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Il Manzoni «porno» di Piero Chiara

Irregolare negli studi, nel lavoro e nella vita, Piero Chiara (1913-1986), narratore di storie e romanziere di successo, quando ripetette la terza elementare, per ottenere la promozione, i suoi genitori dovettero assicurare ai docenti che non lo avrebbero più iscritto presso quella scuola pubblica, pena la seconda bocciatura. A fatica, Chiara, e solo per accontentare i suoi genitori, conseguì un diploma tecnico, molti anni dopo, nel 1929. In classe, comunque, in quella terza elementare, Piero Chiara ebbe come compagno Vittorio Sereni (1913-1983), futuro poeta e scrittore, che, decenni e decenni dopo, nel 1962, da dirigente della Mondadori, avrebbe accolto, per una collana della casa editrice milanese, il primo e tardivo romanzo di Piero Chiara (pubblicato a 49 anni suonati): Il piatto piange. Sereni fece bene, al di là dell’antica amicizia (entrambi di Luino, nel varesotto, coetanei, e dello stesso ambiente familiare, visto che i due rispettivi genitori erano funzionari di dogana), perché aveva riconosciuto, nel dattiloscritto dell’amico, il narratore puro, il contastorie d’eccezione, che, a partire proprio da quel primo romanzo, avrebbe venduto, negli anni, più di quattro milioni di copie di libri, con i suoi romanzi e con i suoi racconti, fino a La stanza del vescovo, del 1976, capolavoro assoluto di quel mondo, la provincia italiana, e di quel modo narrativo, l’attenzione che Chiara riservava alle piccole cose e alle persone comuni, alle loro piccole occupazioni, ai loro drammi, ai loro amori, al turbinio dei sensi, con uno stile disinvolto e divertito, mai ipocrita, e mai giudicante, mai, cioè, ipocritamente giudicante. Dunque, piccole storie della piccola provincia italiana, con tematiche anche d’impatto (omicidi, adulteri, ossessione erotica). Nel 1944, per evitare un ordine d’arresto del Tribunale fascista, scappò in Svizzera, dove chiese lo status di rifugiato politico, perché era stato condannato a 15 anni di reclusione, per aver esposto il 26 luglio 1943 (dopo la caduta di Mussolini da capo del governo) la foto del Duce nella gabbia degli imputati, presso il tribunale di Varese, dove lavorava come cancelliere. Fu iscritto alla Massoneria, e divenne vicesegretario nazionale del Partito Liberale Italiano.

Chiara fu lettore onnivoro, da Boccaccio, a Lazarillo de Tormes; da Baudelaire, a Rimbaud e a Verlaine; da Pirandello, ai romanzieri russi e francesi dell’Ottocento. Ma soprattutto, da gran bighellone e perdigiorno, fu un osservatore d’eccezione, per strada, nei bar, nei circoli del biliardo, dappertutto, ore e ore a guardare la vita, le persone, i tipi umani. Da giovane, praticò la boxe e la lotta, e poi scrisse di sport, in modo particolare di ciclismo, per varie testate giornalistiche, come, di recente, ha ricordato Alberto Brambilla, pubblicando un’antologia degli scritti sul ciclismo di Piero Chiara, Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote. Scritti sul ciclismo 1969-1985, Nomos Edizioni. Nel 1968, oramai famoso, e romanziere di successo, Chiara fu invitato dalla Rai a commentare in diretta televisiva il Giro d’Italia (in collaborazione con un giovanissimo Paolo Frajese, che seguiva invece le tappe in strada, a cavallo di una motocicletta). Alcuni interventi riuniti da Alberto Brambilla nella sua agile e gustosa antologia, propongono storie sulla nascita del ciclismo, sul fascino senza tempo del Giro d’Italia, autentico appuntamento nazional-popolare dello sport italiano. In uno di questi “pezzi”, con il suo consueto e caratteristico sguardo ironico, Chiara si chiedeva come mai l’invenzione della bicicletta fosse sfuggita a quel gran genio di Leonard da Vinci, ipotizzando che la ragione di tale disattenzione fosse da ricercare nella natura aristocratica del carattere di quell’uomo di genio:

…inteso alla costruzione delle grandi macchine… l’idea di un mezzo di spostamento veloce per lavoratori, contadini, fattorini e altra minuta gente, non allettò il suo cervello.

