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Un umile ‘controcantico’ per San Francesco

Buonasera a tutti e un grazie di cuore per questo invito.

Una premessa. In molte pagine critiche, il Cantico è presentato come il primo testo di poesia in volgare della nostra letteratura. Ma, fra le molte domande che ci si è posti intorno a questo splendido testo, figura proprio anche quella con cui ci si chiede se nascesse come un testo di poesia.

Una assai acuta monografia sul Cantico, quella di Nicolò Pasero, osserva[1]: «Forse noi vediamo della poesia dove poesia non era intesa, ma è del tutto lecito che noi la vediamo così; e sicuramente, anche se non è un’intera poesia nel nostro senso moderno, il Cantico dimostra nel suo autore una sensibilità a cui noi possiamo essere vicini, e questa sensibilità è tale proprio perché va al di là di quello che può essere il dettato predicatorio, dottrinale […]».

Ho voluto partire da qui, perché ‒ invitato in veste di poeta ‒, forse un po’ troppo ambiziosamente e presuntuosamente ho svolto l’incarico che mi è stato affidato istituendo una sorta di controcanto continuo fra le lasse di Francesco e testi poetici che ho personalmente sperimentato. Dopo di che, mi è sembrato di poter scorgere una sorta di ‘legittimazione’ di questo procedimento in un’altra affermazione di Pasero (p. 100): «In fin dei conti uno degli effetti della poesia è il confermarci, rafforzarci, indicarci una comprensione del mondo. […] C’è un tipo particolare di comprensione del mondo, nei suoi aspetti “belli”, nei suoi aspetti “seri”, per così dire, che passa attraverso la poesia. Anche il Cantico permette di andare in questa direzione». Francesco ‒ nei 33 versi delle sue 12 lasse ‒ sicuramente; io… io speriamo che me la cavo. E quanto a voi che gentilmente ascoltate queste rime sparse, sempre quell’insigne filologo ci ricorda come il fatto che il Cantico sia in volgare ci dica che non era rivolto ai dotti in grado di leggere e avvezzi a comunicare in latino, ma a un pubblico che avrebbe dovuto, appunto, ascoltare un testo orale (pp. 92-93).

Dunque rimando agli studi degli specialisti per i possibili approfondimenti di varia natura. Per esempio, Pasero illustra quella che chiama «confluenza memoriale» (pp. 45 e 58) di vari modelli: innanzitutto l’Apocalisse per le lasse iniziali e finali, poi il «cantico dei giovani nella fornace» ovvero il Benedicite dei tre fanciulli prigionieri di cui in Daniele 3, 51-74; l’inizio del Genesi con la grande opera della creazione; le lodi del Salmo 148. Ma illumina anche quegli elementi di contesto che più o meno direttamente possono essere penetrati nel testo, come la diffusione di posture e attese apocalittiche (pp. 52-65), o come una possibile contrapposizione a certe posizioni eretiche (soprattutto dei catari) che sminuivano il valore del creato (facendone opera di Satana) e potevano spingersi fino a negare l’eternità della punizione infernale (pp. 66-69 e 73-76).

Qui invece vorrei giocare solo su Cantico e, per così dire, ‘controcantico’, – ovvero controcanto con versi di oggi.

  1. L’Altissimo

 

  1. Altissimu, onnipotente, bon Signore,
    tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
  1. Ad te solo, Altissimo, se konfano,
    et nullu homo ène dignu te mentovare.

 «Tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione». Una proiezione totale verso l’Altissimo, con la piena dell’animo.

Un fulgido esempio. Eppure, soprattutto là dove non intervenga una particolare grazia, come è spesso difficile da quaggiù, per il comune mortale, rapportarsi con il Signore. A me personalmente è avvenuto di cercare il Signore, di attraversare un momento in cui in particolare lo sentivo presente e vicino, di scivolare poi nuovamente a una maggiore distanza, dalla quale occorre un costante impegno del cuore per non perderne la traccia.

A proposito di quei momenti in cui lo sentiamo così in alto che rischiamo di non percepirlo, vorrei tornare a una parabola che profondamente mi ha colpito, nel Vangelo secondo Luca (13, 6-9) e che ho cercato di consegnare a una poesia intitolata Stagioni nella mia raccolta Mancanze (Einaudi 2014): 

Stagioni

Un tale aveva un fico.
Sono già anni che non dà frutto, taglialo,
la pianterà di sfruttare il terreno.

Diamogli tempo un anno, che gli zappi
intorno alle radici e lo concimi.
Poi, se non frutterà, lo abbatteremo.

(Così, sfuggito al cappio,
spera in queste risorse. E che, non dico
tanto,          ma gli fruttino anche il minimo).

