La controversia con Indire sul progetto PLURI-UNI prende avvio lo scorso luglio, quando viene notificata la prima valutazione da parte dell’Agenzia Nazionale: un documento già allora ricco di argomentazioni fantasiose e infondate, che ho avuto modo di contestare sia in un articolo sulle pagine di questa rivista, sia tramite una replica formale a mia firma, datata 8 agosto. La scorsa settimana Indire ha risposto con un documento che, anziché considerare le osservazioni contenute nella valutazione iniziale o le mie repliche fondate su documenti istituzionali e un’ampia letteratura scientifica, introduce nuove motivazioni. Si tratta però di argomentazioni improprie, sotto un duplice profilo: da un lato formale, poiché l’Agenzia avrebbe potuto solo sostenere e chiarire le prime osservazioni, uniche ormai utilizzabili nel processo valutativo; dall’altro contenutistico, poiché si insiste su posizioni insostenibili, mai sostenute né dalle istituzioni europee né dalla comunità scientifica.
Difatti, Leggere la nuova replica di Indire al progetto PLURI-UNI è un po’ come assistere a un dialogo tra sordi: se dal canto mio ho cercato di presentare argomentazioni precise, circostanziate e fondate su linee guida europee, la replica dell’Agenzia nazionale Indire si limita a ripetere luoghi comuni sull’“italiano lingua difficile”, sulla “lingua domestica” (forse quella che si parla in cucina, tra il frigo e la lavastoviglie?) e sulla presunta necessità di creare due classi, una per i “nativi” e una per gli Erasmus. È singolare che un’Agenzia che dovrebbe promuovere innovazione didattica sembri bloccata su stereotipi da manuale scolastico ormai anacronistico.
Sorprende poi la distinzione tra lingue “facili” e lingue “difficili”: una categoria scientificamente inesistente, utile forse a un quiz televisivo, ma non certo a una riflessione linguistica seria. Nel documento si legge che “l’italiano, il croato, il francese […] non sono lingue semplici da imparare e necessitano di un tempo di apprendimento molto lungo”. Dimenticando però che milioni di studenti nel mondo le imparano con successo ogni anno. Evidentemente, per qualcuno, il multilinguismo europeo si riduce all’inglese e a un po’ di folclore turistico.
Quanto alla “lingua domestica”, la si descrive come quella “nella quale sono fluenti gli studenti nazionali”, confondendo la varietà della lingua comune con quella accademica. In realtà, come sostengono Bourdier e Passeron (1994) Academic language is […] no one’s mother tongue. Ma proprio qui sta il cuore del progetto: dotare studenti e docenti degli strumenti per affrontare la lingua accademica, che è altra cosa dalla lingua utilizzata quotidianamente in altri contesti. È come scambiare un romanzo con la lista della spesa: sempre parole sono, ma con funzioni, registri e strutture radicalmente diversi.
L’argomento secondo cui “gli studenti Erasmus hanno a disposizione un periodo limitato di studio all’estero” conferma paradossalmente la necessità del progetto: offrire strumenti rapidi, mirati e basati su dati autentici per l’acquisizione delle collocazioni e del linguaggio accademico. Se il tempo è poco, servono strumenti efficaci, non la solita minestra riscaldata di corsi “facoltativi di lingua locale”, che esistono già ma non rispondono al bisogno specifico.
L’accusa di scarsa innovatività è poi un capolavoro di comicità involontaria: secondo Indire, il progetto non sarebbe innovativo perché “quasi tutti gli Atenei italiani già erogano corsi di lingua locale facoltativi”. Al di là delle obiezioni infondate sollevate da Indire, è importante ricordare che PLURI-UNI presenta un livello di originalità che lo rende perfettamente coerente con le finalità di Erasmus+. L’innovazione è duplice. Da un lato, strumentale, poiché le risorse linguistiche plurilingui sviluppate nel progetto, corpora, materiali didattici, percorsi di analisi e sperimentazione, costituiscono già di per sé un elemento di novità e un contributo durevole per la comunità accademica internazionale. Dall’altro, contenutistica, in quanto il progetto affronta una dimensione trascurata dalle pratiche universitarie: non la lingua comune o quella “generica”, ma la varietà accademica, che rappresenta la vera chiave di accesso al sapere, alla ricerca e alla cittadinanza scientifica.
Lo conferma indirettamente la stessa Indire, quando afferma che “quasi tutti gli Atenei italiani già erogano corsi di lingua locale facoltativi”. Esattamente: corsi di lingua generale esistono da tempo, ma ciò che manca è un’attenzione sistematica alla lingua accademica, con i suoi registri, le sue convenzioni discorsive, le sue specificità lessicali e testuali. È qui che PLURI-UNI si colloca come progetto originale e necessario, colmando una lacuna evidente e riconosciuta.
Si chiede poi a un progetto Erasmus+ di essere allo stesso tempo un programma di ricerca, un curricolo completo e un manuale operativo, dimenticando che il bando finanzia scambi di buone pratiche e percorsi di mobilità, non trattati enciclopedici. Pretendere che esista già tutto, prima ancora che il progetto parta, è come bocciare una ricetta perché non si presenta il piatto già cucinato.
