L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni
Corrado Bologna ha insegnato Filologia romanza in diverse Università italiane e straniere, e Letterature romanze medioevali e moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi saggi sui principali autori delle letterature europee. Il suo ultimo libro è Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, Luca Sossella, Roma 2022.
Corrado Bologna sarà ospite di Francesco tra le righe martedì 8 aprile, alle ore 17, presso la Sala delle Adunanze di Palazzo Manzoni di Perugia (p. Morlacchi 11).
Nel ringraziarti d’aver accettato di essere tra gli ospiti del ciclo di incontri Francesco tra le righe, ti chiedo a quando risale la tua prima conoscenza del Cantico delle creature.
La “prima” volta in assoluto in cui ho sentito parlare del Cantico non la ricordo con certezza. Forse alle elementari, straordinario periodo che trascorsi alla “Scuola all’aperto al Gianicolo” (ancora oggi costituita da cinque casette di legno verde, sotto la statua di Anita Garibaldi), nella quale sono stato formato in maniera splendida. Ricordo poi che, ancora adolescente, nel 1964, passai qualche giorno ad Assisi con i miei genitori, legati alla Pro Civitate Christiana fondata da don Giovanni Rossi, e dove lavorava anche don Andrea Carraro, il quale aveva accompagnato Pier Paolo Pasolini in Terra Santa per girare alcune parti del Vangelo secondo Matteo. Il film lo vidi accanto a mio padre e a mia madre nella sala della Pro Civitate Christiana. Venne presentato ufficialmente al Festival di Venezia nel mese di settembre.
Ma è possibile che quella proiezione ad Assisi, dove Pasolini aveva a lungo studiato nella biblioteca e audioteca della Pro Civitate, scegliendo soprattutto la colonna sonora in compagnia della sua cara amica Elsa Morante, sia stata una “prima” promossa proprio da Rossi e Carraro, che avevano “commissionato” la realizzazione della pellicola. Io, poco più che bimbo, c’ero. E ho un ricordo fortissimo del film. Forse fu in quell’occasione, nei discorsi che accompagnarono la “prima”, che sentii parlare per la prima volta del Cantico di Francesco. Avevo tredici anni, non sapevo chi fosse Pasolini, né Francesco, e tanto meno capivo l’importanza immensa del Cantico come testo letterario, oltre che come poesia religiosa. Però di quella serata, di quei giorni, ho memoria intensa.
Più tardi lessi con cura il Cantico, e lo studiai con attenzione. Quando Alberto Asor Rosa e Roberto Antonelli mi chiesero di scrivere un saggio sull’Ordine francescano e la letteratura italiana, per il primo volume della Letteratura italiana Einaudi, il Cantico, la sua fortuna, la sua diffusione, il suo ruolo di asse intorno a cui ruota l’intera ideologia minoritica, diventarono per me un importante oggetto di ricerca scientifica.
Ci sono dei versi del Cantico che ti hanno particolarmente colpito e perché?
In primo luogo il verso 27, sui 33 complessivi del testo (il numero non è casuale: è quello degli anni compiuti da Cristo al momento della crocifissione). Nel verso 27 l’«Altissumu, onnipotente, bon Signore» viene lodato per qualcosa che nessuno aveva pensato mai prima di allora: per «sora nostra morte corporale». Il Cantico ha profondi legami d’ispirazione nei Salmi biblici, in particolare il 136 e il 148. Il salmo 136 si apre con un invito a “rendere grazie” a Dio per le sue creature:
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
2 Rendete grazie al Dio degli dèi,
perché il suo amore è per sempre.
3 Rendete grazie al Signore dei signori,
perché il suo amore è per sempre.
4 Lui solo ha compiuto grandi meraviglie,
perché il suo amore è per sempre.
5 Ha creato i cieli con sapienza,
perché il suo amore è per sempre.
6 Ha disteso la terra sulle acque,
perché il suo amore è per sempre.
7 Ha fatto le grandi luci,
perché il suo amore è per sempre.
8 Il sole, per governare il giorno,
perché il suo amore è per sempre.
9 La luna e le stelle, per governare la notte,
perché il suo amore è per sempre.
Anche il salmo 148, che di certo era nella mente di Francesco come laus liturgica, elenca le “creature” che il “Creatore” ha disposto nell’universo:
1 Alleluia.
Lodate il Signore dai cieli,
lodatelo nell’alto dei cieli.
2 Lodatelo, voi tutti, suoi angeli,
lodatelo, voi tutte, sue schiere.
3 Lodatelo, sole e luna,
lodatelo, voi tutte, fulgide stelle.
4 Lodatelo, cieli dei cieli,
voi, acque al di sopra dei cieli.
5 Lodino il nome del Signore,
perché al suo comando sono stati creati.
6 Li ha resi stabili nei secoli per sempre;
ha fissato un decreto che non passerà.
7 Lodate il Signore dalla terra,
mostri marini e voi tutti, abissi,
8 fuoco e grandine, neve e nebbia,
vento di bufera che esegue la sua parola,
9 monti e voi tutte, colline,
alberi da frutto e voi tutti, cedri,
10 voi, bestie e animali domestici,
rettili e uccelli alati.
Tuttavia in questo salmo non è ricordata la Morte. Invece Francesco, con un gesto rivoluzionario, che rovescia anche dal punto di vista antropologico l’idea stessa di laus, oltre ovviamente che il terrore per la morte come minaccia incombente, canta le lodi di «nostra sora morte corporale», creatura anch’essa, accanto a «sole e luna» e alle «fulgide stelle», alla «terra» alle «bestie e animali domestici, rettili e uccelli alati». Forse per la prima volta nella storia dell’umanità la morte viene esaltata come momento e compimento della vita, come sorella, come creatura che ci accompagna dal primo all’ultimo istante dell’esistenza.