In quel librino di Einaudi, una prima serie di poesie intitolata Libro d’oro, cerca un contatto con la sfera divina, sviluppando poesie semi-laiche dalle singole pericopi delle tre principali preghiere cristiane (Pater, Ave, Gloria). Quella che dapprima cresceva sul segmento «che sei nei cieli» (e poi però non pubblicai in Mancanze) s’intitola Quei che dipinge lì, con aperta mutuazione dal verso di Dante, Paradiso XVIII 109, «Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi»:

Quei che dipinge lì

Finalmente finivano i lavori
e andavamo nella sera al bancomat
per il saldo, assorto, riservato,
taciturno il pittore;

da un lato il gran chiesone,
cui la volta bruciata della cupola
flottava in un tramonto indescrivibile
di nuvole celesti ed arancioni,
rosa, bianche;

dall’altro i nuvoloni
grigi in cui si ammucchiavano gli uffici
dei palazzoni opachi a spranghe rosse

– sormontati però da arcobaleno
a tutto sesto, doppio ed incredibile,
nitido, immenso, tangibile
e, semichiuso in un cerchio giottesco,
quasi innesto di un altro spaziotempo:

surreale fulgore più incredibile
per il rosso ed il giallo
(banderuola in metallo
del distributore), sovrastati
dal blu in campo arancione
di un grosso cartellone:
che glossavano il cielo
rispettivamente aperto e gratis.

Il pittore (per una confidenza
cresciuta sotto traccia con il tempo)
derogò al suo impenetrabile silenzio,
lasciandosi scappare: «Bel pittore,
eh?»

La poesia che si è poi definitivamente intitolata che sei nei cieli  prende spunto da un episodio che mi è davvero accaduto, e con un bambino che davvero si chiamava come me. Un episodio a cui mi è sembrato di poter dare un colore allegorico:

che sei nei cieli

D’improvviso straziava il pomeriggio
il pianto del bambino
disperato al cancello, per un caso
chiuso di fuori.

Corsi sopra, di lato:
«Alessandro, – chiamai – scendo, ti apro.
Non preoccuparti più. Dammene il tempo!»

«Dove sei? – singhiozzò – Non ti vedo…»

«Qui, affacciato,
settimo piano del palazzo accanto…»

Un attimo, la mano sopra gli occhi,
non mi trova, si scorda dell’aiuto
non sente più, stravolge in una smorfia
dolorosa la bocca, grida forte,
implora il padre, e ormai rinnega pure
la pura verità di avermi udito.

Così può avvenire di noi. Udire in qualche modo ‒ in un evento, in una creatura ‒ la voce dell’«Altissimu, onnipotente, bon Signore», e tuttavia presto smarrirsi, non riuscire più a rintracciarlo, perdere fiducia nel suo aiuto.

Chiudo questo primo accostamento in versi a un tema così impegnativo (su cui tornerò più avanti in chiusura) con la minima chiosa di un epigramma. C’è stato un giorno in cui in famiglia fummo costretti a far sopprimere un cagnolino molto amato, ma colpito da un male molto grave. In una piccola corona di poesie che scaturì da quell’ingrato compito (e ora è in una raccolta intitolata Giorni di scuola[2]) ne figura una che (a motivo del modo verbale univocamente impiegato, ma non solo per questo) si intitola Infinito:

Infinito

 Non più pensare facile esser Dio.
Arbitrare ab aeterno il bene e il male.
Dare, e in ispecie togliere, mio Dio,
la vita. E sempre. E in scala universale.
Sostituircisi, un attimo, a Dio.

 

II. Il firmamento

 

  1. Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, 5
    spetialmente messor lo frate sole,
    lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
    Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
    de te, Altissimo, porta significatione.
  1. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle: 10
    in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
    «Tucte le creature»…

Quante volte, anche in giorni di interiore sofferenza o di preoccupazione, ci avviene di trovarci di fronte a un paesaggio mirabile ‒ anche solo presentatoci dal computer al momento di aprirlo ‒ rimaniamo stupiti, e magari consideriamo che di fronte a tanta bellezza è bello vivere, essere stati messi in grado di fruirne…

Don Salvatore Sacchitella, un sacerdote senese cui ho voluto bene, e che ora ha raggiunto quella che chiamava la festa alla fine del viaggio, innumerevoli volte le presentò come una «mostra permanente della gloria di Dio»[3]. E anche qui, qualora si riesca a far cadere il velo dell’abitudine, questo pensiero si presenta spontaneo: la grandiosità, la perfezione dell’immensa macchina del creato, con le sue intrinseche ‘leggi’…

Alla pericope fiat del fiat voluntas tua nel Pater noster latino ho osato far corrispondere in Mancanze questa riflessione:

