«Nessun verbo elegante, nessun soggetto esplicito: solo segni, sigle, frammenti lessicali che funzionano come mantra del potere astratto». L’incipit dell’Introduzione de Le sirene dell’economia è già un manifesto: il discorso economico-finanziario come liturgia, codice iniziatico, dispositivo di fascinazione più che di informazione. Non è un libro di economia, ma un libro sull’economia del linguaggio, su come il potere si insinui nelle scelte lessicali, su come l’ambiguità diventi una forma di controllo, su come la semantica si traduca in psicologia collettiva. L’intento dichiarato dagli autori è fornire al lettore «una cassetta degli attrezzi linguistici per smontare il linguaggio dell’economia e rimontarlo criticamente». Ed è precisamente ciò che il volume fa, con la doppia competenza di un linguista esperto di traduzione specializzata (Danio Maldussi) e di uno studioso di analisi del linguaggio (Francesco Mercadante).
L’intuizione di fondo è semplice e radicale: l’economia non parla del mondo, ma plasma il mondo. «Non è linguaggio: è comando cifrato. La parola smette di significare per iniziare a ordinare», scrivono i due autori. È da questa consapevolezza che prende forma una riflessione linguistica di ampio respiro, che attraversa semantica, pragmatica e retorica con la leggerezza di un’inchiesta e l’acume di un trattato.
La forza del volume sta nel suo sguardo duplice, al contempo scientifico e divulgativo, analitico e narrativo. Maldussi e Mercadante non si limitano a spiegare i tecnicismi economici, ma mostrano come essi agiscano sul piano cognitivo e retorico. L’analisi si articola intorno a una vera e propria mappa semantica delle trappole linguistiche, quelle che ingannano, semplificano, ammantano la realtà di neutralità.
Una prima categoria è quella delle trappole terminologiche, parole tecniche che non si fingono comuni, ma si chiudono nella loro autoreferenzialità, come nel caso di cartolarizzazione, «esempio paradigmatico di concetto autoctono, complesso e non intuitivo». Qui non si produce alcuna illusione di comprensione, dato che il lettore percepisce immediatamente l’opacità del termine, ne riconosce la distanza, e proprio in questo riconoscimento trova una forma di difesa cognitiva. Questo è un fenomeno che potremmo denominare come incomprensione protetta, in cui sapere di non sapere diventa una condizione di sicurezza, perché impedisce di fraintendere. L’estraneità del termine tecnico, esplicita e quasi dichiarata, preserva il lettore dall’errore interpretativo e lo mette di fronte alla necessità di un sapere specialistico che non possiede. In un certo senso, la parola tecnica funziona qui come un segnale di confine linguistico, poiché non promette accesso, ma delimita un territorio, e in questa chiarezza dell’esclusione risiede la sua onestà semantica.
Ancora più insidiose si rivelano le trappole semantiche, quelle che usano parole comuni travestite da tecnicismi neutri. Debito, crescita, speculazione, leva sono parole di uso quotidiano che nella lingua economica assumono significati radicalmente diversi. Così il debito non è più una condizione di mancanza o colpa, ma un motore di investimento; la speculazione non è azzardo o predazione, ma «un’attività razionale di previsione dei movimenti di mercato». È in questo scarto semantico, in questa dissonanza cognitiva tra significato tecnico e senso comune, che si nasconde il vero potere persuasivo della lingua dell’economia e si annida la più sottile delle manipolazioni: ciò che appare noto disarma la vigilanza critica dell’interlocutore. Nel rapporto tra termine tecnico e parola d’uso comune si esprime dunque per gli autori la duplice natura dell’inganno linguistico, generato da un lato dalla distanza formale (non capisco perché è troppo tecnico), e alimentato dall’altro dall’eccessiva prossimità (penso di capire, ma sbaglio).
Il libro si addentra poi nel territorio della metafora, il motore cognitivo che trasforma concetti astratti in immagini familiari. Grazie a questo espediente retorico, la lingua dell’economia si popola di entità antropomorfe dotate di volontà propria e di autonomia. Si verifica così una sorta di slittamento semantico, un passaggio da una dimensione politica e sociale a una naturale e inevitabile, che si può considerare come uno degli effetti più sottili e pervasivi dell’attuale lingua dell’economia. Attraverso scelte verbali che trasformano processi complessi in eventi apparentemente spontanei, il discorso economico cancella la traccia dell’azione e della volontà umana e istituzionale, sostituendola con una retorica dell’autonomia dei fenomeni. In altre parole, la selezione degli elementi verbali non è neutra, si tratta invece di una strategia discorsiva che depoliticizza l’economia, convertendo decisioni e responsabilità in movimenti naturali, fisiologici, quasi biologici.