Il titolo dell’antologia curata da Alberto Brambilla allude al grande campione del ciclismo Alfredo Binda (1902-1986), considerato uno dei più forti di tutti i tempi, il campionissimo, cinque volte campione d’Italia e due volte campione del mondo, e al gregario Augusto Zanzi (1904-1979), varesino, che partecipò al Giro d’Italia negli anni Trenta, e che da signor nessuno assurge agli onori della storia patria sportiva. E di tanti altri, compreso il bergamasco e popolarissimo Felice Gimondi (1942-2019), ciclista tanto generoso quanto taciturno.

Scrisse anche per ragazzi (Le avventure di Pierino al mercato di Luino), e due biografie, una dedicata a Giacomo Casanova (La vera storia di Casanova), l’altra a D’Annunzio. Fu anche traduttore (sempre per Giacomo Casanova, pubblicò in forma integrale la sua auto-biografia, Histoire de ma vie, e il Satyricon di Petronio, come anche la poesia di Miguel Hernandez, poeta spagnolo, amico di Garcia Lorca e di Pablo Neruda, morto nelle carceri franchiste nel 1942, non ancora quarantenne). Il suo romanzo capolavoro fu La stanza del vescovo, pubblicato nel 1976, immediatamente tradotto in molti paesi, e portato a cinema lo stesso anno, con la regia di Dino Risi, e con Ugo Tognazzi e Ornella Muti come attori protagonisti. Spesso, nei film tratti dai suoi romanzi o dai suoi racconti, Chiara si pregiava di apparire con piccole parti. Inoltre, collaborò per la sceneggiatura di molti film tratti dai suoi libri (quasi un modo di non staccarsene del tutto, di non abbandonarli in mani altrui), con registi come Alberto Lattuada, e con altri (per esempio, scrisse la sceneggiatura del film di Alberto Lattuada Venga a prendere il caffè… da noi, del 1970, tratto dal suo romanzo La spartizione, che era del 1964). Fu anche autore, nel 1978, della sceneggiatura della mini serie televisiva Il ritorno di Casanova, tratta dall’omonimo racconto del 1918 dello scrittore e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler, con regia di Pasquale Festa Campanile.

Rientra tra i suoi interessi per la sceneggiatura, e, più in generale, per il cinema, la ri-scrittura de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, non in forma di parodia, ma di vera e propria re-invenzione narrativa: I promessi sposi secondo Piero Chiara, scritta negli anni 1970-1971, e pubblicati, per la prima volta, da Mondadori nel 1996. Sceneggiatura di un film che, però, non fu mai realizzato, anche perché il testo di Chiara è completo solo per la prima parte, in forma di sceneggiatura; ma nella seconda parte resta un trattamento, più che una sceneggiatura, con molti aspetti ancora da sviluppare e da definire. Chiara ne parlò con l’amico (regista e sceneggiatore) Marco Vicario (1925-2020), al quale il progetto piacque, e con il quale, a vario titolo, Chiara aveva già collaborato (comparve infatti con un ruolo secondario nel film Homo Eroticus, di Vicario, una commedia erotica del 1971; lo stesso Vicario girò il film Il cappotto di Astrakan, nel 1980, tratto dall’omonimo romanzo di Chiara).

Molte le novità e le differenze, in questa sceneggiatura, rispetto al testo manzoniano, a cominciare dal personaggio di Lucia, che, per Chiara, è una giovane prosperosa contadinotta, dal seno florido e dai fianchi potenti, molto generosa con gli amanti (Lucia, infatti, contemporaneamente, è amante di don Rodrigo, di padre Cristoforo, e dell’Innominato, fino a sposare, alla fine della storia, don Ferrante, rimasto vedovo per la peste, dal quale avrà un figlio). Per salvare Renzo da un mandato di cattura, Lucia lo farà assumere come cocchiere da don Ferrante (nel frattempo, il lettore apprende che Renzo, rimasto a lungo vergine, a Bergamo è diventato “finocchio”).

