avvenimenti · In primo piano

L’onda nera in Europa e altrove. Note e ipotesi interpretative

Presento qui alcune riflessioni immediate su l’onda nera, quella dei movimenti (nuovi?) di estrema destra che si diffondono in tutta l’Europa e altrove, con i loro valori e le pratiche che sostengono, a cominciare dal chiedermi perché, nonostante decenni di analisi decostruttive su concetti chiave come identità, nazionalità e nazionalismo, tradizione culturale e senso di appartenenza, legami di sangue e altri, tutto questo è ancora così vivido e forte nelle menti e negli orizzonti immaginari delle persone.

Perché, a dispetto degli orrori evidenti che hanno prodotto, le ideologie essenzialiste sono ancora così attraenti?

Perché, nonostante l’evidente fallimento dei nazionalismi estremi del secolo breve, i popoli seguono con fervore i più stravaganti movimenti patriottici?

E ancora, perché, nonostante la nostra convinzione che il nazionalismo è un’illusione, abbiamo fallito nel persuadere dei suoi rischi e delle sue premesse sbagliate?

Questo breve articolo è un tentativo di risposta a alcune di queste domande impellenti, almeno per chi scrive, e anche una proposta: che fare per proteggere gli avanzamenti anti essenzialisti dei decenni passati?

Individuo due, fra i tanti, come possibili processi (con relativi parziali esiti) responsabili del grave stato in cui il mondo si trova oggi: la mobilità – che genera sradicamento e provoca rigetto – e la digitalizzazione – che genera amplificazione di individualismi e pulsioni sfrenate.

—

Si tratta dunque del tentativo di mettere a fuoco un paradosso centrale (e drammatico) del nostro tempo: il risorgere violento di nazionalismi, essenzialismi, e ideologie esclusive a dispetto non solo delle decostruzioni accademiche (ma anche giornalistiche, politiche, pedagogiche, intellettuali, culturali in un senso più generale), a dispetto dei disastri e delle devastazioni che tali ideologie hanno provocato.

Identità, tradizioni culturali, legami di sangue, nazionalità – tutte categorie rigorosamente criticate da antropologi culturali, storici, e filosofi – sono ancora forti, e restano idee potenti affettivamente – capaci di esercitare attrazione e di catturare menti e cuori – e politicamente operative (per lo più nel senso che sono concretamente catalizzatrici del consenso popolare e del voto).

Quindi, propongo prima di tutto un’approfondita riconsiderazione del modo in cui studiosi più o meno di sinistra – su questo occorrerebbero delle precisazioni, ma si andrebbe troppo lontano – in particolare antropologi culturali, storici e teorici della cultura – hanno affrontato il nazionalismo, l’identità, e il senso di appartenenza e del perché questi sforzi hanno fallito nel bloccare il passo al risorgere dei movimenti di estrema destra.

Seguendo questa linea di riflessione, un primo dato non ignorabile è che le accezioni essenzialiste di identità continuano a sollecitare l’immaginazione collettiva, nonostante le insistenti critiche e gli evidenti danni che storicamente hanno provocato. Di fatto, le ideologie nazionaliste restano attraenti, nonostante decenni di analisi critiche e l’evidenza storica della loro carica distruttiva. Pongo quindi l’ipotesi che profondi tratti umani, corroborati da elementi emersi più forti negli ultimi decenni – la cultura digitale e l’individualismo esasperato che questa alimenta insieme alla mobilità estrema degli ultimi anni sostengano e rigenerino queste ideologie.

Spingere l’analisi lungo le ipotesi sopra formulate richiede una rottura con le risposte prevalenti (quelle originate entro una ortodossia anti-essenzialismo) per arrivare a nuove comprensioni non solo dei simboli del nazionalismo (del livello simbolico del) ma di qualcosa di più fondamentale – emozionale, organico, innato, naturale – che sia matrice di una reinsorgenza tanto allarmante. Il rischio che spingersi fin qui porti a essenzializzare i concetti più amati dalla destra estrema, la razza, la nazione, il sangue ecc., facendone una sorta di emanazione di una natura umana universale c’è fino a un certo punto, se pensiamo che, di fatto, questi concetti già adesso si pongono in tal maniera.

