Per comprendere appieno l’ultima opera di Andrea Camilleri, Autodifesa di Caino, conversazione scritta da autentico «contastorie» qual era (e come amava definirsi), che avrebbe dovuto tenere, sul modello di Conversazione su Tiresia, il 15 luglio del 2019, alle Terme di Caracalla, occorre tornare indietro di qualche anno, al saggio Il Rinascimento e l’orologio a cucù, apparso originariamente come Prefazione a Karl Marx, Elogio del crimine, Nottetempo, Roma 2007, e oggi leggibile in Andrea Camilleri, Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa, chiarelettere, Milano 2013 (alle pp. 300-302). Andrea Camilleri, com’è noto, non tenne più quella conversazione su Caino, poiché le sue condizioni di salute peggiorarono, e morì pochi giorni dopo, il 17 luglio 2019, rispetto alla data prefissata per lo spettacolo. Nel mese di dicembre, di quello stesso anno, la casa editrice Sellerio pensò di pubblicare il testo dell’Autodifesa di Caino come primo libro postumo del grande scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo italiano, il cui nome è (e resterà) profondamente legato a quello della casa editrice di Enzo e di Elvira Sellerio. Per la pubblicazione, l’editore si è avvalso della collaborazione redazionale di Arianna Mortelliti, nipote di Camilleri, che già aveva collaborato con il nonno, appunto, nella stesura definitiva di quel testo, in previsione della sua messa in scena.
Il Rinascimento e l’orologio a cucù, come ho già scritto, era uscito qualche anno prima, in forma di saggio introduttivo, e, con quello stile ironico e paradossale che ha sempre caratterizzato la scrittura di Camilleri, sviluppa il tema della «bontà» del Male, o meglio, del Bene come «plusvalore» del Male, a cominciare dalla proposta di rovesciamento dell’antichissimo adagio «non tutto il male viene per nuocere», in «il male porta sempre bene». Il ragionamento paradossale di Camilleri, nel saggio, parte da Bernard de Mandeville (1670-1733), medico e filosofo olandese, che, nel 1714, aveva dato alle stampe il pamphlet La favola delle api, ossia vizi privati, pubblici vantaggi, nel quale, appunto, il filosofo aveva sostenuto, con serietà di ragionamento, che un vizio privato come l’«egoismo», in realtà, finisse per agire come potentissima «forza propulsiva» all’interno di una società, capace cioè di condurre al benessere sociale, al progresso, al pubblico vantaggio. Di contro, la virtù dell’«altruismo», a ben guardare, agiva da deterrente di quel progresso, di quel pubblico vantaggio, sempre all’interno di un copro sociale, e che quindi fosse da valutare negativamente. Una considerazione generale, sulla dimensione privata e pubblica dei vizi capitali, va aggiunta, con riferimento a Dante Alighieri, che verrà citato esplicitamente da Camilleri nella successiva espansione di questo suo iniziale saggio nella Autodifesa di Caino. Dante, infatti, struttura le sette cornici purgatoriali proprio sui vizi capitali, indicando i primi cinque di questi vizi (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia e prodigalità) come perniciosi per la società intera, dannosi, cioè, per l’intero corpo sociale, e non solo per l’individuo (indicando, invece, soltanto gli ultimi due vizi capitali, la gola e la lussuria, come vizi strettamente privati, e non sociali, quindi, meno pericolosi degli altri cinque). Appoggiandosi alle tesi espresse da Bernard de Mandeville, Camilleri, qui, comincia a destabilizzare il lettore, rovesciando il rapporto tra il Male e il Bene. Subito dopo, chiama in causa Jonathan Swift (1667-1745), scrittore, poeta, e autore di pamphlet satirici, irlandese, che, con la sua Modesta proposta (del 1729), assumendo i panni dell’economista, aveva sostenuto, con serietà e con severità di ragionamento, la proposta di utilizzare i bambini poveri, una volta ingrassati a dovere, come cibo per i ricchi proprietari terrieri irlandesi, risolvendo, così facendo, il problema della sovrappopolazione, ricorrendo a un «metodo onesto, facile e poco costoso», garantendo alle famiglie povere anche una entrata extra, sia non dovendo più accudire al mantenimento dei propri figli, sia consentendo loro la vendita. Camilleri fa notare, sempre nel suo testo, che Carlo Marx aveva ben letto il saggio di Mandeville, giungendo, grosso modo, alle stesse conclusioni, e cioè:
«ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione…».
Fino a giudicare, sempre da parte di Marx, il crimine e il delinquente «come elementi fondamentali per lo sviluppo della “forza produttiva”».