È così che il mercato punisce, premia o reagisce, lo spread minaccia, spaventa, corre, la Borsa crolla e addirittura respira, la liquidità evapora; siamo davanti a formule che attribuiscono volontà e comportamenti indipendenti a entità astratte, costruendo una narrazione in cui i soggetti reali, vale a dire governi, banche, attori dei processi economici, spariscono dal campo sintattico. Ciò che resta è una rappresentazione “naturalizzata” dell’economia, in cui le fluttuazioni dei mercati appaiono come fenomeni meteorologici, inevitabili e incontestabili, anziché come effetti di scelte politiche o di interessi contrapposti.
Come ricordano con precisione gli autori «Lo spread non sale né scende da solo: ma nel momento in cui lo si descrive come agente autonomo, la decisione politica che ne determina il comportamento scompare dal discorso». Questa osservazione colpisce nel cuore la retorica dell’oggettività economica. Quando un indice o un valore diventa soggetto di verbi d’azione, l’economia smette di apparire come un sistema regolato da agenti e relazioni di potere, per trasformarsi in un organismo vivente, dotato di moto, direzione e intenzionalità propri. È la potenza della metafora sintattica, che si manifesta non tanto nelle singole entrate lessicali, ma nella struttura stessa della frase, nella combinazione tra elementi nominali e predicativi, a svelare la funzione ideologica della lingua dell’economia. In sintesi, la costruzione agentiva del discorso produce una dispercezione della realtà, per cui ciò che è frutto di decisioni umane appare come legato a un destino imperscrutabile, ciò che è manipolabile viene percepito come dato naturale immodificabile. È in questa sintassi animistica e performativa che la lingua dell’economia dispiega la sua massima forza persuasiva, una forza che, come ricordano Maldussi e Mercadante, non descrive il mondo, ma lo crea discorsivamente.
A questo processo si aggiunge la strategia dell’eufemizzazione, che Maldussi e Mercadante leggono come una forma di riscrittura ideologica della realtà. Il lessico economico è infatti un dispositivo di silenziamento, che sostituisce parole conflittuali con formule asettiche, neutralizzando l’etica del discorso. Così sfruttamento diventa costo del lavoro, povertà si trasforma in fragilità economica, carestia in insicurezza alimentare. Il dolore sociale si dissolve nella lingua della misurazione. «Il linguaggio tecnico», scrivono, «non elimina la realtà, ma la sterilizza: dove manca il nome, il male non si vede».
Ma la dimensione più originale del volume è quella pragmatica. Gli autori costruiscono una vera pragmatica dell’ambiguità, in cui la forza della lingua dell’economia non risiede tanto in ciò che viene detto, quanto in ciò che presuppone o lascia intendere. Ogni discorso economico si fonda su presupposizioni implicite, verità non dichiarate ma accettate per principio. Quando un leader politico “presuppone” che una riforma sia positiva per il mercato, l’ascoltatore è portato ad accettare quella positività come prerequisito di coerenza.
Allo stesso modo, le implicature conversazionali, ciò che si deduce dal non detto, producono un effetto ancora più sottile e insidioso. Il destinatario, di fronte a un enunciato incompleto o volutamente ellittico, tende naturalmente a completarlo con le proprie inferenze. È in questo atto cognitivo volto a colmare il vuoto che risiede il potere persuasivo dell’implicatura, in senso griceano, poiché il messaggio non viene imposto, ma co-costruito. Il destinatario partecipa alla costruzione del significato e, proprio perché contribuisce a formularlo, finisce per percepirlo come proprio. Come scrivono Maldussi e Mercadante «L’inferenza non è un’imposizione, ma il risultato creativo di un ragionamento autonomo dell’interprete: per questo il destinatario la riconosce come propria e non come persuasione esterna». Il meccanismo è sottile, ma potentissimo. L’ascoltatore non si sente convinto, ma illuminato. L’adesione al messaggio non nasce da un atto di fiducia verso la fonte, bensì da una deduzione apparentemente personale, che genera un consenso spontaneo e resistente alla confutazione.