Quindi, ipotizziamo (senza tentennamenti e con qualche intento provocatorio): gli immaginari nazionalisti attirano non tanto per la loro efficacia simbolica, ma perché risuonano strutturalmente – e qui so di pormi su un terreno alquanto scivoloso e complesso – con esigenze umane profonde. Forse imprescindibili necessità umane di radicamento, continuità, destino collettivo e condiviso (in cui ogni individuo trovi il proprio posto) e, persino più paradossalmente, di gerarchia e discriminazione. L’avversione per l’ibrido, l’alterità, l’intrusione, lo straniero, l’uguaglianza fa da contraltare concettuale, ma anche empirico, nel senso che non mancano le evidenze di ciò, a quanto appena ipotizzato.

In altri termini, il ritorno del nazionalismo esasperato sarebbe indice non di ignoranza ma di esigenze non risolte; rimaste sospese e prive di risposta nei valori, nelle politiche, nelle pratiche della sinistra e più in generale nel campo (anche culturale) progressista e democratico.

In altri temini ancora, idee e valori di estrema destra (con le pratiche che queste sostengono) durano non per via della onnipresente manipolazione politica dell’ignoranza (in cui pure gli esponenti di tali posizioni sono maestri) ma perché radicate in tratti umani più profondi che attengono a identità e appartenenza e, in un senso più generale, al nostro modo di essere nel mondo. Più precisamente, la manipolazione politica dell’ignoranza – per esempio il fatto che l’amministrazione Trump possa negare l’evidenza e sostenere tesi totalmente inventate a proposito, per dirne una, degli assassinii di due cittadini americani a Minneapolis – funziona proprio perché e quando soddisfa quegli ipotetici tratti umani. E fa scattare l’identità.

Del resto, sappiamo bene che la rimozione e la manipolazione della storia rafforzano il senso di identità e di appartenenza. Sappiamo bene quanto le società umane tendano a rimuovere la storia, a negare l’evidenza, a cancellare eventi drammatici (e scomodi) del passato, a negare responsabilità, a vivere il più possibile in un presente senza temporalità, tutte cose che alzano il livello di sicurezza, di spensieratezza, di benessere. Abbiamo la memoria corta, e non facciamo gran che per allungarla (se non in pochi casi, mal tollerati a volte), come ci ricordano (appunto e purtroppo senza grandi effetti) Jan Assman, Tzevtan Todorov, Paul Ricoeur, Dan Diner fra tanti altri.

Questo appare come un tratto costante degli individui e della storia delle comunità umane e probabilmente non può essere scalfito né modificato con un semplice richiamo del suo livello simbolico e ideologico.

Questo è altresì ciò che dobbiamo comprendere, per alzare il livello e l’efficacia del contrasto al dilagare dell’onda nera.

Non è un caso, in effetti, che le ideologie nazionaliste trovino un forte alleato nella cultura digitale e nella mobilità, visto che entrambe alimentano un impegno con l’identità e la comunità frammentario, carico emotivamente e mediato visivamente. La mobilità, in tutte le sue declinazioni, genera dinamiche di in-group/out group. Che i popoli abbiano la spiccata tendenza a apprezzare il loro gruppo (in-group) rispetto a altri gruppi in contrasto o in opposizione (out-group) è un’evidenza. Non c’è nulla di nuovo nel ricordare che pregiudizi, ostilità, chiusure, etnocentrismi, razzismi vari, discriminazioni, esclusioni trovano la loro matrice costante nel tempo e nello spazio nelle dinamiche dell’ingroup/outgroup, per come delineate in un lavoro divenuto un classico del sociologo William Graham Sumner, Folkways (1906).

