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La lingua della memoria

“L’italiano essendo una lingua già pronta,
mi impedisce di dare pienamente voce a certe cose”
Renzo Favaron

Biografia delle voci di Gian Piero Stefanoni, si configura come una piacevole opera di critica letteraria affiancata dalla componente poetica che funge da nastro, la quale collega strettamente l’emotività umana ad un fronte linguistico. Più che un susseguirsi di interventi critici, il volumetto si presenta come un itinerario: dalle lingue locali a lingue minoritarie e aree fuori confine, Stefanoni ci guida alla scoperta della ricchezza di tutti quei territori, talvolta dimenticati, che conservano presuntuosamente una moltitudine di ricordi e testimonianze letterarie fondamentali. In questi spazi la lingua è depositaria, e trasforma prontamente ciò che svanisce in ciò che resta.

Sono contemplati una serie di autori che hanno reso la propria lingua nativa una delle caratteristiche peculiari della personale produzione letteraria.

Come specifica l’autore del volume, i singoli testi sono stati pubblicati in tempi diversi, su riviste e siti letterari, poi successivamente inseriti all’interno di un’unica opera. Trovo questa idea del tutto pregevole, poiché permette al lettore di confrontare i differenti contesti storici, politici, geografici e sociali di un’Italia progressista, che corre il rischio di condurre nell’oblio la sintesi di una poesia, che dei suoi uomini e donne sa replicare la voce e la umile vita vissuta tra le campagne, i raccolti, le montagne e il mare: un compendio impeccabile di usanze e virtù. La citazione del maestro Pier Paolo Pasolini: “il possesso del dialetto agevola la ricerca di forme in atteggiamenti efficaci e immagini proprie”, ci ricorda che il dialetto è una lingua evocativa, utile per sviluppare una miglior coscienza riguardo la sua insita capacità espressiva.

La prima parte del testo mette alla luce le voci sommesse ma taglienti di poeti che hanno segnato le nostre regioni, con i loro rispettivi dialetti.

Per ricordarne alcuni cito Marco Gal (1940-2015), poeta valdostano che ha saputo restituire dignità alla sua terra, valorizzando il patois, una varietà della lingua francoprovenzale parlata nella regione della Valle d’Aosta, che lui stesso definisce “lingua del sangue”, adatta a fornire uno scorcio autentico delle sue radici. Remigio Bertolino (1948-) si fa portavoce dell’arcaico dialetto piemontese vicino la città di Mondovì, realtà viva solo grazie alla celebrazione del ricordo; un simbolo cardine per la Val Camonica è invece Dino Marino Tognali (1928-2014), che ha reso una terra immensamente pregna di storia viva per sempre, mediante l’abile combinazione delle parole. Di notevole impatto è il suo ritratto, riportato da Gian Piero Stefanoni, di una società “sènsa ‘nsòmie/senza stèle” (“senza sogni e senza stelle”), in cui è arduo mantenere una propria integrità, questo malinconico tormento interiore è difatti ben percepibile dalle sue parole. Spostandoci verso zone marittime, il ligure Paolo Bertolani (1931-2007) originario di La Serra, frazione di Lerici, è una delle figure di riferimento della poesia in dialetto ligure, che è il respiro di spazi ricchi di memoria. Come scrive lui stesso “la pièva o vègna vento/i siti i nó refiàde pu connoi/i nó vene pu/ a fioìe drento” («piova o venga vento/i campi non respirano più con noi/non ci vengono più/a fiorire dentro»), è l’uomo che si aliena e muta in continuazione, non la natura che lo circonda.