Il prato metafisico 

fiat

Ha piovuto nel prato. Con i cani
cammino e il lastricato
è cosparso di chiocciole.
Le schiaccio
involontariamente,
e mi dispiaccio
di sterminare vite,
anche minuscole.
Più semplici dei cani,
a muso basso
vaganti,
più semplici di me.
Non sono loro ad aver steso il selciato.
E né chiocciole,
né cani,
né noi
il prato
col brulichio infinito delle vite
radici
larve
chiocciole
formiche
due cani
e me,
che ce ne andiamo al passo
fra le innumeri forme qui fiorite
parallelamente
sistematicamente
gerarchicamente, e fra le nebbie
del dubbio casomai di questo passo
si dimostrasse niente…

Quanto a «frate sole» e «sora luna e le stelle» c’è innanzitutto una lirica del poeta inglese d’età vittoriana Thomas Hardy (1840-1928) che mi ha sempre colpito: At a lunar eclipse / Eclisse lunare. La leggo nell’edizione a cura di G. Sing[4], ma si trova agevolmente in internet. Vi si apre il mistero dell’«alto disegno del Cielo» e nel contempo dei traffici e del dolore di cui si colma (spesso per nostro libero arbitrio) il nostro pianeta:

Eclisse lunare

La tua ombra, Terra, dal Polo al Mare Centrale,
ora si spiega furtivamente sulla gentile faccia della Luna
in una monocromia uniforme e nella curva linea
di un’imperturbabile serenità.

Come potrei collegare tale simmetria proiettata dal sole
con la tua forma affannosa, lacerante, che conosco,
quel profilo placido come una fronte divina,
con i continenti di fatica e di miseria?

Ed è possibile che l’immensa mortalità
getti un’ombra così piccina,
e che l’alto disegno del Cielo
sia rinchiuso entro la costa di quell’arco lontano?

È tale la misura stellare della mostra terrestre,
nazione in guerra contro nazione, cervelli fecondi
eroi, e donne più belle dei cieli?

A questo testo così denso di problematicità vorrei contrapporne uno mio un po’ particolare, che si riallaccia a una serie di ritratti (che, da un’espressione della Vita nova di Dante, si intitola Figure d’angeli) in cui ho cercato di mettere in evidenza, in varie persone via via incontrate lungo i giorni, quella che mi pareva di vedere come una sostanza angelica, appunto. Questo si intitola Arcangeli del Corelli e nasce, a dire il vero, su commissione. Il curatore di un singolare progetto, Domenico De Martino, è stato così cortese da chiedermi se volessi partecipare a una ‘cordata poetica’ per commentare in versi alcuni scatti del fotografo Giampiero Corelli per le Suore carmelitane del Monastero di Santo Stefano a Ravenna. L’estroso artista ne aveva condotto un gruppetto sulla spiaggia all’alba, e le relative fotografie venivano ora affidate all’ispirazione di varie voci poetiche. Quel volume non è ancora stato pubblicato, ma ho inserito il mio testo nel volumetto Filo spinato, uscito da Einaudi nel 2021. Il cenno alla cosiddetta ‘estasi di Ostia’ rinvia naturalmente a quanto narrato in S. Agostino, Confessiones IX x, 23-26: affacciati a una finestra della casa che li ospita mentre attendono di prendere il mare e tornare in Africa, Agostino e la madre Monica si sporgono a meditare la futura vita dei beati, fonte di ricchezza indefettibile in cui Dio pasce il suo popolo in eterno con il pascolo della verità: e in uno slancio del cuore, arrivano a fruirne uno scampolo.

Arcangeli del Corelli

Sorelle di clausura che, all’aurora,
sul passaggio sottile
di legno del pontile,
guidate da Giampiero,
fotografo gentile,
raggiungono la spiaggia.

Tre sono ora di schiena, volte al mare
e al disco che se ne alza, e appena irraggia.
Pur se il viso è severo, ha un bel profilo
questa che sembra andare,
forse passando nel fotogramma accanto,
in cui a un lungo guinzaglio porta un cane.

Sorelle quotidiane,
di una vita normale
che trova spazio per il cellulare,
con cui, spalle alla luna e occhiali al sole,
fotografata, lei fotografa: e al sole
tiene esposta l’icona
(un Gesù) che esorna la custodia
di quel suo apparecchio personale.

L’immensa apertura
di questi spazi, la rena, la scura
loro veste nel chiaro bianco e nero
che coglie queste vite in un rubato…
Ravenna.
Ma potrebbe essere Ostia,
per via dell’estasi: il fuoco del sole
appena alto sopra l’orizzonte
ne investe una, che vi si trasfigura,
anima diafana, anche se, di fronte,
proiettata dalla luce mistica,
si stende un’ombra, scissa abbronzatura.

