – per il suo accento moderno cui pure faceva eco il ricordo della grande statuaria e la passione per la materia, per le cose ritmiche, precise, dal segno icastico – quell’attenzione riservata a identità puntuali e risolute nel portare allo scoperto, con gesto diretto e fulmineo, relitti di forme montate in piani e compartimenti dalla sobria e asciutta costituzione, non aliene da relazioni e contaminazioni con quanto di più attuale gli accade intorno, concettuale e performance compresi.

Non è un caso, perciò, se gli anni ottanta, dopo il Premio della Biennale di Venezia nel 1986, si chiudono, nel nome di Alfred Jarry, con il “Premio Ubu” per le scenografie de “Le Troiane” di Euripide diretto da Thierry Salmon sui ruderi di Gibellina, gli stessi dove nel 1986 Scialoja aveva approntato le macchine sceniche per “Il ratto di Proserpina” di Rosso di San Secondo che annotano il ritorno alla scultura del pittore romano “folgorato” nel 1982 dalla pittura nera della Quinta del Sordo di Goya.

Qui, dove il Cretto di Burri è nella sua prima fase costruttiva ma già connota la Valle del Belice, tra i frammenti del paese distrutto dal terremoto nel 1968, Nunzio trova conferma che è il segno a inventare lo spazio, a generarlo invadendolo di immagini non desunte dalla natura ma dal potenziale figurativo insito nello stesso materiale dai contrastati giochi luminosi, a descriverlo attraverso emblemi misteriosi, a inciderlo, definirlo e chiarirlo sintetizzando gli effetti allusivi e simbolici della plasticità più avveduta. Proprio come avviene in due opere intelligentemente messe a confronto nella mostra: “Tentazione”, del 1989, e “L’Aperto” del 1987 dove le Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke hanno fatto breccia senza la tentazione di rincorrere Martin Heidegger e la comparazione-scontro tra due combustioni su legno che prendono possesso dell’ambiente che le ospita ora spalancandosi ora chiudendosi per sondare con assoluta libertà, senza mai imprigionarlo, limiti e possibilità dello spazio articolato e impressionato dalla loro collocazione.

Nunzio può attuarlo perché il suo sguardo è aperto e sente ogni azzardo, anche quello di scandagliare costantemente il suo inconscio, come esperienza idonea per superare la precarietà e l’insufficienza di certa scultura non più sentita come manifestazione di una particolare civiltà della forma e che, al contrario, in America, David Smith e Louise Nevelson portano avanti attraversando i confini di un territorio ogni giorno più vasto e marcandolo con monumenti di energia e di riflessioni, privilegi che “Meteora”, del 1986, raggiunge accedendo alla natura delle cose con un equilibrio perfetto, privo di contrapposizioni e, soprattutto, di schemi articolati e mediazioni capaci solo di sottrarre energia all’emozione fatta espressione poetica.

Il gioco, l’immaginazione, la fantasia, che pure arricchiscono gli impulsi che animano la scultura di Nunzio, danno un contributo notevole alla ricerca di uno stile distaccato dagli obblighi e dai legami che contraddistinguono la vita quotidiana, teso com’è ad afferrare le istruzioni e le nozioni per interpretare l’universo che ci circonda. Dove, come ricordava Gabriella Drudi, “l’ansia di fare arte non è che l’attesa di un incontro, braccando relitti di forme, sul chi vive al balenare dell’immagine, finché si avveri un’identità conosciuta che si offrirà reale allo stesso titolo di una bocca, di un grido”.

 

 

L'autore

Giuseppe Appella
Giuseppe Appella
Giuseppe Appella è uno storico e critico d'arte.