La contraddizione emerge chiaramente nelle osservazioni di Indire, secondo cui “non vengono fornite informazioni sufficientemente dettagliate sui percorsi formativi previsti” e “non è spiegato come il corpus verrà utilizzato in maniera concreta”. Non solo, l’Agenzia arriva a sostenere che “non si evincono i vantaggi specifici di percorsi linguistici basati sulla varietà accademica rispetto a corsi di lingua generale”.
Inoltre, la pretesa che i vantaggi della lingua accademica siano dimostrati prima ancora di avviare il progetto rivela un fraintendimento profondo. Non si tratta, infatti, di un’ipotesi da verificare nel vuoto: la letteratura scientifica e le linee guida europee hanno già da tempo dimostrato come la padronanza della lingua accademica rappresenti una variabile decisiva per raggiungere il successo nel percorso universitario, in particolare per gli studenti internazionali, che rischiano di restare esclusi non tanto per mancanza di competenze nella lingua comune, quanto per l’assenza di strumenti adeguati ad affrontare registri, convenzioni e pratiche discorsive proprie del contesto accademico.
Come ampiamente documentato dalla ricerca scientifica e ribadito dalle stesse linee guida europee – basti pensare al Common European Framework Companion Volume del Consiglio d’Europa (2018) e alle raccomandazioni della Commissione Europea per lo Spazio Europeo dell’Istruzione (2020) – la padronanza della lingua accademica rappresenta una condizione imprescindibile di accesso equo al sapere e di successo formativo, soprattutto per gli studenti internazionali. Su questi aspetti la letteratura (Cummins 2000; Wingate 2015; Airey 2016, tra gli altri) è unanime: ignorarli, come fa Indire, significa non solo mancare di aggiornamento scientifico, ma anche disattendere i principi istituzionali che l’Agenzia dovrebbe promuovere.
Che Indire sembri ignorare questo corpus di conoscenze costituisce una lacuna sorprendente, tanto più grave perché ampiamente evidenziata nelle finalità e nella struttura di PLURI-UNI. Il progetto non si limita a ribadire principi astratti, ma prevede la costruzione di risorse plurilingui e di percorsi didattici mirati proprio a colmare questo divario. È attraverso la sperimentazione prevista nel progetto che i benefici saranno confermati e misurati oggettivamente: così funziona la scienza, non con dichiarazioni aprioristiche, ma attraverso ipotesi, test, verifiche e validazioni.
Chiedere a un progetto Erasmus+ di dimostrare ex ante ciò che può essere provato solo ex post, attraverso la sua implementazione, equivale a chiedere di certificare l’efficacia di un farmaco prima ancora di aver condotto la sperimentazione clinica. Non solo è un errore metodologico, ma tradisce l’essenza stessa dei programmi europei, che finanziano percorsi innovativi proprio perché possano sviluppare e documentare, in itinere, i loro risultati.
Ma è proprio questo il punto: un progetto Erasmus+ non è chiamato a presentare dall’inizio prodotti già finiti, bensì a progettarli, sperimentarli e validarli durante la sua attuazione, generando conoscenze e pratiche condivise tra partner internazionali. Richiedere che tutto sia definito e dimostrato ex ante significa ignorare la natura stessa del programma.
Infine, ridurre il valore del plurilinguismo accademico a un “aggravio di ore di lavoro” è un lapsus freudiano che rivela più la fatica di leggere i documenti europei che quella di imparare una lingua. La conoscenza delle lingue accademiche non è un lusso, ma una condizione di accesso equo al sapere, di cittadinanza attiva e di inclusione. E se la parola “inclusione” continua ad apparire in tutte le raccomandazioni europee, forse non è un caso, ma un principio.
In sintesi, la replica Indire non risponde alle argomentazioni presentate in replica alla prima valutazione ricevuta, non prende in considerazione i riferimenti europei citati e tradisce una visione riduttiva e monolingue, lontana dallo spirito del programma Erasmus+. Invece di dialogare sul merito, si limita a evocare spettri di “lingue difficili” e “studenti spaesati”, ignorando che la vera innovazione sta proprio nel fornire a quegli studenti gli strumenti per orientarsi nella complessità linguistica del mondo accademico.
L'autore
- Diana Peppoloni è professoressa associata in Didattica delle lingue moderne all'Università degli Studi di Perugia, dove è anche Direttrice del Centro Linguistico di Ateneo. Linguista computazionale per formazione, studia l’impatto delle tecnologie digitali sulla didattica delle lingue, con particolare attenzione allo sviluppo e all’impiego didattico diretto e indiretto dei corpora, come strumenti per valorizzare la consapevolezza metalinguistica degli apprendenti e il loro repertorio plurilingue. I suoi interessi di ricerca vanno dallo studio della comunicazione accademica parlata, all'analisi di aspetti rilevanti nei percorsi di insegnamento/apprendimento linguistico, tra cui la gestione di ambienti di apprendimento multilingui.
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