La notte del 10 novembre 1793 o forse il mattino seguente un uomo di 59 anni venne trovato suicida in un bosco nei pressi di un piccolo paese della Normandia dove si era rifugiato dopo che era stato posto fuorilegge a Parigi. Nelle sue tasche venne trovato un biglietto: “Chiunque tu sia che mi trovi qui riverso, rispetta i miei resti: sono quelli di un uomo che è morto come ha vissuto, virtuoso e onesto. Nell’apprendere la morte di mia moglie, non ho voluto restare un giorno di più sopra una terra macchiata di delitti”. Il suo nome era Jean – Marie Roland, visconte, noto economista, autore di alcuni interessanti saggi e rivoluzionario girondino. Sua moglie era Manon Roland, nata Jeanne – Marie Phlipon, di vent’anni più giovane di lui, che arrestata il 31 maggio dal Tribunale rivoluzionario era stata in carcere fino all’8 novembre, giorno del suo processo farsa, a cui era seguita una immediata condanna a morte che era stata eseguita poche ore dopo. Anche Danton, uno di più importanti capi rivoluzionari, che sarebbe stato ghigliottinato pochi mesi dopo Madame Roland avrebbe detto, tra l’altro, nel suo memorabile discorso al tribunale “(…) So che siamo condannati a morte, conosco questo tribunale, sono stato io a crearlo e chiedo perdono a Dio ed agli uomini…non era nelle mie intenzioni che divenisse un flagello per il genere umano, bensì un appello, un’ultima disperata risorsa per uomini disperati e pieni di rabbia…”.
Il 24 giugno 1794 un altro uomo, anch’egli un rivoluzionario, il trentaquattrenne François Buzot, si suicidò in bosco nella regione della Nuova Aquitania nel sud est del paese. Era l’uomo di cui nell’ultimo periodo della sua vita madame Roland si era innamorata e di cui aveva scritto in modo struggente alla fine del suo Memoriale senza citarne il nome. Un amore platonico che ella aveva tuttavia rivelato al marito nonostante Roland fosse così geloso da averle persino proibito – tempo prima – contatti con due sue care amiche di gioventù che vivevano ad Amiens, Sophie e Henriette Cannet. Henriette Cannet aveva viaggiato in carrozza nella pericolosa Francia del 1793 per rivedere Manon in prigione, le aveva proposto di scambiarsi i vestiti e di fuggire rimanendo lei in carcere al posto suo – il che voleva dire rischiare la vita per salvare la sua amica.
Il marito, François Buzot e le amiche forse non sapevano che Manon in quei mesi di prigionia stava scrivendo un memoriale per la figlia, Eudora, che allora aveva 12 anni – in cui ella chiedeva teneramente a coloro che l’avrebbero accudita di acquistarle un’arpa per poter continuare gli studi musicali – e per posteri. Questo Memoriale è uno dei più bei documenti umani, scritto in una situazione terrificante da una donna di 39 anni che aveva, come si suol dire, coraggio da vendere ma anche un affresco di una Parigi sorprendente, una Parigi che non è quella più conosciuta dell’aristocrazia che aveva ascoltato la sublime musica di Mozart sonata al clavicembalo da lui medesimo continuando a chiacchierare di facezie (come aveva raccontato lui stesso in una lettera), che si dilettava in giochi di carte, pettegolezzi, stucchevoli commedie, intrighi amorosi mentre un mondo andava in frantumi ma bensì quella di una nascente piccola e media borghesia laboriosa che tanta parte ebbe nella rivoluzione del 1789.
Lo stile letterario di Manon è particolarmente toccante – tanto più che venne elaborato nella peggiore situazione, una prigione – perché ella non solo raccontava la sua vita con talento da scrittrice ma inseriva dei piccoli dettagli emozionanti che sapevano restituire la lucentezza di un mondo perduto a distanza di ben tre secoli: la luce particolare di un giorno, uno stato d’animo, il timbro di una voce. Le gite nei boschi verdissimi fuori Parigi, i libri di Rousseau letti con passione, la malinconia che fu, insieme al ben più nocivo vaiolo, il male del secolo. I discorsi, le umane debolezze, le frasi bonarie, le utopie, il lieto presentimento dell’amore.
