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“La poesia è una ragazza degli anni ’70”: intervista a Lavinia Capogna

Lavinia Capogna nasce a Roma. Il padre, Sergio, è stato regista e sceneggiatore, la madre, Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Seguendo le orme dei genitori studia, a 22 anni, sceneggiatura cinematografica con Ugo Pirro. Per il cinema lavora come regista e sceneggiatrice in La lampada di Wood a soli 28 anni, e realizza documentari come Aspettando Nelson Mandela, Una domenica al Covent Garden e Rote Fabrik, Zürich, Eva e i cartoons. Il suo secondo progetto per il grande schermo, Beloved Klaus, sullo scrittore tedesco Klaus Mann, si interrompe a causa dell’arrivo della malattia.

Affiancata alla passione per il cinema c’è quella per la scrittura. Lavinia Capogna inizia a scrivere giovanissima e pubblica nel 1991 un volume che raccoglie i racconti scritti tra i 16 e i 27 anni: avrebbe voluto dar loro il titolo Storie fatte di niente, ma per ragioni editoriali usciranno come Il signor Mario. Solo nella pubblicazione in traduzione francese, realizzata molti anni più tardi, nel 2013, apparirà il titolo originale, Histoires pour rien; il titolo originale compare nella seconda edizione italiana, del 2025, Storie fatte di niente – racconti dei vent’anni. C’è Roma in questi racconti, con le sue strade, le sue botteghe, i suoi scorci e la sua gente.

Nel 2022 esce il primo libro di poesie, Un navigante senza bussola e senza stelle, cui seguono Pensieri cristallini, La nostalgia delle 6 del mattino e In questi giorni Ufo colano sul New Jersey, segno tangibile dell’emergere di un’urgenza poetica. Il 2 ottobre del 2025 è uscita la raccolta di tutte le sue poesie.

Ma l’attività di scrittrice di Lavinia Capogna non si esaurisce con narrativa e poesie: nel 2024 esce, infatti, il saggio Pagine sparse – Studi letterari, che contiene saggi su autori come Austen, Cervantes, Dickens, Mann, Pasolini e Shakespeare; articoli di contenuto letterario compaiono anche in diverse pagine web.

Si può dire che l’arte, la vocazione artistica, è quasi ereditaria per lei. A volte, leggendo i racconti di Storie fatte di niente si può quasi immaginare una macchina da presa che scorre lungo la scena e che racconta una storia prima ancora che arrivino i personaggi. E nelle Poesie mi rimane in mente i versi di Io amo i sogni: “Io amo i sogni, le loro trame cinematografiche, i loro dettagli, la loro luce tersa,/ le loro nostalgie” (p. 148). Ha studiato sceneggiatura, è stata sceneggiatrice di tre film, come ha integrato il linguaggio del cinema nel suo modo di scrivere?

Il buon cinema è stato ed è molto importante per me. Mio padre, Sergio Capogna, era un regista di talento, mia madre, Giuliana Scappino, una produttrice cinematografica (probabilmente la prima donna produttrice perché aveva iniziato a lavorare nel 1958). Io ho studiato a 22 anni sceneggiatura con Ugo Pirro e poi realizzato film come regista e sceneggiatrice. In relazione al linguaggio devo dire che quello dei racconti in prosa è venuto spontaneo. Li ho scritti tutti da giovane. Invece in relazione al linguaggio della sceneggiatura cinematografica ho imparato proprio grazie agli insegnamenti di Ugo Pirro. Io credo anche che le arti abbiano delle connessioni fra di loro: ad esempio, ho studiato per molto tempo musica classica e credo che questo mi abbia poi aiutata nella elaborazione delle poesie. Le poesie, in generale, hanno una musicalità. Allo stesso modo il disegno, ma soprattutto visitare mostre, musei e città d’arte nel senso dell’immagine.

Quali sono stati i suoi “maestri” letterari, Gli autori che le hanno lasciato qualcosa e che hanno plasmato la sua carriera da scrittrice?

Ci sono molti autori che amo. Quelli che rileggo nel tempo sono Cervantes, Shakespeare, Tolstoj, Dostoevskij, Stendhal, Charles Dickens, Carson McCullers. Nella poesia amo molto il nostro Giacomo Leopardi, John Keats, Shelley, Paul Éluard, Nazim Hikmet, Emily Dickinson e Whitman.

Parlando di come esprime il sentito, il vissuto, l’idea stessa, quando l’idea diventa prosa e quando diventa poesia? Lei sceglie il mezzo espressivo, oppure è l’istinto, il modo in cui le parole escono, che la guidano?

