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Baricco e la soglia del Novecento

Metafore del tempo: nel fluire delle nostre vite, ogni tanto ci accorgiamo di aver oltrepassato una linea, di aver inciampato in una soglia. Oppure eccovi un’altra immagine: in piedi sulla prora della nave inarrestabile che ci conduce verso il futuro, ci volgiamo indietro, corriamo a poppa per osservare il nostro passato caduto in mare, che annaspa e affonda fra la spuma mentre noi ci allontaniamo da lui impotenti.

Su quella poppa c’era oggi con questo articolo Alessandro Baricco – uno che di navi e di oceani se ne intende – ad osservare il Novecento restato indietro fra le onde e a metterci in guardia dalla tentazione di tuffarci e di riportarlo a bordo. Ci ammonisce: Restereste indietro anche voi, ad affondare fra le onde, a vedere la nave del presente allontanarsi verso il futuro.

Baricco su Repubblica usa altre immagini – noi in piedi sulla falda di una montagna, i movimenti tettonici dei continenti – ma il concetto è quello. Falde, continenti, soglie, navi sono un tentativo di tracciare su una mappa concettuale i cambiamenti di un panorama storico altrimenti inspiegabile e incomprensibile.

Torna in mente Il mondo di ieri, il libro di memorie in cui Stephan Zweig evocava la Vienna dei primi del Novecento, la serenità e la sicurezza di un mondo destinato a scomparire che stava scivolando inconsapevolmente verso la Prima Guerra Mondiale, e poi il sorgere di fascismo e nazismo, le dittature e gli orrori di una seconda Guerra. Zweig vedeva le soglie (le falde, i continenti) del passato ma non poteva scorgere quelle del futuro: stava scrivendo nel 1941 e non sospettava che la fine del conflitto avrebbe portato in una parte d’Europa la costruzione delle democrazie del welfare, un futuro di pace, di crescita economica e culturale.

La soglia che stiamo oltrepassando ora, sostiene Baricco, è quella evidenziata dalla risposta mondiale alle mostruosità di Gaza e dal rifiuto di una logica di guerra nata e cresciuta al calore dei nazionalismi, delle frontiere, del riarmo.

In realtà nel passato di questi momenti-soglia ne abbiamo vissuti altri. Per i miei genitori furono la fine della Seconda Guerra Mondiale, la scoperta del Genocidio per eccellenza del Novecento, la Shoah, a far dire loro: mai più, indietro non si torna. E per la mia generazione fu la caduta del Muro, che nel pensiero dominante sembrò sancire la fine delle ideologie e il trionfo del mercato, la vittoria dell’economia sulla politica. Si parlò allora del Novecento come del ‘Secolo Breve”, iniziato nel 1914 e finito nel 1989. Poi ecco l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle. E non dimentichiamoci la crisi economica del 2008 che generò l’apparizione dei populismi e la rapida trasformazione del sistema dei partiti in molti Paesi.

Non son sicuro che le manifestazioni contro il genocidio di Gaza rappresentino l’ennesima soglia nel flusso della Storia, e non son sicuro, nel caso che così fosse, di poter condividere l’ottimismo che si legge sottotraccia nel testo di Baricco, secondo cui le radici dei mali attuali sarebbero da rintracciare soprattutto nelle colpe di un Novecento recalcitrante. Perché il portato più significativo del Novecento – del nostro Novecento – è quello della democrazia. E ciò che vedo dalla prora della nave del presente è soprattutto la Democrazia farsi sempre più piccola e lontana, a punto di scomparire fra i flutti.

Si parla spesso di un nuovo ordine geopolitico mondiale in cui l’Europa (o l’Occidente) sono ormai marginali, superati nel potere economico e in quello militare da Paesi liberatisi dal giogo del dominio colonialista o desiderosi di un riscatto dalla nostra egemonia culturale. La mia impressione è invece che la nostra nave si stia dirigendo verso quell’orizzonte illiberale in cui sono installati – da poco o da sempre – i Paesi emergenti, e che si intravvede ormai da tempo nella prassi politica delle nostre democrazie: se da un lato regimi come quello di Putin applicano (e teorizzano, basta leggere Dugin) una nuova forma di fascismo (vi si rintracciano le principali caratteristiche indicate da Eco in Fascismo eterno, direi tutte meno l’esistenza di un partito-milizia), dall’altra da noi sta scomparendo l’idea stessa di mediazione politica, si riduce ai minimi la partecipazione (la metà della popolazione non esercita il diritto al voto), sbiadisce pericolosamente nell’opinione pubblica la linea che divide destra e sinistra.