La cultura digitale e le piattaforme social, dal canto loro, svolgono un ruolo cruciale nel creare un contagio emotivo di idee e rappresentazioni. Molto si potrebbe ricavare su questo, interrogandosi su post, slogan, simboli, idee, meme e altre rappresentazioni, e articolando una sorta di epidemiologia delle idee, per evidenziare che cosa renda virale una rappresentazione e non altre, e a quale livello agiscano i tratti responsabili della diffusione di un’idea. La cultura digitale funziona per alcuni aspetti come la cultura popolare, e a questo proposito ricordo il celebre scritto di quasi cento anni fa (del 1929), Il folklore come forma di creazione autonoma di Pëtr Bogatyrëv e Roman Jakobson, nel quale i due studiosi delineavano alcune modalità della censura e della selezione di temi e contenuti fra le comunità orali. Anche in questo caso rimando ad altra sede e ad altro tempo i pur necessari approfondimenti. Mi limito qui a porre la possibilità che ci sia un nesso tra l’una e l’altra.

Le rappresentazioni di legami di sangue, di identità granitiche, di tradizioni linguistiche e culturali “pure”, di modelli di organizzazione sociale “puri” (come la “famiglia naturale” per esempio), così come alcune disuguaglianze strutturali (la distanza fra ricchi e poveri, maschi e femmine, tratti di stratificazione sociale) assumono consistenza ontologica e attraggono le persone perché si collocano entro profonde e fondamentali disposizioni umane, a garanzia di appartenenza, sicurezza, ordine, direzione, senso. La decostruzione simbolica non intacca, evidentemente, una strutturazione così profonda; le decostruzioni rendono l’identità percepita come instabile e fragile, nient’affatto soddisfacente dal punto di vista emotivo e esistenziale. I discorsi, le analisi intellettuali e accademiche finalizzate a smontare disuguaglianze, discriminazioni, razzismi, gerarchie, violenze strutturali non erodono il potere concreto e affettivo dei miti nazionalisti. I discorsi e le posizioni progressiste e l’esperienza quotidiana delle persone sono slegati, mentre il “senso comune” trova espressione negli slogan dei leader populisti e nei programmi di destra. La percezione degli intellettuali come “élite simbolica” sostanzialmente inutile cattura numerose menti. In questo la cultura digitale e le piattaforme social svolgono un ruolo cruciale e hanno grande responsabilità.

Quindi, di che cosa si tratta? Di qualcosa di inerente alla condizione umana. Disposizioni – per ripararsi dietro Pierre Bourdieu – che oltrepassano i sistemi ideologici e simbolici, e sfuggono alle analisi decostruttive e intellettuali. Hanno capacità affettive, irrazionali, incorporate, primordiali e oggi si rafforzano in una cornice storica segnata da mobilità e mediazione digitale dell’esperienza. Non a caso tratti costitutivi e pervasivi della vita contemporanea (degli ultimi decenni) delle persone nella globalizzazione. Non a caso entrambe, a dispetto della loro apparente connettività (reti sociali, reti diasporiche) alimentano l’individualismo e lo sradicamento, atomizzano le comunità e promuovo l’iperindividualismo. Non sarà che entrambe rafforzano la presa emotiva dei miti collettivi, (la nazione, la tradizione, la purezza culturale, la xenofobia, la gerarchia maschile / femminile) come scudo dietro cui ripararsi da senso di smarrimento e di vuoto?