Cuore sensibile e razionale al tempo stesso ella scriveva: “Peut-être un jour mes récits ingénus charmeront les instants de quelque infortunée captive, qui oubliera son sort en s’attendrissant sur le mien ; peut-être les philosophes qui veulent reconnaître le cœur humain dans la suite d’un roman et l’action d’un drame trouveront-ils à l’étudier dans mon histoire”. (Forse un giorno i miei ingenui racconti allevieranno i momenti di qualche sfortunato prigioniero, che dimenticherà la sua sorte provando tenerezza per la mia; forse i filosofi che vogliono riconoscere il cuore umano nel corso di un romanzo e nell’azione di un dramma troveranno qualcosa da studiare nella mia storia).
Nel Settecento in Francia e in Inghilterra alcune donne incominciarono a raccontare sé stesse in diari privati o memorie o carteggi epistolari. Sono elaborati preziosi perché sono una testimonianza in prima persona di vite vissute, di eventi che altrimenti sarebbero stati destinati all’oblio, di sentimenti ed emozioni non mediate dagli storici o dai romanzieri (per quanto anche le opere storiche e letterarie hanno ovviamente un loro grande valore). Era la realtà che erompeva sulla scena del mondo seppure discretamente. Le donne incominciarono ad uscire dall’anonimato, ad utilizzare la parola scritta come mezzo di espressione e di comunicazione. Come testimonianza. Fu un progresso emotivo e sociologico enorme se teniamo conto che la maggioranza delle persone dell’epoca, sia donne sia uomini, erano analfabeti. Si incominciava così quasi a percepire il potere taumaturgico della parola e la forza della memoria. Anche se esistevano delle donne scrittrici e poetesse il fatto che una donna potesse scrivere era ancora malvisto socialmente, era considerato sconveniente, la vita delle donne doveva essere sobria, ritirata e non pubblica. Alcune grandi autrici del secolo seguente, il 1800, sarebbero state costrette a scegliere un nome d’arte maschile per non essere dileggiate.
Nel 1700 una parte della Francia diventò un laboratorio di nuove idee sociali e politiche influenzato sia da alcuni filosofi tra i quali Rousseau, Voltaire, Diderot, D’Alambert, Condorcet e altri, sia dalla recente rivoluzione americana terminata nel 1783 e da intellettuali italiani come il giovane giurista napoletano Gaetano Filangieri, autore di un’opera innovativa e il milanese Cesare Beccaria, nonno di Alessandro Manzoni, autore di un grande libro contro la pena di morte e contro la tortura, nonché dai progressi scientifici che riempivano di curiosità.
Tutte queste idee incominciarono a mettere in discussione il potere assoluto della monarchia e i suoi iniqui privilegi che risalivano al Medioevo. L’aumento del prezzo del pane fu la scintilla che fece esplodere la rivolta a Parigi (dopo un esordio a Grenoble nella ‘giornata delle tegole’, alla quale assistette un bambino, Henri Beyle, che in seguito avrebbe preso il nome di Stendhal e che sarebbe stato un ammiratore letterario postumo di Madame Roland) il 14 luglio con la presa della Bastiglia, prigione in cui c’erano ben pochi prigionieri ma che venne completamente distrutta. La Rivoluzione francese fu un processo storico che durò ben dieci anni fino al colpo di stato del 18 Brumaio 1799 di un giovane, ambizioso generale corso, Napoleone Bonaparte.
Fu la rabbia di un popolo che vessato da secoli di povertà e ingiustizie si ribellò e di cui facevano parte notevoli personaggi progressisti, idealisti ragionevoli ma anche dei violenti e sanguinari. Fu il terrore di una monarchia e di un clero che racchiudeva in sé innocenti e colpevoli. Da parte di entrambi si commisero crimini. I meriti della Rivoluzione francese furono una nuova concezione del mondo, alcune leggi progressiste e l’affermarsi della borghesia. Jean – Marie Roland, visconte, e sua moglie erano progressisti. Entrambi furono tra i più importanti Girondini, un gruppo che sosteneva una monarchia costituzionale illuminata, tanto che esso venne anche denominato Rolandistes. In seguito Jean – Marie Roland divenne repubblicano. I due coniugi Roland istituirono a casa loro un salotto politico molto frequentato e salvarono anche la vita a Robespierre. Al centro di questo salotto politico c’era Manon Roland, affabile e colta, e grande collaboratrice del lavoro del marito, il quale ebbe importanti incarichi politici. Fu lei l’autrice di una lettera firmata dal marito ed indirizzata al re, Luigi XVI. Ma ben presto in una lotta feroce tra le fazioni i girondini vennero annientati dai montagnardi e dai giacobini: più di venti furono condannati a morte, altri si suicidarono per sfuggire al patibolo. Una ragazza girondina di provincia, Charlotte Corday, assassinò clamorosamente e brutalmente Marat per impedire, disse, altre esecuzioni.
