La foto di copertina è di Mariacristina Colombo
Autore appartato e al tempo stesso al centro di una delle più interessanti iniziative editoriali volte alla promozione della poesia, le meritorie, anche per quanto sta alla qualità della lirica straniera tradotta, edizioni Il Ponte del Sale, Marco Munaro aggiunge al suo cospicuo iter di scrittura un altro significativo tassello. Con il suggestivo titolo Figure da un bassorilievo (Rovigo, Il Ponte del Sale 2025, 77 pp., progetto grafico di Mariacristina Colombo) esce infatti una sua raccolta di versi che si presenta come un ben individuato trittico, avente per pala centrale una tessitura di notevole omogeneità e compattezza, allora che le laterali si offrono assai più mosse e composite, quanto dà anche a un primo sguardo l’impressione di un libro aperto, arioso, che non soffre di essere costretto in una definizione univoca, ma sollecita al contrario più approssimazioni critiche, letture che ne evidenzino gli scarti e i punti di raccordo. E questo è vero anche pensando a una scrittura agita da delicatezza di tocco, ma al tempo stesso capace di scendere in profondità anche drammatiche, di farsi “prosa” e referto. Naturalmente la domanda è cosa tenga insieme l’investigazione sulle erbe e le essenze officinali della sezione centrale (In herbis salus) con le tonalità memoriali della prima (Figure da un bassorilievo) e le aperture liriche, infine, della terza (dallo shakespeariano titolo Il profumo di un fiore che non ha nome). In altre parole come convivano e per quale motivo queste figure sul marmo che le fa evidenti, conferendo loro posture e volumi.
Molto di questo libro ha a che fare con la figura del padre del poeta, restituita nella prima sezione in un’articolata costruzione poematica a ripercorrere luoghi e passi di un’esistenza che ha reso l’uomo testimone di eventi cruciali della storia della Repubblica, prima di lasciare la divisa per dedicarsi allo studio delle essenze e aprire quindi un’erboristeria nella sua Rovigo. Quanto è stato, e pone domande talora prive di risposta, convive così con quanto ancora parla e non smette di rivelare i suoi motivi più intimi. Tutta la sezione centrale si offre allora come un testo segreto, la sua compattezza di ideazione si precisa in itinere, aderisce alle pieghe delle piante e degli alberi nelle modalità di una scrittura piana e lirica, non esente da inflessioni manieriste, da tonalità bertolucciane (I frutti / già beccati dai primi uccelli affamati / li coglierai al solstizio d’inverno / dopo brine che a lungo / e lentamente ne abbiano addolcito / la polpa saturnina). Così la machiavelliana mandragora sarà lì a ricordarci i pericoli di quanto “ammalia come un canto”, e il tormento dell’olivo verrà ribaltato in “vocali e consonanti in festa, / letto nuziale” mentre la populea ci condurrà dove “La corrente del fiume entrava / nelle golene e ristagnava o diventava / l’aria fine dell’argine / catturata dalle cime dei pioppi / che si slanciavano / verso l’azzurro del cielo / Dalle gemme ricavavano / antichi rimedi, unguenti / e tinture / La loro forza di giovani titani / ammaestrava centauri”.
Il paesaggio polesano, caro alla bildung dell’autore, con le sue rifrazioni golenali e i silenzi, è un sottotesto di particolare discrezione e rilievo che sembra tutto comprendere nel suo proporre una definizione. Ce ne faremo persuasi dopo aver percorso le declinazioni ellittiche della “Orchidea fiorita” – tra tutti forse il testo più arioso – per giungere alla poesia che chiude la raccolta, “Om ad Po”, l’uomo del Po, scritta in ricordo del conterraneo poeta Alberto Cappi e precedentemente pubblicata ma ripresa, scrive Munaro in una preziosa nota, “come bassorilievo finale”. È una poesia risolta in pochi tratti, una puntasecca che per quel suo misterioso “canto inciso su lamine / nel silenzio” regala non per caso un rispecchiamento del suo autore, la sua cifra più intima, insieme a un quadro che come ricordato fa da sfondo e dà ricetto al sogno e alla pietas.
L'autore

-
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano dove al lavoro in biblioteca unisce la traduzione letteraria e le collaborazioni editoriali. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Il suo ultimo libro di poesia è La strada di Morandi (Passigli 2024) mentre la poesia precedente è raccolta nel volume Gli anni (Nino Aragno Editore 2018, premio Luciana Notari e premio Dino Campana 2019, premio internazionale Gradiva 2020) che comprende cinque volumi di versi. È stato tradotto in tedesco da Maja Pflug (Ein Winter, Josef Weiss Editore, Mendrisio 2008) e in inglese da Barbara Carle (Emblems of Sleep, Gradiva, New York 2020). Collabora a “Cenobio” e a “Succedeoggi” e fa parte della redazione delle Edizioni di poesia Il Labirinto.
(foto di Dino Ignani)
Ultimi articoli
In primo piano7 Settembre 2026La visita di Ezra Pound
avvenimenti31 Maggio 2026La poesia di Mario Luzi nel racconto di Leone Piccioni
avvenimenti6 Aprile 2026Una poesia per i colori e la polvere del sud del mondo
avvenimenti15 Marzo 2026La stagione di Pietro De Marchi e le sue allegorie