Dinamiche dell’ingroup/outgroup, fondate nella natura umana; legami primordiali (Clifford Geertz, 1963); pulsioni inerenti alla condizione umana (Francoise Heritier, 2004). Potrebbero collocarsi al cuore profondo dell’evidenza (empirica) che, nonostante tanto lavoro analitico, le ideologie essenzialiste e ontologiche (e le relative pratiche) non solo persistono ma sembrano guadagnare terreno (emotivamente, elettoralmente, culturalmente). I partiti di estrema destra, i movimenti di ideologia esclusivista, e i discorsi neoconservatori si sono spostati dai margini al centro della vita politica e – più incredibilmente – della vita popolare. Tale reinsorgenza chiama urgentemente e seriamente in causa il potere esplicativo di alcuni paradigmi dominanti. Anche i discorsi di emancipazione, a partire dai femminismi, dai decolonialismi e dalle varie forme di antirazzismo fino alla cancel culture, alla woke culture e al movimento #me-too incredibilmente e in modo crescente si vedono attaccati e accusati di elitismo, frammentazione, disconnessione culturale.

Alcuni recenti lavori, come quello di Didier Fassin sulle economie morali (La Raison humanitaire. A Moral History of the Present, 2010), oppure quello di Arjun Appadurai sulla paura delle minoranze (Fear of Small Numbers, 2006) cercano di allargare l’ambito di riflessione a affezione e emotività; tuttavia, sostanzialmente mancano approcci che tentino di oltrepassare la critica simbolica per considerare le radici strutturali e antropologiche dell’appartenenza, focalizzando il ruolo della mobilità e dei social media nel sollecitare immaginari e legami.

Emerge la necessità di una cornice analitica complessa che consenta una profonda rivisitazione del primordialismo, non nei suoi classici significati ontologici e essenzialisti, ma come verità sentita o esperita. I legami di sangue, un’identità certa, tradizioni linguistiche e culturali pure, modelli di organizzazione sociale puri, come la “famiglia naturale”, ma anche disuguaglianze strutturali acquisiscono consistenza e attirano le persone perché forse soddisfano alcune esigenze radicate nell’umano. Quindi che dire delle cause rivoluzionarie, delle lotte anticoloniali, delle idee di uguaglianza, libertà e della loro capacità di attrarre e legare emotivamente? Forse che attecchiscono solo come surrogati simbolici di condizioni materiali soddisfacenti e rassicuranti allorché queste ultime sono venute meno?

Ipotizzando che l’attrattiva del nazionalismo si crei per le pressioni della mobilità e della cultura digitale, appare urgente una maggiore comprensione dei modi in cui gli umani vivono concretamente, sentono, e si connettono nell’era digitale.

Approfondendo i modi della socialità mediata digitalmente (e i suoi effetti); elaborando una nuova cornice interpretativa del nazionalismo come espressione del desiderio profondo, persistente degli esseri umani per il radicamento e per la continuità, che non è solo esito di manipolazione politica o ignoranza culturale; mettendo in discussione l’ortodossia progressista; indicando il fallimento dei movimenti di emancipazione non solo nella sua veste politica ma anche antropologica; riconoscendo che le idee progressiste non sono in grado di sollecitare le esigenze profonde di appartenenza che al contrario le ideologie nazionaliste occupano con successo. Da questo, infine, ripartire con una consapevolezza più elevata dei tratti del demone da affrontare: non simboli, ma disposizioni? non ignoranze, ma esigenze? non egoismo, ma incertezza?

L'autore

Vincenzo Matera
Vincenzo Matera è professore ordinario di antropologia culturale e di antropologia linguistica nell’Università di Milano, Dipartimento di Lingue, Letterature, Culture Mediazioni. È docente di storia sociale della cultura nell'USI (Università della Svizzera Italiana), Facoltà di Comunicazione, Cultura e Società. Si occupa di teoria antropologica, di scrittura e di politiche della rappresentazione, nel quadro di una più ampia riflessione sulle pratiche comunicative. Tra le sue ultime pubblicazioni: Pensare, parlare, scrivere, videoscrivere, digitare, in L’antropologia linguistica di G. R. Cardona, a cura di C. Bologna e V. Matera, La ricerca folklorica, Grafo edizioni, n. 78, anno 2023, pp. 241-252; Storie dell’antropologia (a cura di G. D’Agostino e V. Matera, Utet università, 2022, trad. inglese Histories of Anhtropology, Palgrave, 2023).