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L’importanza di leggere il corpo

Chi conosce Perugia sa che, entrando da sud attraverso porta Cornea, la città accoglie con la gentilezza delle campane che scandiscono le ore e il ritmo lento e misurato delle scale dolci. La scelta più comoda è arrivare al centro con il Minimetrò: d’improvviso, ci si sente sollevati dalla frenesia della valle e la corsa si prolunga fino alla fermata del Pincetto. Si esce da un guscio di vetro e acciaio per ritrovarsi, come per magia, al cospetto dei giganti di pietra chiara. Le scale mobili sollevano ancora, senza che il visitatore se ne accorga, e conducono dentro le antiche mura. A ogni metro guadagnato l’orizzonte umbro si allarga. Un invito a salire più in alto, per guardare lontano, dove la brezza profuma di storia e il tempo sembra aver trovato il suo rifugio ideale.

Tra il 28 e il 30 luglio 2026 la città umbra è diventata il baricentro di un’esperienza multiculturale: cinquanta persone arrivate da paesi diversi, riunite al Centro Linguistico di Ateneo dell’Università di Perugia per la quarta edizione della PAInt Summer School, Performative Approaches to Language and Intercultural Learning, promossa dalle Università di Perugia e di Padova. Il tema di quest’anno, Creativity, courage and care in performative language learning, è diventato il fil rouge di tre giorni di creatività, coraggio e cura, che ha invitato insegnanti, dottorandi, studiosi, studenti e amanti del teatro a entrare in azione.

I laboratori si sono svolti in inglese e in italiano, e i partecipanti, arrivati da università e scuole di tutto il mondo, hanno portato con sé identità, inflessioni, esitazioni e virtù varie, tutte messe alla prova sotto forma di gioco. Al centro, l’idea di immaginare altre possibilità di vedere la comunità educatrice attraverso le altrui esperienze, per non restare prigionieri delle proprie lenti. È proprio nello scarto tra la teoria condivisa nei convegni e la pratica della corporeità che la scuola estiva ha preferito lavorare. La quarta edizione ha scelto la via della parola fisica: dei workshop pensati non per illustrare l’uso del teatro nell’insegnamento delle lingue, ma per fornire strumenti performativi adattabili a diversi contesti di trasmissione, applicando la pratica teatrale nelle aule del CLA, trasformate per l’occasione in spazi scenici.

La prima giornata ha focalizzato l’attenzione sull’identità e la biografia. Fiona Dalziel, docente di Lingua e Traduzione inglese al Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova, ha proposto The Quilt: embodying local belonging(s), un laboratorio costruito attorno alla metafora della trapunta patchwork. Partendo dalla domanda che Taiye Selasi pone nel suo TED talk («non chiedermi da dove vengo ma dove sono locale»), e dalla lettura di un testo di Ingrid Piller, («la cultura è qualcosa che le persone fanno e performano»), Dalziel ha portato il gruppo a raccontare il proprio senso di appartenenza attraverso oggetti, tessuti, storie di famiglia. Il richiamo al corpo pubblico, teorizzato da bell hooks, ha dato al laboratorio una doppia natura: il quilt inteso come oggetto che avvolge e scalda e come forma d’arte, capace di nascondere messaggi cifrati sotto i suoi quadrati colorati. Secondo bell hooks, pseudonimo artistico della poetessa, scrittrice e attivista femminista Gloria Jean Watkins, la trapunta è, per l’appunto, arte e artificio. Dopo varie attività performative alla fine del laboratorio, sul tavolo sono rimasti ritagli di stoffe immaginarie e confessioni di storie famigliari condivise.

Nel pomeriggio, Filippo Fonio, professore all’Université Grenoble Alpes e visiting professor a Perugia, assieme ad Anna Taglietti, ricercatrice postdottorale MSCA nella stessa università francese, hanno condotto insieme un laboratorio dal titolo Approcci didattico-performativi alla memoria femminile translingue. Identità, disempowerment, re-empowerment. Fonio porta con sé anni di lavoro sulla storia del teatro e della performance, decine di produzioni studentesche messe in scena e la partecipazione, nel 2013, al congresso internazionale IDEA di Parigi. Taglietti affianca alla ricerca accademica, dal 2011, una pratica di performer con la compagnia Ordinesparso, e oggi porta avanti un progetto di ricerca sulle scrittrici translingui di origine italiana in collaborazione con Georgetown e l’Università di Udine. Partendo da documenti autobiografici legati alla memoria translingue, i due studiosi hanno costruito un percorso in cui le categorie di identità, potere e dominazione sono diventate materia della complessa identità linguistica e culturale femminile che interagisce e si esprime attraverso il corpo.