Madame Roland venne descritta dalle fazioni nemiche come una donna intrigante e denominata La Circe dei Girondini ispirandosi cioè alla maga che aveva subdolamente conquistato Ulisse nell’Odissea. Ella si difese così nel suo Memoriale “La situation dans laquelle je me suis trouvée m’a fait des ennemis ; ma personne n’en a point ; ceux qui disent le plus de mal de moi ne m’ont jamais vue”. (La situazione in cui mi sono trovata mi ha fatto dei nemici, non ne ho di miei, quelli che parlano tanto male di me non mi hanno mai visto).
Fu nell’agosto del 1793, quando era in carcere già da tre mesi, che Manon trovò la forza di scrivere la sua vita, un memoriale per i posteri e gli accenti di questo scritto sono tanto spontanei ed immediati che tutto fa pensare che ella sia stata completamente sincera. Aveva già scritto delle Note Storiche che era riuscita a consegnare o a fare avere ad un compagno ma egli, spaventato, le aveva bruciate, cosa che suscitò vivo rincrescimento in lei ma fu proprio quel manoscritto perduto ad ispirarle l’idea di scrivere le sue memorie. Una lotta vertiginosa contro il tempo e la morte. Ella presagiva chiaramente la sua fine e sperava che il marito e gli altri girondini potessero raggiungere l’America.
La piccola Manon, una bella bambina con i capelli scuri, nata nel 1754, era l’unica sopravvissuta dei sette figli di una coppia della piccola borghesia. Il padre era un incisore/pittore che aveva un negozio/bottega nel cuore di Parigi. La madre una donna di casa. Nel racconto il padre emerge come un buon diavolo non esente da debolezze come la gran smania di diventare ricco commerciando in gioielli, e più tardi il gioco d’azzardo, in gran voga allora, e l’alcolismo e la madre una donna delicata, sensibile, cristiana, unico sostegno affettivo ed emotivo della figlia a cui venne data una qualche istruzione: un po’ di grammatica, di latino, di storia e di musica, chitarra e strumenti a corde. Manon manifestò fin dall’infanzia una vera e propria passione per la letteratura, leggeva tutto ciò che poteva, dalla Bibbia a Voltaire, era intelligente, rifletteva, cercava di capire il mondo. Dopo essere stata molestata sessualmente due volte da un sedicenne apprendista del padre trovò il coraggio di raccontarlo alla madre che la protesse. Nel Memoriale ella accenna altre due volte a questioni sessuali con una grazia perduta oggigiorno. Il decesso quasi improvviso della madre, quand’ella aveva solo ventun’anni, fu la tragedia della vita di Manon che ebbe un periodo di “assenza” dal mondo di straziante dolore. Manon sognava Plutarco, grandi azioni, nobili ideali e, adolescente, aveva avuto una crisi mistica, era entrata come allieva in un convento e aveva coltivato l’idea di diventare suora. Era diventata grande amica di tre coetanee, Sophie e Henriette Cannet (quella che fece di tutto per salvarla nel 1793) con cui avrebbe mantenuto per tutta la vita una importante corrispondenza epistolare, e Angélique, una dolce e timida ragazza del popolo che nutriva per lei una venerazione, e che sarebbe poi diventata suora. Era la storia di una adolescenza: le grandi domande sulla vita, le grandi amicizie. L’amore verrà molto più tardi: Manon voleva sposare un uomo intelligente e rifiutò molti partiti dai migliori, economicamente parlando, ai più improbabili, come il venditore di limonata. La parte del Memoriale dedicata ai pretendenti è particolarmente coinvolgente perché compaiono personaggi bizzarri e malinconici. La vita delle donne era concepita allora solo per il matrimonio e la maternità. Il lavoro era considerato degradante: solo le donne povere o cadute in disgrazia lavoravano. I matrimoni erano veri e propri accordi per ragioni economiche e sociali, contratti di affari, e raramente unioni d’amore anche perché i fidanzati non si conoscevano quasi per nulla.
