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Giose Rimanelli nel centenario della nascita. Dialogo con Anna Maria Milone

Ricorre quest’anno il centenario dalla nascita di Giose Rimanelli (Casacalenda, 1925- Lowell, Massachusetts, 2018) scrittore, poeta e italianista di origine molisana la cui produzione si colloca tra Italia, Stati Uniti e Canada. Un autore che avrà due patrie, due culture e tre lingue, rimasto finora ai margini del canone del nostro Novecento, un irregolare, o per meglio dire una personalità geniale sempre alla ricerca di una propria appartenenza, di patria, come di lingua. Scrittore prolifico, lo ricordiamo per opere particolarmente significative come Tiro al piccione (Mondadori, 1953), Una posizione sociale (Vallecchi, 1959), Peccato originale (Mondadori, 1954) e Biglietto di terza (Mondadori, 1958). È stato il primo scrittore italiano a essere invitato a tenere una conferenza presso la Library of Congress e a svolgere attività di docenza nei principali atenei statunitensi. A partire dal 1960 si stabilisce definitivamente oltreoceano intraprendendo una prestigiosa carriera accademica. La vasta produzione rimanelliana è improntata allo sperimentalismo: nei suoi scritti prevalgono l’uso dell’italiano, dell’inglese e del dialetto molisano. Nel 1994, con il romanzo Benedetta in Guysterland, Rimanelli ottenne l’importante riconoscimento dell’American book Award.

Ne parliamo con Anna Maria Milone, curatrice della nuova edizione delle opere di Rimanelli per la Rubbettino Editore. I suoi lavori di tesi sulla narrativa di Mary Wollstonecraft, sulla filosofia di Ayn Rand e sugli aspetti linguistici dell’opera di Giose Rimanelli sono stati al centro di numerosi saggi ospitati nelle riviste di ateneo Agon, Illuminazioni e Rivista di Studi Italiani. Tra gli altri autori di cui si è interessata ci sono Jeanne Benameur e Antonio Pizzuto. Per Castelvecchi ha pubblicato la monografia su Giose Rimanelli La valigia è vuota (2020). Per Rubbettino è inoltre autrice di Rocco Carbone. O della nostra inquietudine (2023).

La ringrazio innanzitutto per questa intervista. Giose Rimanelli, un autore da riscoprire o, meglio, da scoprire:

Grazie a lei per l’interesse appassionato a questo autore e per questo spazio di confronto. Il cono d’ombra in cui è stato avvolto Rimanelli negli ultimi 60 anni è singolare, benché non sia un fenomeno nuovo nella letteratura italiana che ogni tanto rispolvera autori un po’ dimenticati o meno studiati. Rimanelli invece scompare pian piano dai manuali della letteratura negli anni 60 e anche dagli scaffali delle librerie, diventa una citazione in ambito di letteratura dell’emigrazione, della diaspora, un caso controverso e di difficile classificazione. In effetti, questo basterebbe ad innescare la curiosità, come è accaduto a me nei primi anni del Duemila, quando incontrai così questo scrittore. Rimanelli è davvero un autore complesso dalla doppia sorte, italiana e americana, sfugge, cambia, muta pelle e rimane sempre lo stesso. Gli anni 50 videro Rimanelli godere di una buona notorietà nel mondo letterario italiano, ma dopo il 1960 negli Stati Uniti, a contatto con la dirompente cultura Beat, raggiungerà la sua maturità espressiva, con romanzi originali per tematiche e stile. La sua maggiore studiosa, Sheryl Lynn Postman ha curato diversi saggi critici e uno studio puntuale sui romanzi per il pubblico americano. Il mio contributo, che sento come dovuto a questo autore, è quello di restituire quello che mancava: uno studio organico in Italia, la monografia, e la diffusione popolare delle sue opere maggiori, non più disponibili dal 1991, quando Sebastiano Martelli curò per Einaudi l’edizione di Tiro al piccione. Oggi Giose Rimanelli e i suoi titoli tornano nelle librerie di tutta Italia grazie al progetto editoriale di Rubbettino e riaprono di dibattito culturale con diverse sfumature. Ecco perché leggere Rimanelli è una rivendicazione di libertà e di pensiero critico scevro da ogni canone o altra indicazione politico-letteraria.

In Tiro al piccione (Mondadori, 1953), così come nel più tardo Il viaggio (2003) il tema della guerra è fondamentale. In particolare, in Tiro al piccione, la guerra civile (1943-1945) diventa lo sfondo di un romanzo che Calvino definisce come «una cronaca molto viva che ti prende e raggiunge il suo effetto d’orrore e schifo come poche. È un carnaio tremendo […]» e, come dirà l’autore stesso a Cesare Pavese, a testimonianza della propria esperienza di giovane traviato catapultato nella guerra civile: «è la storia di un giovane che vede la resistenza dalla parte sbagliata». Quanto conta la guerra nelle vicende biografiche e autoriali di Rimanelli?