Alba quasi incredibile, fantastica,
nel seno del creato…
Per loro sia in onore
la rima suore e aurore.

 

III. Aere e frate vento

Con la quinta strofa del cantico entra in campo il primo dei famosi quattro elementi.

Padre Giovanni Pozzi ha puntualizzato[5]: «“le creature sono distinte in tre categorie, il firmamento, gli elementi volgari che costituivano il mondo sublunare, e l’uomo”». E ancora[6]: «Tutti vedono come  san Francesco abbia sostituito alle numerose creature del Benedicite [cioè di Daniele] la lista dei quattro elementi volgari, i quali erano, secondo la fisica del tempo, come i semi dei corpi misti che stanno sotto la luna […] Da una parte, legate dalle loro qualità prime del freddo e dell’umido, stanno l’aria e l’acqua; dall’altra, uniti dal caldo e dal secco, il fuoco e la terra. Sopra sta il cielo […], il cielo del primo elemento, l’etere, che arriva giù fino al cerchio della luna». Questo l’orizzonte dei dotti, mentre i semplici le avrebbero colte nelle loro qualità esperienziali[7].

Ma dicevamo dell’aria.

  1. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento,
    et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
    per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

A riscontro della lode di Francesco vorrei evocare uno spirare d’aria che chiama in causa la presenza umana, notoriamente dal Santo tenuta, umilmente, come in secondo piano nella sua rassegna dei mirabilia creati. In una mia vecchia raccoltina di Piccole poesie per banconote[8], ovvero di brevi testi utopisticamente immaginati come destinati a essere scritti sulla carta moneta affinché la loro poesia potesse circolare con un po’ meno di disattenzione, osservavo il bucato steso da una vicina, con una serie di calze che, sventolando, sembravano correre chissà dove, forse a un matrimonio aereo: l’ho immaginato ‒ per via del cielo e degli indumenti femminili ‒ fra due soggetti musicali, un celebre brano di Paolo Conte portato al successo da Adriano Celentano e la delicata canzone intonata da Audrey Hepburn, alla finestra, con la sua chitarra, in Colazione da Tiffany. E, a proposito, a questo breve testo affianco un’aria di tipo metaforico: «aere» e «frate vento» si prestano infatti oggi, nella nostra corrente percezione, a essere intesi come simbolo di turbamento, di qualcosa che, sotto una pressione esterna, ‘si sposta’ nel nostro animo, creando disagio.

La terrazza di sotto

Vuote dei bei piedini delle dive
che le mantengono ancorate alla vita,
come affrettandosi a nozze di canzoni

le calze sgambettavano nel vento,
su per la scala del meriggio, insignita
di quella tramontana trasparente.

Con Audrey e il Conte ero anch’io fra i testimoni:
si sposavano Azzurro con Moon River.

Da Corpuscolo (Einaudi 2004): Congedo con Agnese

Nei nostri piccoli miti mormorava
le sue note sospiro Moon River,
le note stelline.

– Non mi abituerò mai alle cose che finiscono.
Ho l’animo coi buchi.
– Come?
– Coi buchi, non è bello compatto.
– E da quei buchi escono lacrime, vero?
– No: passa l’aria.
– E che succede?
– Si sente.

Audrey Hepburn seduta alla finestra,
dita papiro fino alla fine dei mondi,
con la chitarra sussurrava Moon River.

La scena dell’aurora marina letta più sopra con Arcangeli del Corelli ci dà il destro per passare a «sora acqua», e con lei a «frate focu».

 

IV. Sor’aqua e frate focu

  1. Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, 15
    la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
  1. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
    per lo quale ennallumini la nocte:
    ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Queste due fondamentali pertinenze del mondo vorrei commentarle con due testi di Mancanze relativi a due malati; il secondo dei ‘miei pazienti’ è celebre, è Chopin, giunto alla fine della sua avventura esistenziale, e l’altro, nella medesima condizione, è semplicemente mio padre. Questa prima poesia è il primo tempo di un dittico Padre già quasi angelo e si intitola Difficoltà improvvise a deglutire[9]:

Difficoltà improvvise a deglutire

Nella Dottrina cristiana Agostino
scrive dell’importanza,
così inattesa, di un bicchiere d’acqua;
questo, perché «chi avrà dato anche solo
un semplice bicchier d’acqua
a uno di questi miei fratelli più piccoli…»
Così, a salvarsi, basta un bicchier d’acqua.

«Stai meglio?» «Sì, sto molto meglio, guarda»
e afferra il bicchier d’acqua
da sopra il comodino,
beve due sorsi quasi con noncuranza
(chi l’avrebbe mai detto: un sorso d’acqua
potesse assumere tanta importanza):

«Facile come bere un bicchier d’acqua!»

