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“Sospesa. Una vita nella trappola dell’Europa”: intervista a Mariangela Paone

Nessuno vuole lasciare il proprio Paese, io amo
il mio Paese, ma se non posso studiare, se non possono vivere
qui la mia vita, devo provare a cercare una vita sicura
da un’altra parte.
(Da Sospesa. Una vita della trappola dell’Europa)

Mariangela Paone si è specializzata a Roma in informazione internazionale, è scrittrice e giornalista. Nel 2008 si trasferisce in Spagna, dove ha collaborato, fino al 2015, con il quotidiano El País, poi con El Español occupandosi, tra le altre cose, degli attentati di Parigi e della grande crisi dei rifugiati. Per elDiario.es si è occupata dell’inizio della guerra in Ucraina. Insegna redazione e reporting nella Scuola di Giornalismo UAM/El País e scrittura giornalistica alla Scuola Holden di Torino.

Rezwana Sekandari arriva a Lesbo a 13 anni, quando il suo barcone naufraga, perdendo tutta la sua famiglia. Da quel momento in avanti inizia un altro viaggio, ancora non concluso, con la burocrazia europea, una ragnatela (così la definisce Fabio Geda nell’introduzione del libro) da cui sembra impossibile scappare.

Sospesa. Una vita nella trappola dell’Europa nasce come “diario collettivo”, raccoglie le voci di coloro che sono scappati, ma anche di coloro che accolgono, delle famiglie che si rendono disponibili a prendere in affidamento i ragazzi, dei volontari, degli insegnanti, degli avvocati che si battono per le cause dei migranti, fino ad arrivare ai familiari, agli amici. Sospesa racconta un’altra storia, quella che spesso viene dimenticata: ciò che accade quando si arriva.

La prima domanda è un po’ una domanda di rito. Come è nato questo libro e perché ora, esattamente dieci anni dopo l’arrivo di Rezwana in Europa?

La prima edizione del libro è uscita in realtà in Spagna nel novembre del 2023. Lo spagnolo è stata la lingua in cui è stato scritto. La pubblicazione dell’edizione italiana, a gennaio, di quest’anno arriva proprio nell’anno in cui si compiono dieci anni dal naufragio del 28 ottobre del 2015 in cui persero la vita decine di persone e Rezwana fu l’unica sopravvissuta della sua famiglia. Il libro però è il frutto di un lavoro di anni, che in qualche modo è iniziato proprio dieci anni fa, quando raccontai la storia di Rezwana in un reportage molto prima di poterla conoscere di persona. 

Esiste una maniera “giusta” o “sbagliata” di raccontare queste tragedie? Dici a pagina 17 «L’Europa si sarebbe asciugata presto le lacrime versate sull’immagine del piccolo Alan Kurdi, il bambini di tre anni in fuga dalla guerra in Siria», che fa pensare un po’ alla grande differenza tra fare informazione e fare notizia.

Il problema è riuscire a mantenere l’attenzione al di là degli eventi che, per un periodo di tempo – a volte alcuni giorni, a volte settimane – occupano l’attenzione dei media e dei lettori, del pubblico in generale. La pubblicazione dell’immagine del corpo del piccolo Alan generò una commozione grande ma pochi mesi dopo si passò dal “refugees welcome” alla chiusura della rotta balcanica e a politiche sempre più restrittive sul diritto di asilo. E dunque la questione è da un lato continuare a raccontare queste storie nonostante l’assuefazione, nonostante il calo dell’interesse; e dall’altro, farlo andando in profondità, andando oltre l’impatto emotivo per spiegare contesti più ampi, per restituire attraverso il racconto la complessità di quello che accade, dando dignità alle storie individuali delle persone, dando un nome alle vittime…

Parlando invece degli aiuti, quanto bisogno c’è di volontari, di persone formate sia dal punto di vista medico che dal punto di vista linguistico?

I volontari hanno fatto moltissimo negli anni della mal chiamata crisi dei rifugiati e continuano a fare moltissimo. Ma direi che quello di cui c’è bisogno è di una risposta istituzionale -dunque non volontaria- che non miri al respingimento, alla deterrenza, all’esclusione, ma impieghi le risorse per accompagnare le persone che arrivano e che, come nel caso di Rezwana, sono sopravvissute a tragedie indicibili, affinché possano ricostruire le loro vite.