Tra le poetesse, è essenziale menzionare Maria Lenti (1941-) e la sua raccolta “Ancorass” (“Rincuorarsi”) di componimenti in marchigiano, nello specifico urbinate, appartenente alla famiglia dei dialetti gallo-italici. Lingua estremamente mutevole e soggetta all’influenza delle regioni confinanti, l’urbinate trova voce tra le parole docili di questa intima raccolta poetica. Figura dal valore inestimabile è quella di Crescenzo Del Monte (1868-1935), studioso impegnato nella divulgazione del dialetto giudaico-romanesco, un misto di ebraico antico e volgare romanesco. Questa varietà dialettale ripercorre le vicissitudini storiche della comunità ebraica romana nel periodo post-unitario, seguendo il duro percorso di acquisizione dei diritti civili e politici degli ebrei italiani. Maria Grazia Cabras (1954-), ultima citata in questa sezione del saggio, con la sua poesia celebrativa ci mostra un ritratto della Sardegna colmo di colori e profumi. I suoi canti materni rappresentano un grido di paesaggi che attendono la fioritura dei campi e i desideri non raggiunti di una fanciullezza che ormai deve lasciare spazio alla dura consapevolezza di essere donna.

All’interno della seconda sezione Lingue minoritarie e fuori confine, sono stati inseriti autori che narrano lo scorrere del tempo in tutti quei luoghi, che per motivi storici e politici, non hanno avuto una demarcazione netta dei confini linguistici.

Un caso particolare è quello di Anna Maria Bacher (1947-), poetessa originaria di Grovella, paesello della Val d’Ossola, adiacente al Canton Vallese, luogo di origine della popolazione walser. Una valle ricca di storia, che ha assistito al progressivo isolamento dalla madrepatria delle popolazioni viventi al suo interno, obbligandole a confrontarsi con le altre di lingua neolatina presenti nel territorio adiacente. Il popolo walser battezza la propria lingua con il sostantivo titsch, un tedesco medievale che sopravvive per mezzo della poesia della medesima autrice.

Un’altra lingua minoritaria è il griko salentino, una delle varietà di neogreco parlate in Italia, raccontatoci da Salvatore Tommasi (1950-). Essendo una lingua a rischio di estinzione, il poeta si impegna a trasformare una tradizione linguistica prettamente orale, in lavori scritti che diventano testimonianze storiche imprescindibili di un passato ancora incerto, che si muove tra il dominio della Magna Grecia e quello bizantino.

Spostandoci in Sicilia, è indispensabile ricordare l’ex insegnante Giuseppe Schirò Di Maggio (1944-), una delle figure di riferimento più importanti della cultura arabëreshe in Italia. L’autore si batte per proteggere un’eredità linguistica risalente al XV secolo, rendendola un’occasione per commemorare un patrimonio culturale antichissimo. Altro custode della sua terra è Antoni Canu (1929-), che si fa portavoce del catalano di Alghero. È abile nell’intrecciare all’interno dei suoi versi, il canto della sua terra e la responsabilità dell’uomo di proteggere la natura che lo circonda. Con le sue parole, Canu rende inscindibili la figura del contadino e quella del poeta, dichiarandosi prima che un artista, un uomo.

Giunti al termine di questo viaggio, ogni autore interrogato porta sulle spalle il peso di essere intermediario tra lingua e senso di appartenenza. Gian Piero Stefanoni abbatte i confini che dividono la poesia dialettale da quella scritta in lingua italiana, ricordandoci la fatica di affermazione delle minoranze, le quali conferiscono “un’eterna identità” ai luoghi del cuore.

E quando l’occhio del mondo ci proietta ossessivamente al progresso e alla fulminea trasformazione, quest’opera imprime un’orma nostalgica sulla nostra coscienza catapultandoci in un universo di lotte per la conservazione del patrimonio linguistico e poetico, volto alla fruibilità del prossimo. Infine, il dialetto non appare un limite alla comprensione collettiva, bensì una encomiabile aggiunta alla lingua della longeva tradizione letteraria.

gaia.mammarella@gmail.com

 

 

L'autore

Gaia Mammarella
Gaia Mammarella è nata il 23 giugno 2004 ad Ortona. Ha frequentato il Liceo delle Scienze Umane Giacomo Leopardi di Recanati, e ha partecipato nell’anno scolastico 2021-2022 al programma di exchange year in Canada. Dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore nel 2023, frequenta il corso di laurea in lettere moderne presso l’Università degli studi di Perugia. Collabora attualmente al progetto di ricerca ArPeR (Per un Archivio dei Periodici Romaneschi).