E ricordiamoci che si tratta di un “cantico” in origine accompagnato da musica, come segnalava nel 1960 Gianfranco Contini, presentando le Laudes creaturarum [o Cantico di frate Sole] nei suoi fondamentali Poeti del Duecento: «Le stesse fonti precisano che Francesco avrebbe voluto che fra Pacifico, “qui in saeculo vocabatura rex versuum”, andasse attorno a dirigere l’esecuzione di questi suoi, quasi fossero i frati “joculatores Domini”; e specificano come di Francesco fosse anche la musica. Il copista di Assisi lasciò in bianco un rigo musicale su tre linee, manifestamente allusivo a un canto sillabico, quanto dire al canto gregoriano dei salmi». Al modo delle chansos dei trovatori provenzali, che Francesco doveva conoscere, il Cantico doveva anzitutto essere, appunto, un testo da “cantare”, un salmo in volgare da ritmare in canto gregoriano.
Ritieni che la sua lettura possa aver ispirato la scelta di occupartene?
Senza alcun dubbio. Come ho detto all’inizio, nel 1982 Alberto Asor Rosa e Roberto Antonelli mi chiesero di scrivere un saggio sull’Ordine francescano e la letteratura italiana, per il primo volume della Letteratura italiana Einaudi. Quel testo apparve nel 1983, e fu il primo di una serie di studi che dedicai ai testi minoritici, al loro influsso sulla cultura volgare e laica, anche su scala europea. Anni più tardi mi occupai della cultura dei Vittorini, soprattutto Ugo e Riccardo di San Vittore, riconoscendo nella loro pedagogia dell’interiorità e nella natura “creaturale” del loro agostinismo una linea che esercita, già ai primi del Duecento, un grande fascino sulla corrente dei Francescani “spirituali”, e poi su Bonaventura. Di tutto questo parlo anche nell’Introduzione all’edizione del De archa e del Libellus de archa che stiamo approntando insieme con Mira Mocan per gli Scrittori greci e latini della Lorenzo Valla-Mondadori, e a cui farà seguito l’edizione del De contemplatione di Riccardo di San Vittore.
A 800 anni dalla sua composizione, credi che il Cantico abbia ancora una sua attualità?
Come accennavo credo si possa riconoscere una continuità fra il pensiero dei grandi mistici Vittorini, eredi diretti di Agostino e della sua attenzione portata agli affectus, alle emozioni, alla tenerezza, e le posizioni etiche del Francescanesimo, soprattutto per quanto concerne la dimensione della “creaturalità”, del piccolo, del fragile, dell’umile che quasi scompare nell’immensità universale.
Mi sembra si possa parlare, per quelle correnti spirituali, una teologia del piccolo. Francesco Zambon ha utilizzato questa formula, bellissima, applicandola ad Eugenio Montale, poeta dai tratti segretamente gnostici che scrive intorno alla «coscienza dei limiti imposti dalla nostra condizione umana, della nostra fragilità, della ferita metafisica che portiamo nella carne». Alla constatazione che è impossibile «giungere al totale, a una fede, a una verità assoluta», Montale con crescente consapevolezza oppone non tanto una nostalgia del sublime, bensì, suggerisce con grande finezza Zambon, «quella che si potrebbe chiamare una “teologia del piccolo”, del minuscolo, dell’infinitesimale». Anche in uno scrittore molto diverso, lontano dalla cultura religiosa, qual è il portoghese Fernando Pessoa, la contemplazione del minuscolo, del millimetrico, apre alla conoscenza di verità segrete. Prendono forma nel contempo una gnoseologia del minimo e un’estetica dell’umile, dell’inutile, dello scarto.
Su piani diversi la stessa affettività intenerita per le creature indifese, per i rinnegati, per gli esseri che troppo spesso consideriamo relitti (e li chiamiamo, infatti, derelitti), innerva la scrittura di Pier Paolo Pasolini. Rispondendo alle domande di Gideon Bachmann una volta Pasolini dichiarò: «Secondo me si può parlare di una sacralità stilistica in Accattone. […] C’è un esercizio critico continuo della mia ragione sulle cose del mondo, ma il mio sguardo vero, quello più antico e arcaico, che io ho dalla nascita e mi sono formato nella prima infanzia ed è dunque il mio sguardo originario, è uno sguardo sacrale». Nel 1964, scrivendo per la rivista «Bianco e nero», aveva insistito su questa idea, parlando esplicitamente di religiosità e di epica della derelizione: «La mia visione del mondo è sempre nel suo fondo di tipo epico-religioso. […] La miseria è sempre, per sua intima caratteristica, epica, e gli elementi che giocano nella psicologia di un miserabile, di un povero, di un sottoproletario, sono sempre in un certo qual modo puri perché privi di coscienza e quindi essenziali. Questo mio modo di vedere il mondo dei poveri, dei sottoproletari, risulta, credo, non soltanto dalla musica, ma anche dallo stile stesso dei miei film. Ho preso Bach […] come la Musica con la emme maiuscola in quanto per me, ignorante di musica, Bach è veramente la musica in senso assoluto, capace di dare quel senso di epicità e di religiosità che dicevo in principio».
Una teologia della creatura piccola e senza difese, che accompagna uno sguardo creaturale, tenero, compassionevole, sulle cose e sugli uomini, è l’eredità offerta a otto secoli di storia dal Cantico delle creature. Francesco, che, non clericus, si definiva con fierezza laicus et illitteratus, ha dato vita a una spiritualità laica che ha seminato fecondamente anche il nostro tempo.
L'autore
- Carlo Pulsoni è il coordinatore di Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/carlo-pulsoni/).
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