Giose Rimanelli è figlio della guerra e forse per questo è un esule, ovvero è un’anima destinata a vagare per il mondo. La guerra è certamente il quadro di riferimento di molti dei suoi romanzi, dalla guerra civile alla guerra in Iraq nei romanzi degli anni Duemila: la guerra è l’innesco per l’esaltazione dei suoi valori, ovvero la rivendicazione della libertà delle scelte, la perseveranza nella ricerca autentica dell’identità e soprattutto la tensione all’armonia che nasce dall’accoglienza, dal superamento dei confini, dal riconoscimento di una ricchezza nella diversità.

Il personaggio di Marco Laudato è un personaggio emblematico come alter- ego del suo autore. Nella produzione di Rimanelli il tema del doppio e della riscrittura quale modalità compositiva sottesa all’atto creativo saranno fondamentali nel delineare le coordinate dell’orizzonte ontologico rimanelliano:  

Abbiamo già accennato come la doppia fortuna di Rimanelli, quasi una doppia vita, in Italia e poi negli Stati Uniti, costituisca la spina dorsale della sua letteratura ma anche della sua visione che è doppia, dove per doppiezza non intendiamo ambiguità. Appartenere a due vite vuol dire per Rimanelli sintetizzare due punti di vista che si possono alternare: il viaggio che a volte è un ritorno altre è un’avventura verso orizzonti ignoti. Nelle sue poesie Rimanelli scrive “sono nato in una casa piccolina come il mondo”. Le esperienze più lontane e divergenti possono essere autenticamente vissute e quindi diventare il nostro vissuto e non più una parte estranea e incognita. Marco Laudato si arruola senza sapere cosa davvero sia la guerra, tantomeno conosce la motivazione politica, ma è il primo personaggio ad avere un atteggiamento di apertura nei confronti dell’esperienza, bizzarra e incomprensibile come le frasi in tedesco dei caporali, rimanendo sempre nel momento esatto della vita. La riscrittura per Rimanelli è un esercizio di memoria, bene prezioso di cui oggi siamo carenti: si scrive per mettere ordine, per ritornare a casa, per ricondurre tutta l’incredibile storia di cui siamo protagonisti a qualcosa di familiare, qualcosa che è parte di noi e non altro da noi.

Nel saggio La valigia è vuota (Castelvecchi, 2023) lei scrive: «Il caos linguistico, la mescolanza di contesti, le relazioni sociali e la nostra stessa condizione umana: il linguaggio messo su carta da Rimanelli viene scelto in base alla sua potenzialità di esprimere tutto questo, le parole vengono imbastite per restituire il flusso caotico della vita». Code switching e alterità: la condizione dell’uomo e dell’artista Rimanelli è quella di esule del più vasto mondo?

È esattamente così. In Una posizione sociale (1959-2022) gli abitanti del piccolo paese, il contrabbandiere, il maresciallo, la vedova, il ragazzino, il barbiere, il barone, l’attrice, il fuggiasco, erano tutti riuniti nella stanza grande, ad ascoltare le sessioni di jazz con la tromba senza un tasto di un vecchio ombrellaio. Elementi diversi e molto distanti tra loro ritrovavano il modo di stare insieme e costruire una nuova armonia, come nel jazz. Questo è il pensiero che prevarrà sempre nei testi di Rimanelli, fino ad arrivare, nella maturità espressiva, ad un uso sperimentale della lingua negli ultimi romanzi con una presenza diffusa del code switching. Il suo continuo e instancabile viaggiare, il suo vagare, ha come risultato che la risposta alla domanda costante sull’identità sia quella di una marcata linea di confine, di una profonda conoscenza della stessa, così che il nucleo centrale identitario non teme di confondersi o fondersi in altri ibridi. Solo chi conosce bene sé stesso non ha paura di conoscere e accogliere la diversità, l’altro da sé, lo straniero che non è una minaccia ma una ricchezza. In tutto questo mondo complesso e distraente, la lingua italiana rimane una certezza: Rimanelli si è sempre sentito uno scrittore italiano, segno che l’appartenenza linguistica e culturale non conoscono contaminazioni.

Rivendicando la stesura alcuni articoli di critica letteraria riuniti sotto lo pseudonimo di A.G. Solari nel volume Il mestiere del furbo (Sugar 1959 – Bordighera Press 2016), ad oggi uno dei saggi più acuti sulla letteratura italiana contemporanea, Rimanelli dal 1960 si stabilisce negli Stati Uniti, trovando, durante i suoi rientri in Italia, un clima di ostracismo e poca trasparenza.