Il secondo testo è tratto da una lettera di Chopin al conte Wojciech Grzymała, un amico del compositore a lui molto vicino negli ultimi anni. Da Londra, Chopin si accinge a fare ritorno nell’appartamento parigino in cui abitò dal settembre 1842 al giugno 1849

Pigne e viole

21 novembre 1848

Mio caro Grzymała,
giovedì a quest’ora

partirò da questa odiosa Londra.
Sto male.
Fa’ comprare delle pigne:
Madame Étienne non faccia economia,

perché al mio arrivo si possa fare un fuoco.

Più che morire, qui potrei impazzire.

E fai comprare un mazzetto di viole,
perché vi sia profumo nel salotto,
così ch’io possa trovare ancora un poco
di poesia, al mio ritorno,
quando vi passerò per raggiungere il letto,
dove di certo resterò molto tempo.

Cura che sia tutto spolverato.
Un piano. Il fuoco. E poi le viole.
Forse
posso ancora guarire.

A loro volta le pigne e le viole ci aiutano a dire di altre meraviglie cantate nella Laus di Francesco:

V. Matre terra con fructi, flori et herba

8. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, 20
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

In Piccole poesie per banconote ho un Potenza delle melanzane (perché una mia nipotina ‒ una volta che, facendo uno scherzo a un vicino, sostituimmo su una sua piantina di melanzane a una melanzana, appunto, un pomodoro ‒ scappò gridando «abbiamo le melanzane, siamo felici»); e ho un Potenza delle zucchine (perché, quando nell’86 fummo colpiti dalle conseguenze del disastro di Chernobyl, le zucchine restarono una delle poche verdure di cui si consentisse la vendita). E ho pure una poesiola su una susina, e una sulle presunte virtù della rughetta quanto al fare bei sogni. Ma vorrei rispondere qui alla lode di Francesco con qualche minima lode di un fiore, il girasole, la cui esistenza risulta regolata da norme tanto segrete quanto meravigliose. Così ve ne propongo qualche verso da una serie che ai girasoli ho dedicato nel mio Vecchi filmati (edito da Manni nel 2016):

1.

Girasoli nell’ombra,
già girati
là dove sanno che apparirà il sole
(che sfiora già i compagni fortunati)…

3.

Non sono i fiori a somigliare al sole:
è il sole che ricopia il girasole,
e, se la terra gira intorno al sole,
gira a sua volta il sole intorno al fiore.

8.

Ma, santo Cielo, Tu che l’hai creato
qual è il congegno, il delicato, il
portentoso, ingegnoso marchingegno?

11.

Il 6 luglio del ’99,
20.40 verso Roma, in finestra
sulla corriera in Autosole.
Prodigio sulla destra,
dove tramonta il sole.
Un intero campo a girasole,
come a protesta,
tutti spalle al sole.

14.

Meraviglia delle cose belle:
studiato da vicino, il girasole
per coerenza interna alla natura
nel suo fuoco bruno quale è il sole
nell’eclisse, in fitta tramatura,
come un cielo, ha pistilli gialli a stelle.

16.

Nel principio di declinazione,
coesistenza di fiorire e sfiorire.
Perché, mentre il fiore grande muore
sulla corona del fusto reciso,
persevera deciso ogni minore
e corona la sua maturazione.

 

VI Perdono et tribulatione

Giungiamo così alle strofe 9 e 10 del Cantico, sul perdono e sull’accettazione delle tribolazioni

  1. Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore,
    et sostengo infirmitate et tribulatione.
  1. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, 25
    ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Si è ritenuto che nelle lasse 9 e 10 Francesco specchiasse la condizione umana sulla Passione accolta dal Cristo nella sua funzione di vittima sacrificale per il perdono dell’umanità. È un’interpretazione suggestiva, sulla cui scorta mi permetto di evocare, a controcanto, un testo scaturito da una gita scolastica in terra di Gitani, l’Andalusia, in cui mi capitò di osservare le varie fragilità e piccole/grandi sofferenze di una classe di adolescenti (piccola serie intitolata Gitane). Visitando una chiesa della città di Carmona, vi scorgemmo una singolare statua in legno del Cristo, né risorto, né ancora crocifisso. Ho così consegnato al libro Giorni di scuola questa Pausa nella Passione:

Pausa nella Passione:

Sempre, certo, al centro dell’altare,
ma non nella consueta condizione.
Vivo, e fermo un istante a divagare
in questa spersa chiesa di Carmona.
Coronato di spine, flagellato
sotto i tre raggi d’oro,
ma accovacciato, il volto in una mano,
e come una stanchezza senza fine,
così inerte e smagato,
così umano.

Così segretamente
sofferente,
fosse anche lui ora qui da adolescente,
nella sinistra abbandonata
chissà, lui pure, simbolicamente
terrebbe adesso stretta
una sua sigaretta.

