Nato a Enna, Giuseppe Di Bella è un cantautore, poeta e chitarrista. Formatosi in conservatorio, ha affiancato all’attività cantautorale la composizione di musiche per il cinema e il teatro.Nel corso della sua carriera ha sviluppato progetti incentrati sulla rilettura e sulla valorizzazione della tradizione letteraria e poetica siciliana. Con Enrico Coppola ha pubblicato nel 2015 Il tempo e la voce, un lavoro di ricostruzione filologica e prosodica dei testi della Scuola poetica siciliana, e nel 2020 un concept album dedicato al mito di Orfeo. Ha inoltre pubblicato il libro-cd Fuddìa (2018) e il concept album Sette Arcangeli (2022) per Almendra Music, etichetta con cui ha realizzato anche l’opera Tre sogni di Sanciu su testi di Giovanni Meli, in collaborazione con il compositore Willy Merz.Il suo percorso artistico comprende numerose collaborazioni con esponenti della cultura e dello spettacolo, tra cui Mimmo Cuticchio, Michael Occhipinti e Pedro Eiras, e collaborazioni internazionali, come il tour in Canada con il Sicilian Jazz Project promosso dagli Istituti Italiani di Cultura di Montreal e Toronto. Nel 2025 ha dato vita a un nuovo quartetto orientato alla world music e all’elettronica, debuttando al Segesta Teatro Festival, mentre prosegue la sua attivitàdi ricerca e produzione musicale (si veda per approfondimenti il sito https://www.giuseppedibella.uno/).
Lei è nato a Enna. Ha sempre avuto un legame profondo con la sua terra o, crescendo, ha riscoperto le sue origini? Com’è emersa, inoltre, la sua passione per la musica?
Il legame con il mio territorio è sempre stato caratterizzato da certe sensazioni scritte nel suo paesaggio, nella luce e nelle forme collinari dell’entroterra, e molto più da questo rapporto fisico con i miei luoghi che non da un rapporto culturale in senso specifico. Ovviamente c’è qualcosa che torna anche in questo senso, ma viene filtrato ed emerge attraverso un passato vissuto, dall’infanzia a oggi, con una sorta di distrazione cognitiva molto particolare. Dissociarsi da un luogo per rivivere e risentire poi nella musica un certo riferimento al sacro o alla dimensione luttuosa delle musiche del Venerdì Santo, delle processioni più silenziose e lente, di un vento estivo che soffia nella controra.
E poi c’è la lingua, ovviamente! Una lingua molto chiusa dal punto di vista fonetico, poco adatta al canto aperto, spiegato, una lingua che nei dialetti di questa provincia ha molto a che fare con il greco antico e l’arabo.
Anche da questi retaggi e da questo imprinting nasce il mio “destino” musicale, dal fatto di dover modulare e trasformare in voce un lamento o una sensazione quasi spettrale di malinconia e di liturgia.
Da questo e dal fatto di essere nato in una famiglia di musicisti e suonatori a vario titolo.
In un mondo globalizzato e sempre più “impaziente”, che cosa significa oggi per un cantautore attingere al patrimonio culturale antico e alla grande canzone d’autore e popolare?
Significa essenzialmente trattare tutti i materiali musicali e culturali, come pezzi di una costruzione infinita e indefinita, dove il senso dell’origine è chiaro, ma si può continuamente confondere e far slittare su altri binari e altri riferimenti. Una risposta al “globale” è quella di mettere in relazione sulla base delle forme precipue e consonanti, cose lontanissime tra loro. Far dialogare in me la musica e la densità armonica e ritmica del Sud America con il ritmo di una danza mediterranea, di un Fado o di una espressione musicale lineare, dilatata fino a perdere il senso melodico, tra melismi e vuoti. La grande canzone d’autore e popolare, non è solo un patrimonio, ma anche e soprattutto un modo di trattare la materia sonora e poetica per farne strumento privilegiato della comunicazione e della disobbedienza alle tracce determinate storicamente da certi linguaggi. Non coltivo nessuna bibbia e nessuna patristica cantautorale, preferisco divergere da quel solco e arrivare a un modo difforme, che ha debito con la tradizione, ma si è anche stancato di scontarla, pur continuando a riconoscerne la rarità e la bellezza.

Il suo percorso attraversa continuamente il confine tra musica, teatro, cinema e canzone d’autore. In che modo questi linguaggi artistici differenti si fondono nel suo modo di comporre?
Proprio perdendo il confine tra le discipline, poiché mi sono sempre posto l’obiettivo di scrivere canzoni che fossero oggetti d’arte, manufatti di aria, derivati da visioni e progettualità aperte, non vincolate a un solo ambito. La musica per il teatro – che tornerò a scrivere per un progetto importante nel 2027 -, la musica per l’audiovisivo, sono modi di narrare e di creare dimensioni ulteriori al testo, e quindi aiutano a creare “alterità”, a trovare strade davvero inedite, e a concentrarsi molto di più sul valore sensibile ed “estetico” della scrittura musicale. In questo senso il testo e la musica sono due pezzi dello stesso contenuto che serve e generare atmosfera e sensazione, prima che significato, dentro un quadro di realtà separato e immersivo, in intimo dialogo con l’ascoltatore.
Con Enrico Coppola ha realizzato, nel 2015, l’opera Il tempo e la voce, che ricostruisce l’ipotetico archetipo in volgare siciliano di testi storici. Qual è stato il lavoro filologico dietro questa importante ricostruzione musicale, prosodica e linguistica dei testi?