Il mestiere del furbo non è affatto un’opera velenifera. La collaborazione con Lo Specchio cessò quando nel dicembre del 1959 Rimanelli rivendica una serie di saggi scritti con lo pseudonimo A.G. Solari e li riunisce in un volume. Tuttavia la rubrica con la firma dello stesso pseudonimo continuò, con articoli infarciti di pettegolezzi ai danni dei premi letterarii e degli intellettuali di sinistra, i popolarissimi Pasolini, Moravia e Maraini, per dirne alcuni. Si trattava di articoli irricevibili che non avevano nulla dello stile dei precedenti. Rimanelli, impegnato sul fronte statunitense a recepire tutt’altra atmosfera, non si premurò mai di smentire: del resto era chiaro che la collaborazione era terminata all’indomani della pubblicazione de Il mestiere del furbo. La redazione de Lo Specchio prese da subito le distanze dalla scelta di rivendicazione e di rivelazione dell’identità. Non fu un gesto elegante, né la freddezza del trafiletto in calce all’articolo in cui Rimanelli si chiariva, né la scelta di continuare ad usare lo stesso pseudonimo. Nel tempo il nome di Rimanelli rimase legato a questa storia come persona dalla penna irriverente e offensiva: alcuni articoli sono ai limiti della calunnia. Attorno a questa vicenda resiste una robusta omertà dei pochi superstiti della redazione de Lo Specchio. La questione politica – il giornale di propaganda di estrema destra che attaccava gli intellettuali di sinistra – gli costò il silenzio e l’esclusione nonché l’etichetta di scrittore di destra. Da qui anche la cattiva lettura di Tiro al piccione come storia di un repubblichino. Il 1959 fu un anno dirimente per le sorti di Rimanelli che è protagonista di una vicenda opaca e destinata a rimanere tale.

Qual è il rapporto di Rimanelli con la sua terra d’origine, il Molise, nelle sue opere e nelle sue esperienze di vita? è ancora quel luogo claustrofobico da cui scappare il prima possibile o è ancora quella terra che indugia al sogno, in cui il mito dell’infanzia si sposa e si perpetua magicamente nel tempo senza tempo della civiltà contadina? Partire è come abbandonare?

Il Molise è “quella freccia d’oro che porto nell’addome”: Rimanelli lo definisce così nel suo sonetto Autobiografia. È un luogo geografico che deve abbandonare in virtù della sua sete di conoscenza impavida, della sua indole vagabonda e libera, per poi farvi sempre ritorno, nella scrittura e anche fisicamente. Il Molise è il luogo dove ristorare del corpo e lo spirito, la casa per ritrovarsi, per consolidare i suoi confini. Il Molise diventa alla fine un luogo dell’anima, dove riconoscersi e a cui fare riferimento nei marosi della vita. Il dialetto molisano è nei testi una spia di richiamo a quell’assetto valoriale che consente di non perdersi mai, di rimanere sempre autentici.

Nell’ambito delle celebrazioni rimanelliane organizzate in quest’anno del centenario, Giose Rimanelli è stata ricordato a Campobasso, presso la Libreria Risguardi, nel corso della presentazione delle opere edite dalla Rubbettino Editore, a Casacalenda, per iniziativa del Maack di Massimo Palumbo nell’ambito del Festival Costruiamo Paesaggio. Ma molte altre iniziative sono in programma, come il Convegno Internazionale a cura dell’Università degli Studi del Molise, del CUSIAC (Centro Universitario di Studi Italoamericani e Canadesi) che si svolgerà a fine novembre:

Le iniziative sono state pensate per far leggere Rimanelli come un classico che oggi ha ancora delle risposte da dare, delle riflessioni sulla realtà, per imbastire un nuovo rapporto con il territorio, che possa essere di appartenenza, di riconoscimento dei temi, di narrazione di un tessuto sociale che ha una tradizione e dei valori nonché delle note di folklore che sono parte di una memoria attiva e di una cultura che resiste e porta con orgoglio questi temi ed elementi nella letteratura italiana. La provincia non è un luogo recondito schiacciato sugli stereotipi di arretratezza e povertà ma è una fucina di lotta silenziosa e tenace, di sogni che non muoiono mai, di uomini che hanno la forza per contrastare l’automazione, di intelligenze che hanno radici magiche e per questo potenti.

laura.dangelo86@gmail.com

L'autore

Laura D'Angelo

Laura D’Angelo è docente a contratto di Patrimonio letterario e territorio presso l’Università degli Studi del Molise. Dottore di ricerca in Studi Umanistici, filologa classica e critico letterario, ha pubblicato articoli e saggi su riviste scientifiche e accademiche di letteratura e poesia, approfondendo lo studio della poesia e della letteratura moderna e contemporanea. Ha partecipato a convegni nazionali e internazionali, a festival letterari e rassegne specialistiche di letteratura e critica con presentazioni di libri e interviste. I suoi studi si concentrano sulla figura di Gabriele D’Annunzio e sulla letteratura dialettale molisana, di cui ha recentemente pubblicato il saggio La Prima antologia di poeti dialettali molisani di Emilio Ambrogio Paterno (Fabrizio Serra Editore, 2023). Per la poesia ha dato alle stampe Mio amore (Interno Libri, 2026), Cuore puro (Interno Libri Edizioni, 2024), Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023). Tra i suoi studi è di recente pubblicazione il saggio Mitografie della modernità tra letteratura e critica (Rubbettino Università, 2026).