Non gli importa dell’oro, né dei fiori.
Pensa a qualcosa, a qualcuno, guarda fuori
senza vedere

…il sole, noi, la gita,
Paola al suo posto, paziente e compita,
assorta nella sua vita.

Mi soffermo ora un momento sulle «tribulazioni», già sfiorate sopra in tema di «sor’acqua» e «frate foco», con quei due affetti da «infirmitate». E vi propongo (da Mancanze) Angeli su scale:

Angeli su scale

Quando la vidi scendere le scale,
per scherzo dissi «Abbiamo una sposa!»
Solo un poco dopo, la preziosa
luminescenza bianca con foulard
lasciò affiorare le sue parvenze Down.
Si aggirava flessuosa nella sera,
ascoltava attenta ogni poesia,
partecipava, ora con ironia
sorridendo, ora facendosi ombrosa.

Creatura d’altri mondi, si dispose
accanto a una bellezza giovanile
di occhi bruni acuti e luminosi,
vestita in scuro.
In differente stile,
e quasi come per moto contrario,
due capolavori del Creatore:

anche lei, sì, che pure decurtata,
compressa in una sua gittata minima
di fascino e avvenenza
ne andava fiera.
E, da diva del cinema,
riprese il giro, largo, voluttuoso,
qua e là poggiando uno sguardo abbandonato,
tenendo il collo lunare inclinato
come un cavallo ombroso
e uscì di scena, risalendo la scala
in cima a cui l’aveva congedata
la sua madre terrena, accorata
da una pena in volto senza fine.

Quanto al perdono svilupperei qualche considerazione in margine a un’esperienza ormai pluriennale di contatto con la popolazione ‒ come si usa dire tecnicamente ‒ «ristretta» nelle nostre carceri.

Un noto intellettuale, lungamente (e forse anche ingiustamente) detenuto, Adriano Sofri, scriveva su «La Repubblica» del 19 gennaio 2011:

Alessandro Margara [un illuminato magistrato di sorveglianza] lo chiama “il carcere dopo Cristo”: non dopo la nascita, dopo la sparizione. 2010: 66 suicidi, 1134 tentati suicidi, 5603 atti di autolesionismo. […] i detenuti in Italia sono 70 mila. Capienza ufficiale: 44 mila. Descrizione della situazione nelle parole delle autorità competenti: «Pazzesca», «Invivibile», «Illegale», «Tortura» e simili. Se siete un detenuto, o una suora di carità, vi cadono le braccia: come si fa a prendersela con uno scandalo carcerario di cui i titolari, dalle circolari ministeriali alle dichiarazioni di magistrati direttori educatori medici e sindacati di polizia, parlano con un tale disgusto?

E già su «Il Foglio» del 4 dicembre 1998 aveva riformulato Luca 23, 34 in un contributo per la rubrica «Piccola Posta» che, nella sua stringata interezza, suona «Padre, perdona loro, perché non fanno quello che sanno»[10].

Mi limito però, per ragioni di tempo, a mettere in evidenza la sostanziale assenza di volontà di perdono che ‒ a livello di pubbliche istituzioni ‒ ostacola l’operazione di recupero del recluso che sarebbe prescritta dalla Costituzione, e si manifesta invece nell’attivazione di condizioni di vita (come ha affermato anche il Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine 2024) «inammissibili». Ne ha parlato di recente, con toni vibratamente partecipi e giustappunto in chiave di perdono, lo stesso papa Francesco in un’intervista televisiva[11]. Negli ultimi anni ho lavorato ad alcuni testi in merito, ma qui mi sembra di dover convocare specialmente questo, non ancora pubblicato, dal titolo Eclissarsi, con doni:

Eclissarsi, con doni

Italia, 11 gennaio ’25,
undici giorni e già nove morti
in detenzione,
sette suicidi e due casi «da accertare».

Sono ora in salvo una diciannovenne
cardiopatica, una quarantenne
affetta da grave insufficienza renale,
un sessantenne con grave epatopatia,
un quarantenne che ha avuto un rene e il pancreas.
Da tempo il donatore aveva disposto
che i suoi organi ridessero la vita
a qualcun altro. Personalmente, la vita
anche se aveva solo ventisette anni,
lui se l’è tolta, non sostenendo il carcere.

Di lui si sanno solo le iniziali
(O.G.), la data del decesso
(tre giorni dopo che si è impiccato in cella
il 23 novembre ’24),
la sede, Cagliari, il carcere di Uta.
«Evadere» così, ma non inutilmente.
Pare che la madre l’abbia appreso
da una chat di parenti dei reclusi:
leggendo lì di un tentato suicidio
ha subito pensato
che fosse il suo ragazzo.