Quando, ad esempio, un rappresentante bancario dichiara che «il sistema creditizio ha sostenuto le famiglie durante la crisi», l’enunciato non afferma nulla di falso, ma lascia intendere, senza dirlo, che le banche abbiano agito per senso etico o solidarietà. L’ascoltatore completa il significato con la propria inferenza e lo interiorizza come verità autoevidente. In questo senso, la lingua dell’economia non persuade in modo diretto, bensì induce, costruendo le condizioni discorsive in cui il destinatario trae da sé le conclusioni desiderate dall’emittente. Si tratta di un consenso per deduzione, non per argomentazione. È la forma più raffinata di retorica implicita, perché nasconde la regia linguistica dietro l’apparenza della libertà interpretativa.
Il volume è anche una guida preziosa per chiunque voglia leggere con occhi più lucidi la comunicazione pubblica contemporanea. Giuseppe Conte con la sua “potenza di fuoco” da 400 miliardi trasforma la politica economica in narrazione bellica; Giorgia Meloni attribuisce il crollo della Borsa alla mancata chiusura del mercato, esemplificando la causalità istantanea del discorso politico-mediatico; Matteo Renzi, con il suo oracolare “l’avevamo detto”, compie un atto di auto-legittimazione performativa, dove la frase non serve a comunicare, ma a rafforzare il potere dell’emittente. «Una narrazione sbagliata può agire con la stessa forza, e talvolta con effetti maggiori, di un enunciato esatto», scrivono a tale proposito Maldussi e Mercadante, ricordandoci che la verità linguistica non è mai neutra, ma sempre perlocutiva.
Gli autori ci mostrano, infine, come anche nelle nostre conversazioni quotidiane riecheggino frammenti di quel discorso economico che struttura il modo in cui pensiamo il mondo. Ci troviamo spesso a utilizzare espressioni come “investire tempo”, “capitalizzare un’esperienza”, “avere un ritorno”, spesso senza renderci conto che stiamo parlando con le parole della finanza. Le sirene dell’economia ci mostra che questa colonizzazione non è solo linguistica, ma cognitiva.
Per il linguista il volume offre un laboratorio di analisi terminologica, semantica e pragmatica di straordinaria ricchezza; per il giornalista o il comunicatore, una mappa degli strumenti retorici con cui il discorso economico orienta il consenso. Ma per il lettore comune, forse, il valore più grande sta nel riscoprire la responsabilità delle parole. Comprendere che dire “mercato” non è mai neutro, che chiamare “ottimizzazione” un taglio, o “flessibilità” una precarietà, non è un semplice indicatore stilistico, ma un atto politico.
In questo senso, il titolo Le sirene dell’economia è decisamente appropriato. Come le sirene omeriche, le parole dell’economia cantano con voce suadente, promettendo conoscenza e potere, ma conducono chi le ascolta senza strumenti critici verso un’accettazione inconsapevole dei contenuti, mascherata da comprensione. Maldussi e Mercadante, in controtendenza, ci consegnano la nostra cera per le orecchie, per non lasciarci sedurre dalla lingua ammaliante dell’economia. Si tratta della competenza linguistica intesa come atto di resistenza, della consapevolezza pragmatica come forma di cittadinanza attiva.
In un’epoca in cui la realtà passa attraverso le parole più che attraverso i fatti, questo libro è un esercizio di lucidità. Ricorda che la lingua dell’economia non è un codice riservato agli esperti, ma un campo di battaglia collettivo.
L'autore
- Diana Peppoloni è professoressa associata in Didattica delle lingue moderne all'Università degli Studi di Perugia, dove è anche Direttrice del Centro Linguistico di Ateneo. Linguista computazionale per formazione, studia l’impatto delle tecnologie digitali sulla didattica delle lingue, con particolare attenzione allo sviluppo e all’impiego didattico diretto e indiretto dei corpora, come strumenti per valorizzare la consapevolezza metalinguistica degli apprendenti e il loro repertorio plurilingue. I suoi interessi di ricerca vanno dallo studio della comunicazione accademica parlata, all'analisi di aspetti rilevanti nei percorsi di insegnamento/apprendimento linguistico, tra cui la gestione di ambienti di apprendimento multilingui.
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