In un appunto del manoscritto, Chiara annota di aver letto il romanzo di Manzoni un paio di volte nella vita, «a cominciare dall’età di tredici anni», ma di averci pensato su a lungo, confessando di aver scritto la sceneggiatura rigettando la facile formula della parodia, ma esattamente così «come l’avrebbe scritto lui oggi». Anche per la lingua utilizzata da Manzoni, Chiara esprime dubbi e perplessità, ritenendo, piuttosto, da lombardo, che Manzoni avrebbe ben voluto scriverlo in milanese, e senza “scivolate” religiose. Un Manzoni dunque disincantato e carnale, più umano e libero, quello che emerge dalla sceneggiatura di Piero Chiara, che riesce a portare alla luce la parte nascosta dei vari personaggi manzoniani. Chiara, per esempio, s’interroga anche sull’assenza, sia per Renzo che per Lucia, di informazioni sulle due rispettive famiglie. Su Renzo, Chiara allinea un fuoco di fila di interrogativi (che restano tutti senza risposte):

Renzo che uomo era? Ci viene descritto entro certi limiti. Manzoni non ci dice di chi è figlio Renzo. Si dovrebbe pensare che è orfano. Forse immigrato, Renzo? Non si direbbe. Ha una casa nel paese, una vigna… Non ha un parente, come non ne ha Lucia, che è senza padre, zii o zie…

Piero Chiara muta il cognome di Renzo da Tramaglino in Brambilla; quello di Lucia, da Mondella in Castagna; Azzeccagarbugli diventa dottor Gilardoni, al quale viene aggiunto, come personaggio, anche un avvocato che difende i poveri, il dottor Rusconi, che tutti però chiamano Rugamerda; sarà costui, infatti, nella sceneggiatura, a suggerire a Renzo l’espediente del matrimonio a sorpresa. L’Innominato prende il nome di Bernardino Visconti; e Perpetua è la moglie di don Abbondio. Agnese è una vecchia mezzana che guida la figlia nella scelta opportuna degli amanti. Renzo è (il solito) tontolone, che, qui, viene gabbato da Lucia, con la complicità di Agnese, e poi anche dai vari signori e signorotti di turno (compreso frate Cristofaro). Con il personaggio di Lucia, la storia dei due «promessi sposi» si fa erotica, se non pornografica, pur muovendosi in parallelo con l’intreccio del romanzo manzoniano. Ecco alcuni passaggi della sceneggiatura di Piero Chiara:

Casa di Lucia. C’è gente vestita a festa nel cortile e sulle porte, bambine in bianco, donne, qualche amico di famiglia.
Nella sua stanza al primo piano Lucia si sta vestendo per la cerimonia. È una donna sui ventidue anni, pallida, dall’ovale perfetto, dagli occhi grandi e scuri, dai capelli nerissimi divisi sulla fronte e raccolti in una grossa crocchia sulla nuca. Le sue forme sono esuberanti. La vediamo discinta, cioè con indosso delle lunghe mutande bordate di pizzo e una camiciola dalla quale prorompe un seno monumentale. Due amiche cercano di allacciarle il busto, facendovi entrare a fatica il seno dovizioso e ribelle. Le mutande, di foggia antica, sono aperte sul didietro e lasciano intravedere le anche potenti. La faccia di Lucia non è allegra. Pare, anzi, contrariata.