Il lavoro con Enrico è stato fatto a partire da un archivio digitale dell’Università di Catania, da cui abbiamo tratto tutte le occorrenze lessicali utili a traslare i testi dei poeti siciliani giunti a noi in versione toscanizzata. Da quella traduzione filologica e creativa, poetica, abbiamo cercato poi sempre a ritroso di tirare fuori una musicalità che avesse memoria di quel mondo cortese, ma come potrebbe ricordarlo un viaggiatore del tempo, che riporta qualche frammento e stilema, ma poi completa la sequenza con il suo linguaggio e le sue conoscenze. A livello prosodico i testi ritradotti sembrano avere guadagnato scorrevolezza e rotondità, sono “miracolosamante” ricomparse rime al mezzo nei versi ed è come se questi fossero divenuti più predisposti e adatti a essere cantati, cioè a essere messi in voce, rispetto a un tempo che ne ha cristallizzato il valore letterario. Noi abbiamo cercato di vivificare quei testi rendendoli di nuovo utilizzabili, spendibili, “udibili”. E scegliere le parole scartandole tra decine di varianti simili, è stato un lavoro di riscrittura oltre che di scoperta del potenziale enorme e dell’eleganza infinita di quella Scuola Poetica.
Come nasce l’incontro tra una pagina scritta e la sua chitarra? C’è un testo a cui lei è più legato?
Se ti riferisci al mettere in musica i versi la questione è densa e interessante, mi tocca molto. Per me questo modo di scrivere canzoni – a partire da un testo poetico già esistente – possiede una qualità alchemica molto forte, lega davvero in un unico stato, due sostanze differenti e complementari. Ho anche creato negli anni un workshop sul musicare i versi, un laboratorio che si chiama “Le sillabe di Orfeo” e che ho tenuto in varie città siciliane e anche a Roma nel 2018. Ritengo che il vero “sistema” per trasformare le poesie in canzoni, sia quello di riuscire a visualizzare una dimensione musicale semplicemente leggendo il testo in silenzio, molto prima di prendere in mano uno strumento per manipolare gli elementi fonici. Ogni testo ha la sua “immagine” musicale, la sua voce già inscritta nella sua prosodia, ma anche nei simboli, nel sentimento e nel tono che incarna e veicola. Lo scopo non è appoggiare una linea melodica su un componimento, ma evocarne lo spirito e lasciare che “canti da sé” e poi strutturare attorno a questo, uno scheletro armonico e musicale specifico. Non è immediato, ma è un procedimento analogico essenziale, per non banalizzare la metrica e non creare formule semplicistiche o ridondanti.
Infine, il suo percorso sembra un continuo viaggio di andata e di ritorno: dalla Sicilia, alla scoperta di nuovi orizzonti culturali e musicali. Alla fine, cosa crede che sia importante trasmettere della sua terra?
Della mia terra credo sia importante conservare la pervasiva dimensione isolana. Questa moltitudine isolata e radicale, ma non davvero radicata, sempre in fuga da sé stessa e dalle stesse forme vitali della sua natura potente e umiliata, devastante e devastata, questo iato dove impulso di morte ed erotismo non si placano e non si esiliano mai oltre l’orizzonte dello stretto di Messina. Una cultura fondata davvero su questo e consapevole di questo, sarebbe più onesta di qualsiasi deriva politica accelerazionista o al contrario pauperista, perché qui si vive di una speranza logorante e di un senso di sconfitta esiziale e liberatorio, dalla cui dicotomia siamo lacerati.
Credo che la Sicilia dovrebbe dare questo di sé, l’alterità della sua consuetudine, l’imprevedibilità della scelta mai fatta. Una scelta quasi quantistica, in perenne sovrapposizione di stato.
A quali nuovi lavori musicali sta portando la sua ricerca attuale e che tipo di differenza c’è rispetto al percorso fatto?
Il mio lavoro degli ultimi quattro anni è stato diretto verso una sorta di sintesi definitiva della prima parte del mio percorso. Sono arrivato ai 40 anni e questo implica una sorta di condensazione di tutto ciò che è stato fatto fin qui, una somma e una rifioritura. Ma la cosa rilevante è che sto iniziando a comprendere ora la natura metamorfica della mia musica. Il disco nuovo di inediti a cui ho lavorato in questi anni dopo Sette Arcangeli, si chiamerà Oscure Fiabe e uscirà a dicembre per Almendra Music di Palermo. Anche qui sto continuando il mio discorso che tiene insieme letteratura, mito e forma canzone, partendo da 12 fiabe note o leggende popolari, tratte dai classici, da racconti di anziani e dalla raccolta di fiabe siciliane di Pitrè. Ho tratto una essenza molto sintetica e ristretta di quei topoi per farne canzoni che restituissero la natura crudele e oscura e impietosa della fiaba nella mutazione dei secoli. Un racconto dove la morte e la sua evocazione sono il controcanto indispensabile a una ricerca disperata di senso e di verità, fuori da dettami morali, ma dentro un universo etico infinito e fertile. Penso che questa produzione, con un quartetto dove è presente anche l’elettronica oltre al tabla indiano e al contrabbasso, rappresenti una chiusura di un cerchio che partiva dalla world music per raffigurarsi e disconoscersi in uno specchio molto più personale, che avesse alla fine, almeno il mio volto.
L'autore
- Gaia Mammarella è nata il 23 giugno 2004 ad Ortona. Ha frequentato il Liceo delle Scienze Umane Giacomo Leopardi di Recanati, e ha partecipato nell’anno scolastico 2021-2022 al programma di exchange year in Canada. Dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore nel 2023, frequenta il corso di laurea in lettere moderne presso l’Università degli studi di Perugia. Collabora attualmente al progetto di ricerca ArPeR (Per un Archivio dei Periodici Romaneschi).
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