Sì, è collegato all’ispirazione inizialmente. Ad esempio, prima di scrivere una poesia ho una “sensazione fisica” che non so descrivere e poi mi vengono in mente le prime parole. Da lì nasce tutta la poesia. Solitamente non faccio correzioni o al massimo cambio una parola. Devo dire però che senza quella misteriosa “sensazione” e senza le prime parole non sarei in grado di scrivere una poesia. Di solito, l’ora migliore è attorno alle 6 del mattino. Se però, per qualche ragione, non posso scriverla, la poesia svanisce. Invece nel romanzo c’è stato un grosso lavoro di riflessione sulla trama che è ad incastri insieme alla ispirazione.

Il tema che unisce, come filo rosso, i personaggi delle sue storie e le immagini delle sue poesie, sembra essere questa dolce malinconia, tanto che la sua raccolta del 2024 si intitola proprio La nostalgia delle 6 del mattino. La prima poesia della raccolta, Neve a Bologna (1982) si conclude “Ma oggi voglio ancora sognare,/ ancora perdermi in questa aria, /mite, sorpresa/ piena di festa” e l’ultima, tra gli inediti, Senza titolo: “Essere buoni in un mondo crudele,/ l’unico atto rivoluzionario”. Forse in maniera casuale, forse in maniera studiata, sembra quasi aver dato una risposta alla sé sognatrice.

Potrebbe essere. Non ci avevo pensato. Quel primo verso risale al 1982 e il secondo al 2025. I libri vivono un po’ di vita propria, al di là della volontà degli autori. Lo diceva Graham Greene.

Scrive, il 5 maggio, in un articolo del suo blog “Ma la Vecchia Roma era tutt’altro negli anni ’70 e primi anni ’80 prima dello sfratto selvaggio di artigiani, residenti, negozietti e librerie”. Cosa è per lei Roma, questa città che racconta, con le sue persone, con gli incontri quotidiani, con le immagini di qualcosa che rimane e qualcosa che si è perso? 

Roma è la mia città che amo molto e che purtroppo per ragioni di salute posso vedere pochissimo. Prima conoscevo vari quartieri, strade, passaggi, scalinate, vicoletti. Mi piaceva molto passeggiare a lungo e andare in bicicletta. So che Roma è parecchio cambiata e non manca di problemi però rimane la mia Heimat.

Il giovane senza nome, il suo romanzo, è ambientato nell’Italia del Duecento, e racconta delle diverse sfaccettature del sentimento umano, in tutte le sue forme. È la sua unica opera non ambientata in epoca contemporanea: come ha usato le sue fonti storiche per integrarle nel racconto? Ci sono stati momenti in cui ha deciso volontariamente di discostarsi dalla fonte storica per coerenza di narrazione?

Il romanzo è venuto da sé. Ho sempre pensato che se non avessi scritto mi sarebbe piaciuto essere una storica e la Storia, soprattutto quella sulla vita quotidiana da Marc Bloch in poi, mi affascina. Le fonti storiche sono state utili anche se poi la trama e gli eventi sono tutti di fantasia. Anche le città d’arte che avevo potuto visitare da ragazza e la musica per liuto mi hanno aiutata ad entrare, bene o male, nel mondo del 1200.

“Il giovane senza nome” non è un fantasy e non è un romanzo storico. Non ha la pretesa di essere del tutto preciso storicamente. Alla base, come diceva lei, ci sono i sentimenti e le scelte dei personaggi.

Penso a quando lei scrive “Quando avevo 19 anni/ o forse venti/ la morte mi attendeva su una strada/ di campagna verso Calcata” (p. 123), o a una delle poesie forse più forti di tutta la raccolta, Ai malati di Encefalomielite mialgica (2019). Nel suo caso come il vissuto è entrato nell’arte?

Certamente il vissuto ha avuto e ha un’influenza. Quella poesia è completamente autobiografica, accenna ad un incidente di macchina in cui, non sto esagerando, io e due miei amici ci siamo salvati per miracolo. Chiaramente anche la malattia ha cambiato la mia vita (encefalomielite mialgica grave e disabilità fisica). In questo percorso, ormai quasi di vent’anni, ci sono state alcune persone che mi hanno danneggiata ma altre invece che mi hanno aiutata molto. Scrivo anche per loro.

 

L'autore

Emanuela Monini
Emanuela Monini si è laureata a Perugia in Filologia romanza, ed è attualmente dottoranda di ricerca in Scienze del Testo dal medioevo alla modernità all'Università La Sapienza di Roma. Collabora al progetto PRIN 2022 CorTIM: Corpus testuale dell'Italia mediana, all'interno del quale si occupa di alcuni testi perugini di carattere pratico.