Un politologo come Robert Dahl indicava nella partecipazione e nell’inclusività gli elementi essenziali della democrazia. In particolare, affinché la partecipazione dei cittadini alla vita politica sia effettiva è necessario che questa si basi sulla consapevolezza delle opzioni esistenti, basata sulla libertà di espressione e di associazione. A mio avviso, ciò che è calato negli ultimi decenni – e che è una delle cause della crisi della democrazia – non è la diffusione delle informazioni, ma la capacità di ricezione delle informazioni stesse da parte delle persone. In tutti i Paesi sono stati rilevati da tempo l’aumento dell’analfabetismo funzionale, lo scemare delle capacità di lettura e scrittura, la difficoltà a capire testi scritti, la riduzione del lessico attivo e passivo dei parlanti. E, allo stesso tempo, una scarsa conoscenza non solo della storia, ma anche degli eventi della politica che governa le nostre vite, dei meccanismi che regolano le nostre istituzioni, le nostre società. Provare per credere: molti studenti universitari non sanno cosa sia stata la Marcia su Roma, cosa sia accaduto l’8 settembre 1943, chi fossero Aldo Moro o le Brigate Rosse. Si dirà: ecco, è il Novecento che affonda, è il passato che, come è normale che avvenga, svanisce nella memoria. Per chi, come me, crede che sia necessario ricordare “il mondo di ieri” per la formazione di una coscienza individuale e collettiva, si tratta di un fenomeno grave, ma è ancor più preoccupante constatare che molti non sappiano chi sia l’attuale ministro degli Interni, come viene eletto il Presidente della Repubblica, o addirittura che non siano al corrente di scadenze elettorali imminenti. E gli stessi studenti ammettono di non leggere mai un giornale, neanche online, né vedere un telegiornale, ma di informarsi solo attraverso frammenti di notizie selezionati dagli algoritmi dei social media. In queste condizioni, dov’è la consapevolezza, dove sono le scelte informate di cui parlava Dahl?

Ci sono certamente persone che non si recano alle urne perché schifate dai partiti, perché “tanto sono tutti uguali”, ma una parte importante degli astensionisti è costituita da persone che semplicemente non capiscono il senso del nostro vivere civile, la complessità delle nostre società, delle nostre democrazie. Non sorprende che nei sondaggi in tutti i Paesi aumenti la percentuale di coloro che accetterebbero di vivere in una dittatura pur di risolvere i propri problemi. E non sorprende la crescita nei sondaggi e nelle urne di partiti come Vox in Spagna (con percentuali attorno al 20%, soprattutto fra i maschi fra i 18 e i 25 anni), dell’ADF o dei rossobruni del BSW in Germania, delle indicazioni di voto per la Le Pen in Francia o per Farage in Gran Bretagna, per non parlare degli attuali governi in Ungheria e Slovacchia. O dell’involuzione della democrazia americana sotto Trump. Nel frattempo, in Italia le posizioni di Salvini o Vannacci sull’immigrazione, sull’Europa, sulle guerre in corso, sulla svolta ecologica nella produzione di energia o nell’industria dell’auto sono sovrapponibili di tanto in tanto a voci che provengono dalla sinistra più populista.

Questo panorama politico, sociale e culturale, era sconosciuto nel secondo Novecento. Le attuali pulsioni che ci spingono verso l’abisso di tragedie impensabili sono di nuovo tipo, frutto di cambiamenti epocali prodottisi dopo il superamento – consapevole o meno – di soglie successive.

Le recenti grandi, meravigliose manifestazioni per fermare il genocidio in corso a Gaza, a me sembrano la giusta ed emotiva reazione di una società allo sbando.  Non credo – anche se ci spero con tutte le mie forze – che tale spinta emotiva possa tradursi in un mutamento della rotta della nave, che possa portare al risorgere di un’azione politica basata sull’informazione e sulla consapevolezza.

Nelle ultime righe del suo intervento Baricco invita i lettori a far circolare il suo messaggio e a tradurlo “prima che lo faccia l’IA”. Anche Baricco intuisce i pericoli insiti nei nuovi sistemi di informazione e diffusione che hanno alterato il nostro mondo e spera che possiamo uscirne indenni. Temo sia una speranza vana.

luigi.giuliani@unipg.it

 

L'autore

Luigi Giuliani
Luigi Giuliani
Luigi Giuliani è professore associato di Letteratura spagnola dal 2014 presso l’Università degli Studi di Perugia. Ha vissuto per 25 anni in Spagna dove ha insegnato Teoria della letteratura e Letteratura comparata presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e l’Universidad de Extremadura. Specialista di teatro barocco (edizioni critiche e studi su Lope de Vega, Lupercio Leonardo de Argensola, Juan de la Cueva, Cristóbal de Mesa), si è occupato (un po’ schizofrenicamente) di teoria della performance, critica testuale, poesia dialettale romanesca e narrativa italoamericana. Scrive regolarmente di baseball e letteratura sul sito www.baseball.it

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