Quando si presentò il visconte Roland era indubbiamente un ottimo partito anche se più grande di lei di vent’anni (cosa non rara a quei tempi) e Manon venticinquenne realizzò il suo desiderio di sposare un uomo intelligente. Il loro matrimonio durò tredici anni ma nonostante gli ideali in comune e la grande stima di Manon verso di lui egli era un economista un po’ cupo, non bello, geloso e a volte un po’ caustico e il matrimonio, nonostante la nascita della figlia Eudora, si rivelò infelice. Manon e François Buzot, suo coetaneo, si innamorarono ma non nacque tra di loro una relazione, non per remore moralistiche riguardo alla fedeltà – Manon era una donna seria ed emancipata – ma perché in quell’anno 1793 gli avvenimenti erano troppo tragici ed incalzanti e c’era ben poco spazio per l’amore. Dopo la crisi mistica dell’adolescenza Manon si era allontanata dalla religione – la chiesa cattolica era la grande alleata della monarchia – come molti giovani di fine Settecento diventando ‘scettica’ – come scrisse lei stessa – e seguendo i filosofi Illuministi dopo aver attraversato alcune fasi intellettuali aderendo prima al giansenismo (a cui aveva aderito anche nel 1600 il grande filosofo Blaise Pascal), poi a idee cartesiane, stoiche, deiste cioè a coloro che credevano in un Dio ma non in una religione. In ricordo della madre non aveva smesso di andare a messa e pur non credendo più nei preti percepiva una spiritualità nella natura. Forse oggi si potrebbe definire Manon agnostica.
Vi furono durante la rivoluzione altre donne come Olympe de Gouges che si batterono per i diritti femminili. De Gouges aveva scritto un libro reclamando diritti per le donne dedicandolo alla regina Maria Antonietta, che sarà anche lei ghigliottinata nel 1793. Anche De Gouges finì alla ghigliottina e nel ’93 Robespierre fece chiudere i clubs femminili. Le donne aristocratiche, borghesi ante litteram o popolane, che avevano parlato di diritti o che erano scese nelle piazze non ottennero nulla dalla rivoluzione. E, poco dopo, nel 1799, sarebbe finita al patibolo nella repressione della rivoluzione partenopea, ben più mite di quella francese e di intellettuali del livello di Madame Roland, un’altra grande donna, Eleonora De Fonseca Pimentel. Non priva di comprensibili momenti di sconforto, Manon Roland tentò di procurarsi un veleno che i pochi amici rimasti le negarono, in tribunale si difese bene (non aveva commesso alcun reato) e sul patibolo non mostrò – secondo i testimoni – alcuna paura e anzi confortò un povero ragazzo terrorizzato.
Bibliografia
Madame Roland Memorie
Madame Roland Lettres
Catriona Seth La fabrique de l’intime. Écrit autobiographiques du Femmes du XVIII (dove si trova il testo del Memoriale di Madame Roland in francese)
Cécile Berly Elles écrivent: le plus belle lettres au XVIII siécle
Lady Mary Worley Montagu Cara Bambina
Anne Soprani La Revolution et le Femmes: de 1789 à 1796
Jules Michelet Les femmes de la Revolution
Anche il poeta e politico Lamartine scrisse un libro su Madame Roland.
L'autore
- Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna e di Giuliana Scappino, produttrice cinematografica. Ha pubblicato finora otto libri: "Un navigante senza bussola e senza stelle" (poesie); "Pensieri cristallini" (poesie); "La nostalgia delle 6 del mattino" (poesie); "In questi giorni UFO volano sul New Jersey" (poesie), "Storie fatte di niente", (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo "Il giovane senza nome" e il saggio "Pagine sparse – Studi letterari" e "Poesie 1982 - 2025". Ha scritto 200 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film "La lampada di Wood" che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio "Ciao, Francesca" e alcuni documentari tra Londra e Zurigo. Collabora con le riviste letterarie Insula Europea, Il Randagio e un paio website. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
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