Al ministro, ha segnalato il caso
la garante dei diritti dei detenuti:
«Le scrivo perché voglio che si sappia
che la sua vita non valeva meno».

«Anima fragile, ma forte e generosa
(gli ha scritto in un biglietto la sorella),
vivi nei cuori di chi ti ha avuto in dono».

 

VII. Sora nostra morte corporale

Eccoci dunque insensibilmente pervenuti a quella che è forse la più stupefacente fra tutte le lodi messe in campo da Francesco: dopo le lodi della vita, quelle di «sora nostra morte corporale», presentata quasi come un dono.

  1. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
    da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
    guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
    beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,        30
    ka la morte secunda no’l farrà male.

A proposito del finale su sorella morte, il grande filologo Leo Spitzer ha scritto che «il Cantico è un testo che incomincia in Alleluia e si conclude in Dies irae»[12]. Una sorta di arco teso fra le origini del Genesi e i novissima dell’Apocalisse (Pasero 1992, p. 40). Del resto, Pasero sottolinea che si corre «da frate sole a sorella morte: la luce e le tenebre!» (Pasero 1992, p. 46) e come anche la «morte» vada incontro a quel processo di «familiarizzazione» che Francesco attiva per tutto il creato. Un processo per cui, evocando fraternità e sorellanza delle varie entità della natura («matre» è la terra), le porta strettamente e affettuosamente vicine all’esperienza di tutti e ribadisce indirettamente come esse e noi uomini abbiamo in comune nell’Altissimo quell’unico Padre Creatore (Pasero 1992, pp. 32-34). La sorellanza della morte corporale viene poi legata strettamente da Francesco con il problema del peccato, che porta alla «seconda morte», quella della dannazione: «quello che importa a Francesco non è di dire “non abbiate paura della morte”, ma “abbiate paura del peccato”» (Pasero 1992, p. 95; cfr. già p. 35).

Già Lalla Romano (in Nei mari estremi, Milano 1987, p. 206) aveva sottolineato «in quel sorella è detto tutto. È il riconoscimento della fraternità, della comune natura filiale: la morte riscattata anch’essa come creatura… »[13].

Una mia vecchia poesia intitolata Stupidi ricordi di Cremona[14], tornando a certe ossessioni che avevo attraversato, si chiudeva con i versi «temevo molto la morte: ero scemo/ poi quando morirò ci penseremo».

Subentrando maturità e sera dell’esistenza, è naturale che si inizi a meditare meno sporadicamente su ciò che può attenderci ‘dopo’, nelle tenebre o nella luce. «Ogni terzo pensiero ‒ dichiara Prospero al chiudersi della Tempesta di Shakespeare ‒ sarà per la mia tomba»[15]. In un testo recente, appuntato al telefonino mentre ero in piedi, in una lunga coda a un reparto di cardiologia, mi chiedevo

ma come si può fare,
l’idea del proprio finire, a accettarla,
a sentirla davvero naturale?
Forse bisogna abbastanza invecchiare
da giungere ad avere i propri cari
quasi tutti di là,
e allora farsene, docilmente, chiamare.

Per Francesco, naturalmente, «sora nostra morte corporale» segna la fine delle «tribulazioni» e soprattutto l’ingresso ‒ come scriverebbe Agostino ‒ in quella regionem ubertatis indeficientis, ubi pascis Israhel in aeternum veritate pabulo (Confessiones IX 10, 24). Ed è piuttosto questa la soluzione di fronte a cui dovremmo avere tanta forza di fede da «farsene, docilmente, chiamare».

Il punto è noto: se non vi fosse un margine d’incertezza, non tratteremmo appunto in termini di Fede. Anche chi crede e ama e desidera Dio versa per lo più ‒ sul piano esperienziale ‒ in quella condizione di abbastanza luce per credere e abbastanza ombra per mancare di sicurezza.

 

VIII. L’Altissimo, ancora e sempre

Alla fine del nostro percorso sta l’esortazione di Francesco che tira le somme di tutto il suo cantico di lode delle creature e soprattutto, di lode ‒ attraverso la creazione ‒ del Creatore.

  1. Laudate et benedicete mi’ Signore, et rengratiate
    e serviateli cum grande humilitate.

Congedandosi, dunque, non resta che allinearsi a questo suo comandamento, lodando il Signore e ringraziandolo per averci fatto sperimentare questa sua creazione. Desidero farlo con una poesia (da Mancanze) che ripercorre un affetto, mantenendone il potere consolatorio stretto alla fonte da cui ogni consolazione può promanare. Il titolo è benedetto il frutto:

benedetto il frutto

Forse, distante, in questo istante mi scrive.