Segue la lunga scena del racconto chiarificatore tra Lucia e Renzo, presente Agnese, a riguardo delle avances di don Rodrigo. Nel racconto, Lucia omette alcuni dettagli allo sciocco e credulone Renzo, specie quelli più piccanti, che ovviamente Agnese ben conosce, come, per esempio, il racconto della seguente scena, che si svolge all’interno di una stanza del castello di don Rodrigo:

In una stanza del Castello, sovraccarica di broccati consunti dalla polvere, e di tele annerite con ritratti di famiglia, la luce entra da una finestra a bifora. Sopra un letto a baldacchino giocano, ancora vestiti, Don Rodrigo e Lucia. Lucia cerca di sfuggire al gentiluomo che la sbaciucchia sul collo e le passa le mani intorno alla vita. Finalmente si baciano a lungo. Le mani di Don Rodrigo coi polsi sui quali scende il pizzo della camicia bene in vista, armeggiano dietro la schiena di Lucia, lungo una fila di bottoncini.
Lucia è senza corpetto ma ancora con le gonne. Si vede il suo busto, con le stringhe allargate sempre più verso l’alto.
Don Rodrigo è riuscito a slacciarle il busto e si trova tra le braccia i seni di Lucia che sono sgorgati dalla camiciola.
Lucia in mutande e camiciola aperta e senza maniche, corre ridendo intorno al baldacchino inseguita da Don Rodrigo che è a torso nudo e coi pantaloni afflosciati sugli stivali.

Così pure, di grande effetto erotico, la scena nel convento di Pescarenico, tra Lucia e frate Cristofaro, sempre con Agnese che spinge la figlia tra le braccia del frate cappuccino, e che l’aspetta (come fa ogni domenica) in chiesa:

AGNESE Vai.
Lucia si alza, va verso l’altare, si genuflette davanti al tabernacolo, poi si volta verso la sacrestia. In sacrestia la aspetta Padre Cristofaro, un bell’uomo di circa quarant’anni, magro, nasuto, con la barba bionda e fluente, due occhi di fuoco e una chioma da Nazareno.
FRA CRISTOFORO (avanzando le mani e prendendo quelle di Lucia) Lucia! Mi sembra un secolo! E ti ho vista solo ieri…
LUCIA Sì, ma non deve venire così di spesso a casa mia. La gente osserva… E anche Renzo…
FRA CRISTOFORO Ma la mia veste…
LUCIA La sua veste! Bello, lui! Come se la gente non lo sapesse cosa ci ha sotto la veste! (minacciandolo per finta con la mano) E sanno anche che lei si è fatto frate per una donna. O meglio perché ha sbudellato quel Conte di Vigevano che si era messo in testa di portarle via l’amica. Del resto, me l’ha raccontata lei la storia…
FRA CRISTOFORO (sorridendo) Mattacchiona! Ma comunque, hai ragione tu. È meglio esser prudenti… Tua madre?
LUCIA (tranquillizzandolo) È in chiesa. Non si muoverà. Le ho detto che vi devo parlare a lungo (con un sorriso e una guardata maliziosa di sbieco) come tutte le domeniche.
Il frate prende con le due dita un gomito di Lucia e la avvia delicatamente verso una porta che immette all’interno del convento.
In una specie di ufficio con molti libri alle pareti, un grande crocifisso con al piede un teschio sopra un tavolo sparso di carte, qualche quadro sacro e una statua di san Giuseppe colla verga fiorita in mano in un angolo, si vede, dentro una specie di nicchia, un divanaccio senza sponde. Lucia vi si accomoda […].
Lucia, portando le mani dietro il collo apre il fermaglio d’una catena d’oro che le scende sul petto e la posa sopra un tavolino che è di fianco al divano. Incomincia poi a slacciarsi lentamente il corsetto, cominciando dal primo bottone che ha proprio sotto il mento. Arriva solo alla base del collo.
FRA CRISTOFORO Ah! Così! Sarò io allora che penserò a far passare la voglia a lui di stuzzicarti. Eccome ci penserò!
Guarda intensamente verso Lucia e il suo viso si fa in una smorfia libidinosa, perché Lucia è certamente arrivata agli ultimi bottoni e ha messo in mostra il petto.
Il frate si alza lentamente, sempre con l’occhio fisso al divano dove c’è Lucia…

L'autore

Trifone Gargano
Trifone Gargano
Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.