“Per quanto riguarda l’educazione dei figli,
penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù,
ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro;
non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo;
non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità;
non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e all’abnegazione;
non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere”.
Natalia Ginzburg – “Le piccole virtù”
Natalia Ginzburg è stata una delle più importanti scrittrici italiane. Quando i sociologi studieranno la storia del nostro paese tra gli anni ’50 e gli anni ’70 del Novecento troveranno nei suoi libri delle reali informazioni sulla vita delle persone comuni, sulle loro lotte, debolezze, stravaganze e dolci malinconie nei suoi romanzi e nelle sue commedie. I personaggi e le trame della Ginzburg non sono mai banali o scontate ma sempre originali: spesso gli uomini sono miti, incerti, insicuri e le donne vitali, estrose, imprevedibili.
Natalia Ginzburg era nata a Palermo nel 1917 ma da molto piccola si era trasferita a Torino, quella Torino di una volta così francese, così urbana e riservata, prima di trasferirsi definitivamente a Roma.
Suo padre era un grande scienziato, Giuseppe Levi, ebreo, che fu anche il professore di Rita Levi Montalcini, sua madre Lidia Tanzi, una signora lombarda amante dell’Opera lirica, cattolica. Natalia Ginzburg ha lasciato un memorabile ritratto dei suoi genitori nel suo libro autobiografico “Lessico famigliare”.
Si sposò due volte con due uomini eccezionali: il primo marito fu Leone Ginzburg, un intellettuale russo, trasferitosi giovanissimo in Italia che aveva tradotto anche “Anna Karenina” di Lev Tolstoj, ed era un noto antifascista.
Nel 1944 arrestato e condotto nella prigione di Regina Coeli a Roma morì a causa delle torture subite. Sandro Pertini lo aveva visto massacrato mentre veniva trascinato nel corridoio e Leone Ginzburg gli aveva detto: “Non dobbiamo odiare tutti i tedeschi”.
A lei, che era la giovane moglie, non venne concesso di vedere il marito in fin di vita. Splendida l’ultima lettera di lui in cui la incoraggiava a scrivere. Grazie all’amore verso i loro due figli, Andrea e Carlo, in futuro due stimati saggisti e professori, la scrittrice trovò la forza di vivere e fece anche una psicoanalisi con il celebre psicoanalista Ernst Bernhard, di cui ci ha lasciato un amabile e sottile ritratto letterario.
Alcuni anni dopo incontrò Gabriele Baldini, un geniale anglista, un tipo vulcanico (il suo “Manualetto shakespeariano” è splendido) che sarebbe diventato il suo secondo marito. Ebbero una figlia gravemente disabile che la Ginzburg curò e fece curare con amore, evitando di parlarne pubblicamente. Anche sua nipote Lisa sarebbe diventata una scrittrice, seguendo una felice tradizione familiare. Un certo pudore e riservatezza fu un lato di carattere di Natalia Ginzburg, il che non le impedì di fare incisivi interventi politici e di essere anche eletta deputata in Parlamento nella Sinistra indipendente negli anni ’80. Il suo romanzo “Caro Michele” del 1973 è essenziale per comprendere quei tempi e affronta dei temi forti per allora come quello di una disordinata, simpatica, estroversa ragazza madre (che nel bel film di Monicelli tratto dal romanzo avrà il viso di Mariangela Melato) e del suo ex ragazzo di estrema sinistra fuggito a Londra che ha un amico gay. Già in “Valentino” aveva racconto di un bello e svagato ragazzo bisessuale che fa l’errore di sposare senza una ragione una donna più grande di lui, brutta e ricchissima quando invece ama un suo malinconico amico inglese. Il suo saggio “Le piccole virtù” rimane un’opera mirabile che andrebbe letta nelle scuole, un vero e proprio insegnamento etico senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno.
Natalia Ginzburg scrisse anche un articolo dedicato al suo caro amico Cesare Pavese dove lo difese dalla immagine postuma e stereotipata di lui diffusa sui mass media, e volle far pubblicare “Menzogna e sortilegio” di Elsa Morante da Einaudi, dimostrando una solidarietà assai rara nel mondo letterario. Tradusse Proust e Maupassant.
Morì nel 1991 a 75 anni.
Ho conosciuto seppure fuggevolmente Natalia Ginzburg e ho una sua lettera autografa del 1990 su un tema letterario con la quale rispondeva molto gentilmente ad una mia.
L'autore
- Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna e di Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Ha pubblicato finora otto libri: "Un navigante senza bussola e senza stelle" (poesie); "Pensieri cristallini" (poesie); "La nostalgia delle 6 del mattino" (poesie); "In questi giorni UFO volano sul New Jersey" (poesie), "Storie fatte di niente", (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo "Il giovane senza nome" e il saggio "Pagine sparse – Studi letterari" e "Poesie 1982 - 2025". Ha scritto 200 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film "La lampada di Wood" che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio "Ciao, Francesca" e alcuni documentari tra Londra e Zurigo. Collabora con le riviste letterarie Insula Europea, Il Randagio e un paio website. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
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