Tra i formatori anche Vittoria Corallo, regista e attrice formatasi all’Accademia Paolo Grassi di Milano e al Teatro Due di Parma, oggi docente di pratiche teatrali all’Università di Perugia e fondatrice di OUT! Organismo Universitario Teatrale. Dal 2013 lavora con il Teatro Stabile dell’Umbria in un progetto di teatro in carcere entrato, dal 2019, nella rete nazionale Per Aspera ad Astra promossa da Armando Punzo e dalla Compagnia della Fortezza. Esperienza che si avverte nel suo modo di condurre il gruppo invitando i partecipanti all’ascolto. Il suo laboratorio, Within the choral body, si è concentrato sull’espressione vocale. Un ritornare alle origini, a un ascolto antico: quello di sé dentro il gruppo, e del gruppo come organismo unico, prima che il pensiero trovi una forma verbale. A volte le parole arrivano facili, altre volte no, eppure riusciamo comunque a pronunciarle, spesso senza davvero pensarci. L’esperienza come corpi unici provenienti da tradizioni linguistiche diverse ha sorpreso tutti i partecipanti, riuniti in un respiro comune, senza che nessuno intervenisse a guidare la scoperta dell’altro. È bastato restare in cerchio, muoversi senza traguardo, per capire il peso della comunicazione di un corpo che ascolta, e parla, prima di scandire le parole.

L’ultima giornata è stata affidata a Erika Piazzoli, Professor in Arts Education al Trinity College di Dublino e direttrice dell’Arts Education Research Group, dal 2020 nel comitato editoriale della rivista «Scenario» e autrice di quattro volumi sul teatro come pratica e ricerca, tra cui Il Teatro nella Glottodidattica, scritto con Giulia Tiozzo, e Performative Language Learning with Refugees and Migrants: Embodied Research and Practice in the Sorgente Project, curato insieme a Fiona Dalziel. Il suo workshop, Negotiating Creativity, Courage and Care in Process Drama: The Legend of the Brave Snails, ha posto la sfida ai partecipanti della scuola estiva su come spingere un apprendente di una nuova lingua a essere creativo e coraggioso, mantenendo un margine di cura che protegga la sicurezza psicologica del gruppo e tenga in equilibrio creatività e paura, apertura e difesa.

Piazzoli ha costruito la sessione in tre tempi. Prima ha introdotto il concetto di distanza estetica come strumento chiave della pedagogia teatrale; poi ha condotto un process drama ispirato al libro per l’infanzia Superworm di Julia Donaldson, riscritto dal punto di vista di tre lumache coraggiose; infine ha aperto una discussione sull’apprendimento linguistico. Delle tre giornate, la sorpresa più grande è stata vedere docenti universitari e ricercatori muoversi tra le pagine di un libro per bambini e uscirne con strumenti pedagogici più solidi. Una fiaba per insegnare a «farsi lumaca» e, attraverso il gioco di squadra, a distruggere il potere del fiore magico. Attraverso la genialità della Donaldson, Piazzoli ha invocato il supereroe da giardino per far riflettere sull’importanza della reciprocità e dell’altruismo: nessuno è troppo piccolo per fare la differenza. Il valore della triplice alleanza – coraggio cura creatività – abitava nel corpo di un Superverme, agguerrito, forte, bello e pure ardito.

Tra un laboratorio e l’altro, il gruppo si è ritrovato la sera in una trattoria del centro storico, a due passi da Palazzo dei Priori e dalla Fontana Maggiore, a confrontare impressioni davanti a tipiche specialità umbre. Alla fine dei tre giorni resta un modo diverso di stare in gruppo. Cinquanta contesti accademici e culturali differenti hanno condiviso respiri, silenzi, racconti e risate, scoprendo nella comunione la materia viva della didattica performativa. Organizzata da Fiona Dalziel, Filippo Fonio e Diana Peppoloni, la scuola estiva di PAInt – Performative Approaches to Language and Intercultural Learning –, ha avuto come cornice il Centro Linguistico di Ateneo dell’Università di Perugia e come sfondo una città tutta da scoprire. La quinta edizione 2027 troverà qualche partecipante dell’edizione precedente pronto a tornare tra le aule del CLA, dove le lingue si imparano stando in piedi, in cerchio, quasi mai seduti.

ermira81@virgilio.it

 

 

L'autore

Ermira Shurdha
Ermira Shurdha
Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.