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Indire boccia il plurilinguismo all’università

 C’è qualcosa di paradossale nelle valutazioni che l’Agenzia Nazionale Indire ha riservato al progetto Erasmus+ Cooperation Partnership in Higher Education PLURI-UNI, nato per rafforzare la comunicazione accademica plurilingue e per valorizzare le lingue nazionali in ambito universitario. Secondo i valutatori, sostenere le lingue accademiche diverse dall’inglese sarebbe “contrario” agli obiettivi di internazionalizzazione e rischierebbe addirittura di produrre effetti negativi, costringendo studenti e docenti a un carico di lavoro aggiuntivo dovuto allo studio di sistemi linguistici diversi da quello rappresentato dalla propria L1 e dall’inglese.

Peccato che questa posizione sia in aperta contraddizione con quanto proclamato da anni dall’Unione Europea e dal Consiglio d’Europa. Basta aprire il QCER (2001, Companion Volume 2020) per leggere che la competenza plurilingue e pluriculturale è uno dei cardini della cittadinanza democratica e dell’accesso equo al sapere. Oppure scorrere la Raccomandazione del Consiglio UE del 22 maggio 2019 sull’apprendimento delle lingue, che invita gli Stati membri a garantire l’acquisizione di almeno due lingue oltre alla lingua materna. O ancora consultare la Dichiarazione sul valore del multilinguismo in Europa (Commissione Europea, 2018), dove si afferma che ogni lingua è portatrice di una visione del mondo e strumento insostituibile per la costruzione della conoscenza scientifica.

Eppure, nella valutazione di Indire sembra prevalere una concezione riduttiva e, diciamolo, un po’ provinciale del termine “internazionalizzazione”, che finisce per coincidere con l’uso esclusivo dell’inglese. Una sorta di dogma linguistico che non trova riscontro né nella letteratura scientifica, né nei documenti programmatici europei. Perché, ci si chiede, dovremmo limitare l’Europa accademica a un monolinguismo travestito da globalizzazione, quando le stesse istituzioni comunitarie ci ricordano quotidianamente che la diversità linguistica è una risorsa, non un problema?

Il progetto PLURI-UNI nasce proprio per rispondere a bisogni concreti: atenei internazionali che devono gestire la crescente diversità linguistica dei propri studenti e docenti, mantenere attrattività nei confronti di ricercatori stranieri e, soprattutto, garantire accesso democratico al sapere. Strumenti come il corpus accademico plurilingue, proposto all’interno del progetto, non sono un vezzo erudito, ma una risposta concreta alle sfide dell’educazione superiore, in linea con il Digital Education Action Plan 2021–2027 e con gli obiettivi di Erasmus+.

Che poi l’inglese resti una lingua veicolare di riferimento è fuori discussione. Ma confondere l’uso dell’inglese con la cancellazione delle lingue nazionali significa ignorare la European Charter for Regional or Minority Languages (1992), le linee guida del Consiglio d’Europa per “Promuovere l’apprendimento delle lingue e la diversità linguistica” (2007) e persino il senso stesso di una cittadinanza europea che si costruisce sulla pluralità, non sull’uniformità.

In fondo, la valutazione di Indire sembra dirci che un’Europa multilingue è “irrealistica”. Ma cosa c’è di più realistico della vita quotidiana dei nostri atenei, dove studenti e ricercatori parlano, studiano e pubblicano in una molteplicità di lingue? Forse il problema non è il plurilinguismo, ma la fatica di abbandonare vecchi schemi monolingui, rassicuranti ma ormai fuori dal tempo.

E allora sì, continuiamo pure a proclamare giornate europee delle lingue e a stampare documenti comunitari in 24 idiomi ufficiali. Purché poi non ci si scandalizzi se qualcuno, come i ricercatori degli Atenei coinvolti in PLURI-UNI, prende sul serio quelle raccomandazioni e prova a metterle in pratica.

diana.peppoloni@unipg.it

 

L'autore

Diana Peppoloni
Diana Peppoloni è professoressa associata in Didattica delle lingue moderne all'Università degli Studi di Perugia, dove è anche Direttrice del Centro Linguistico di Ateneo. Linguista computazionale per formazione, studia l’impatto delle tecnologie digitali sulla didattica delle lingue, con particolare attenzione allo sviluppo e all’impiego didattico diretto e indiretto dei corpora, come strumenti per valorizzare la consapevolezza metalinguistica degli apprendenti e il loro repertorio plurilingue. I suoi interessi di ricerca vanno dallo studio della comunicazione accademica parlata, all'analisi di aspetti rilevanti nei percorsi di insegnamento/apprendimento linguistico, tra cui la gestione di ambienti di apprendimento multilingui.