Il suo pensiero, pieno di sé per me,
s’irradia come un ordine nei nervi,
raggiunge gli occhi, l’espressione, il collo,
la spalla destra, l’anello dell’ascella,
scende per i muscoli del braccio,
sfocia alle dita, docile s’impenna
nella ferma stretta della penna,
muta in inchiostro, si fissa nella carta,
cifra in simboli idea, conforto e affetto.

E io, mentre l’immagino, risalgo
dal foglio, su cui tiene fissi gli occhi
e in prospettiva io pure mi rifletto,
lungo la penna, le dita, quella mano,
il braccio, il collo,
le tempie, il suo pensiero,
che poi, in ultima analisi, è un pensiero,
lo spicchio di un rapporto, di un progetto,
nientedimeno che un’idea
di Dio.

[Intervento letto per il progetto Francesco tra le righe]

[1] Nicolò Pasero, Laudes creaturarum. Il cantico di Francesco d’Assisi, Parma, Pratiche, 1992, p. 106 (da ora Pasero 1992).

[2] Città di Castello, Edimond, 2001.

[3] Su di lui ora il Quaderno n. 15 della Fondazione Mons. Orlando Donati, Don Salvatore Sacchitella, Siena, Edizioni Cantagalli, 2023.

[4] Parma, Guanda 1968, pp. 146-147.

[5] In un suo Dittico per San Francesco, in «Versants. Revue suisse de littératures romanes» 1, 1981, pp. 9-26: 19-21 (che però qui cito da Pasero 1992, p. 21).

[6] A p. 27, citando di nuovo Pozzi (Sul Cantico di frate Sole. Di grammatica in preghiera, Bigorio Convento di Santa Maria, 1985, p. 7).

[7] Così Pasero 1992, pp. 28-29.

[8] Firenze, Polistampa, 1° gennaio 2002 (il giorno dell’ufficiale cambio di moneta fra le vecchie Lire e i nuovi Euro: la raccoltina ne ‘immortala’ le rispettive immagini, con poesie manoscritte sui loro recto e verso).

[9] Il rinvio iniziale è alle parole del trattato di sant’Agostino De doctrina Christiana (IV 37), a proposito del bicchiere d’acqua fresca di cui scrive il Vangelo secondo Matteo 10, 42.

[10] Il pezzo di Adriano Sofri per «Il Foglio» è stato ripubblicato in Piccola posta, Palermo, Sellerio, 1999, p. 252. A proposito di perdono: Sofri, come tutti sappiamo, ha scontato una lunga condanna relativa all’omicidio Calabresi, per il quale – sebbene se ne sia sempre dichiarato innocente – ha riconosciuto una responsabilità morale a motivo degli insistenti attacchi che contro il commissario condusse il suo giornale, «Lotta Continua», dopo la morte di Giuseppe Pinelli. La vedova di Calabresi, Gemma Capra, ha di recente ripercorso con toni toccanti, nel libro La crepa e la luce (Milano, Mondadori, 2022), il proprio itinerario verso il perdono degli assassini del marito.

[11] A Che tempo che fa del 19 gennaio 2025 (sulla rete Nove, reperibile ‒ riuscendo a dribblare la pioggia di inserzioni pubblicitarie ‒ al link https://nove.tv/programmi-nove/che-tempo-che-fa).

[12] Lo cito da Pasero 1992 p. 99. (Nella conversazione con il pubblico che, nella Biblioteca del Convento di Monteripido, fece seguito a questo intervento, Cinzia Anselmi sottolineò ulteriormente che il cantico inizia con «Altissimu» e termina con «humilitate»).

[13] Anche questa citazione prendo in Pasero 1992, pp. 35-36.

[14] In Otto febbraio, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller, 1995).

[15] «Every third thought shall be my grave»: The Tempest V.1, v. 312 (p. 962 del ‘Meridiano’ Teatro completo di William Shakespeare, a cura di Giorgio Melchiori, vol. VI, I drammi romanzeschi, Milano, Mondadori, 1981). Da qui anche il titolo della raccolta di Giovanni Raboni Ogni terzo pensiero (Milano, Mondadori, 1993).

Qui di seguito l’articolo in pdf

Un umile ‘controcantico’ per San Francesco

L'autore

Alessandro Fo
Alessandro Fo insegna Letteratura latina all’Università di Siena. Oltre a essersi occupato di poeti latini, ha condotto studi di letteratura italiana contemporanea (Sereni, Campana, Pizzuto), curando in particolare la riproposizione di varie opere poetiche e saggistiche di Ripellino. Come traduttore dal latino è noto per le sue versioni dell’Eneide e delle Poesie di Catullo. Come poeta, ha pubblicato svariati sillogi. Nel 2014 ha vinto il Premio Viareggio-Rèpaci per la poesia.