Seguono, quindi, riflessioni e considerazioni sul nostro presente storico, e sulla necessità, a giudizio di Camilleri, di allargare il campo d’osservazione, rispetto a Marx, nei confronti di tutti quei soggetti sociali che, oggi, traggono beneficio dal crimine: poliziotti, criminologi, avvocati, giudici, giurati, fabbricanti di serrature, casseforti, sistemi d’allarme, giornalisti, giallisti, periti chimici, periti informatici (aggiungeremmo oggi), e così via. Sviluppando in modo logicissimo questo ragionamento, Camilleri precisa che, nel nostro mondo, la tecnologia, e la tecnologia digitale in modo esponenziale, ha permesso di allargare a dismisura il raggio d’azione del crimine, se solo si pensasse, ad esempio, a Internet e al crimine legato alla pedofilia, alla vendita delle armi, dei veleni, delle droghe, alle truffe, etc. etc., che corrono tutte nel WWW. Infine, Camilleri sottolinea l’importanza di un passaggio del ragionamento di Marx, che, sempre sulla scia di Mandeville, giunge a vedere il criminale, il delinquente, come un produttore d’«arte, [di] bella letteratura, [di] romanzi e perfino [di] tragedie», per ironizzare che tutto ciò oggi sarebbe vieppiù vero, se solo si guardasse all’enorme produzione editoriale odierna di romanzi gialli, noir, horror, legal thriller, spionistici, e via dicendo. Il saggio Camilleri lo chiedeva, dunque, con questa immagine del delinquente produttore d’arte, riprendendola, pari pari, nell’Autodifesa di Caino, facendo discendere direttamente proprio da Caino la nascita della musica (e degli strumenti musicali). In entrambi i testi, nel saggio Il Rinascimento e l’orologio a cucù, e nella Autodifesa di Caino, Camilleri evoca una stessa immagine cinematografica, e cioè quella di Orson Welles, che, nel film Il terzo uomo, di Carol Reed, del 1949, pronuncia una battuta diventata, poi, leggendaria (oggi, l’avremmo definita «virale»):
«Prendi, per esempio, l’Italia. Ha avuto secoli di guerra, di morti, di sangue, di rovine, assassini, e cosa ne è venuto fuori? Il Rinascimento. Prendi la Svizzera. Secoli di pace, tranquillità, serenità, armonia… E cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù»
con la precisazione che il regista, Carol Reed, avesse raccontato successivamente che quella frase non fosse prevista in sceneggiatura, e che quella mattina, al momento di girare la scena, Orson Welles gliel’avesse proposta, e che lui l’aveva accettata, reputandola felice, sul rapporto tra criminalità e arte.
Intorno a queste paginette introduttive del 2013, argute (e paradossali), nello stile del Camilleri maturo e apprezzato da milioni di lettori, fu scritto, come ampliamento letterario, il testo Autodifesa di Caino, in forma di allocuzione dell’«imputato» Caino, sulla interpretazione del Bene come plusvalore del Male. Camilleri dà vita al “suo” Caino, che nell’immaginario collettivo popolare è emblema assoluto (e certo) del Male, facendolo apparire, se non proprio simpatico, quanto meno spiazzante, capace cioè di far riflettere gli ascoltatori (o i lettori). Intorno alla figura di Caino, nell’Autodifesa, Camilleri recupera tutta una rete di rinvii e di riferimenti extra-testuali, che vanno dalla Bibbia, ai racconti midrash rabbinici, dalle letterature europee, a molte opere nelle quali, appunto, Caino è personaggio principale. Oserei azzardare che, qui, Camilleri stia scrivendo un «autodafé» rovesciato, nel quale cioè non c’è più, come nella tradizione di questo genere letterario, l’imputato che accetta la condanna, e che, soprattutto, abiura. No, nel caso dell’Autodifesa di Camilleri, l’«imputato» proclama e argomenta, dinanzi alla “corte”, cioè, dinanzi al pubblico, la sua innocenza, fino a spingersi a sostenere una tesi opposta, rispetto al comune pensare, sull’origine del Bene, con il fine, ovviamente, di convincere il pubblico (i lettori), ai quali, in chiusura di «autodifesa», non chiede subito di esprimersi, di pronunciare la sentenza, ma di pensarci (bene) su, e di riflettere, prima di emettere sentenza, sulla questione Bene / Male:
«Non voglio che pronunciate il vostro verdetto ora. Riflettete su quanto vi ho raccontato questa sera e poi decidete da voi. Secondo coscienza. Vi auguro una buona notte».
Poco prima, Caino, in un passaggio della sua conclusione, aveva appena detto: «…non sempre dal bene nasce altro bene e che non sempre il male genera altro male».
Rispetto al saggio del 2013, nell’Autodifesa, il confronto tra l’Italia del Rinascimento e la Svizzera è leggermente modificato:
«In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento.
In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù».
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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