Rezwana racconta di come, nella prima scuola che impartiva lezioni ai bambini rifugiati, la lingua utilizzata era solamente il greco, e racconta del suo spaesamento. Solo grazie a una borsa di studio offerta da METAdrasi (ONG che, come riporta il loro sito “It was founded in December 2009 with the primary purpose of covering long-standing gaps in the reception and integration of refugees and migrants in Greece”) Rezwana riesce a seguire lezioni in inglese e a iniziare il percorso scolastico. Quali sono gli strumenti che di Unione Europea a livello istituzionale mette in campo per poter favorire l’integrazione dei ragazzi che arrivano in età scolare?

L’Ue mette a disposizione finanziamenti e programmi di scambio ma la responsabilità della scolarizzazione e inclusione dei minori stranieri ricade sui singoli stati.

Già nel 2008 escono due documenti che riguardano le criticità del sistema Dublino (“Sharing Responsibility for Refugee Protection in Europe: Dublin Reconsidered” su su ecre.org, ECRE (Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli, e un “UNHCR comments on the European Commission’s Proposal” su consultabile su refworld.org). Nel 2017 il parlamento europeo ha approvato una riforma per modificare i criteri di Dublino, soprattutto il criterio del primo paese di arrivo, che mai è stata però messa in atto. Quali sono stati gli sviluppi più recenti?

Lo scorso anno è stato approvato, dopo un lunghissimo negoziato durato anni, il nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo. Il risultato, un accordo articolato in dieci regolamenti, non solo non elimina le criticità del sistema di Dublino (come appunto il criterio del primo paese d’arrivo) ma di fatto restringe l’accesso al diritto all’asilo in Europa, istituzionalizzando, per esempio, le procedure accelerate di frontiera. Introduce poi un meccanismo di solidarietà tra gli Stati, con quote di ricollocamento. In teoria è obbligatorio, ma per sottrarsi all’accoglienza basterà di fatto versare una quota di denaro o fornire personali e mezzi al paese che sta affrontando una crisi migratoria. Tutto l’impianto del patto riflette la deriva del dibattito a livello europeo e degli stati nazionali con una erosione dei diritti e una visione securitaria delle politiche migratorie e d’asilo.

Rezwana non può andare in Svezia, anche se ha la prozia, anche se ha studiato lì. Come viene gestito il ricongiungimento familiare? Si sta aprendo qualche strada per fare in modo di farla uscire da questo limbo?

Quando Rezwana rimase orfana alle porte d’Europa, le autorità svedesi, applicando strettamente i regolamenti, rifiutò la richiesta di ricongiungimento familiare con la prozia perché non si considerava famiglia diretta, né si era comprovato un vincolo precedente, una relazione precedente stretta. Bisogna ricordare che Rezwana aveva allora 13 anni e la prozia e la sua famiglia erano le uniche persone conosciute che aveva qui in Europa. E che si erano rese disponibili ad accoglierla e a farsene carico, come fecero quando, tre anni dopo, Rezwana poté viaggiare in Svezia con i documenti da rifugiata ottenuti in Grecia. E come avrebbero continuato a fare se, al compimento dei 18 anni, Rezwana non fosse stata di nuovo obbligata a tornare in Grecia, il suo primo paese d’arrivo e quello che le aveva riconosciuto lo status di rifugiata.

Ora per poter aspirare ad avere un qualcosa di più simile alla nostra libertà di movimento all’interno dei confini della UE, Rezwana deve aspettare che le venga concessa la residenza permanente in Grecia.

Il libro sarà presentato martedì 1 Aprile alle ore 18:00, presso Casa Roghers di Piazza del Melo (Perugia). Dialogheranno con l’autrice Emanuela Costantini (Professoressa di Storia Contemporanea, UNIPG) e Lucia Maddoli (vice-direttrice di FELCOS Umbria).

 

 

L'autore

Emanuela Monini
Emanuela Monini si è laureata a Perugia in Filologia romanza, ed è attualmente dottoranda di ricerca in Scienze del Testo dal medioevo alla modernità all'Università La Sapienza di Roma. Collabora al progetto PRIN 2022 CorTIM: Corpus testuale dell'Italia mediana, all'interno del quale si occupa di alcuni testi perugini di carattere pratico.