A Palazzo de’ Mayo la letteratura, nel senso più vertiginoso della parola, prende improvvisamente peso fisico, occupa lo spazio affrescato della sala conferenze Capocuzzo. È accaduto nella mattinata di sabato 20 giugno 2026, nel cuore di Chieti, quando l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” ha conferito a Mircea Cărtărescu il titolo di Membro Onorario del proprio Corpo Accademico. Il rito della riconoscimento e la cerimonia d’onore colgono di sorpresa lo scrittore rumeno. La gioia nel sorriso e gli occhi lucidi durante l’investitura rivelavano la commozione trattenuta di un momento raro, nonostante la familiarità con il protocollo nell’università di Bucarest. L’incontro tra l’’istituzione e l’intellettuale impegnato a livello internazionale ha rivelato la letteratura non come ornamento della vita, ma la sua spina dorsale.
Cărtărescu è arrivato a Chieti in compagnia del suo traduttore, il professor Bruno Mazzoni, portando con sé l’intera traiettoria della propria esistenza: quarant’anni di scrittura, di insegnamento, di ricerca appassionata esplorata in ogni direzione. Il discorso, tenuto in compagnia del Rettore Liborio Stuppia, del Prorettore Vicario Carmine Catenacci, del Direttore dell’Accademia di Romania a Roma Cristian Luca, del corpo docente della Unich e degli ospiti di Palazzo de’ Mayo, si è rivelato una confessione intellettuale, una mappa del cuore.
La letteratura è stata la spina dorsale della mia vita, la grande sfida con me stesso e l’ambito che mi ha procurato le gioie più profonde. Alcune delle pagine che ho scritto – ben poche, in poesia e in prosa – costituiscono il biglietto con cui ho pagato il mio viaggio attraverso la vita. Senza di esse, oggi crederei di avere vissuto invano.
Quando uno scrittore parla del proprio rapporto con la letteratura il rischio è quello di scivolare nella retorica di un piedistallo troppo alto, i concetti avvolti in un’autorevolezza che li rende inafferrabili. Cărtărescu non ha corso questo rischio. Ha parlato di come ha attraversato il fuoco di una vocazione con la semplicità di chi conosce perfettamente le parole. Ha ricordato i quarant’anni di scrittura e di insegnamento. Ha insegnato dall’età di ventiquattro anni, senza interruzioni, dapprima per un decennio in una scuola di periferia a Bucarest – quella periferia che sarebbe diventata lo sfondo di Solenoide, il romanzo che più di ogni altro lo ha consacrato a livello internazionale – e poi per trent’anni presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest. «Ho insegnato me stesso». L’affermazione stupisce gli astanti che s’aspettavano storia e teoria della letteratura. «E al tempo stesso mi sono dato, nel duplice significato dell’espressione».
In questa dichiarazione si comprende la figura di Cărtărescu come intellettuale e maestro. Non il professore che distribuisce sapere dall’alto, ma che ha scelto di consegnarsi ai propri studenti disarmato e sorridente, «abbandonando lo scudo che separa e contrappone il docente agli studenti». Essere al loro fianco, essere uno di loro, continuare a imparare da loro. Segue ciò che mi è sembrata la parte più intensa del suo discorso, quello di trasmettere i propri valori non attraverso la didattica, ma attraverso la forza dell’esempio personale: «senza che gli studenti lo percepissero direttamente, ho diffuso tra loro i miei valori, i miei ideali, le mie convinzioni più intime e il mio modo di guardare il mondo – senza pregiudizi, senza affettazione, senza snobismo e senza discriminazioni».
Mi è sempre piaciuto, e continua a piacermi, pensare di fronte a loro, talvolta senza saperne più di quanto ne sapessero loro, così come, a un livello del tutto diverso, faceva Ludwig Wittgenstein con i suoi pochi ma straordinari studenti.
Il pensiero di Cărtărescu sulla letteratura è tutt’altro che circoscritto alla narrativa. È una visione olistica della conoscenza, in cui i confini tra le discipline non esistono o, meglio, esistono solo per essere attraversati. Ha ammesso di aver coltivato «molti altri interessi, curiosità e avventure intellettuali», cercando di non lasciare inesplorato alcun sentiero che un essere umano possa intraprendere – dall’ascesi all’eccesso, dalla meditazione su se stesso agli altri e al mondo. Ha letto «compulsivamente» tutto ciò che potesse alimentare l’immaginario: opere filosofiche, poetiche, scientifiche, mistiche, matematiche, «scritti di ogni genere che compongono, in un mosaico di pensiero e di tensione creativa, il fronte comune della conoscenza umana».
La sua riflessione sulla poesia tocca una delle vette più alte del discorso. «La letteratura è soltanto una delle vie di questa conoscenza». «Il suo significato non risiede nella produzione di libri, bensì nella costruzione interiore di chi li scrive e di chi li legge.» Quando parla di poesia la voce cambia registro, acquista una certa ortodossia che assomiglia a reverenza: «Ancora oggi la poesia mi appare come la punta di diamante della conoscenza, incarnazione di quella grazia universale che può essere riconosciuta non soltanto nei versi, ma anche nelle formule matematiche, nelle teorie scientifiche, nelle meditazioni e nelle speculazioni filosofiche, negli incontri con il timore e il tremore, così come nell’estasi di una conoscenza che trascende la conoscenza stessa». Parole che aprono una prospettiva inusuale: la poesia come genere letterario e modalità cognitiva fondamentale, qualcosa che precede e supera il testo scritto, infusa di una grazia che si manifesta ovunque, purché vi sia la disposizione a riconoscere il bello in un sostantivo e un aggettivo.
Nel bilancio della carriera tracciata da Cărtărescu emerge il disegno di un universo letterario di straordinaria coerenza. Circa trenta volumi, di cui quaranta titoli tradotti in ventisette lingue nel corso degli ultimi vent’anni. Al centro di questa produzione – quelli che lui chiama gli «organi vitali» della propria scrittura – il poema epico Il Levante e i romanzi Abbacinante, Solenoide e Theodoros. Attorno a questo nucleo, le raccolte poetiche, i libri di racconti e di viaggio, il Diario, gli scritti di critica e teoria letteraria, i volumi giornalistici, persino un libro di fiabe.
Cărtărescu è, da sempre, un intellettuale impegnato che non si è sottratto ai «momenti drammatici della nostra storia recente», dalla Piazza dell’Università alla Piazza della Vittoria, e che ha scritto – pronunciandolo con sobrio orgoglio – «senza indulgenze e senza cintura di sicurezza, sul male che attraversa la società romena». La democrazia, l’orientamento europeo, i diritti umani. Non astrazioni accademiche ma valori per i quali ha preso posizione nei momenti in cui quella scelta aveva un costo.
I riconoscimenti internazionali arrivati nel frattempo sono diversi: il Premio di Stato austriaco, il Premio Thomas Mann, il Premio Gregor von Rezzori, il Premio FIL, il Premio Formentor, il Premio Mondello Internazionale, il Premio “Francesco de Sanctis”, il Los Angeles Times Book Prize. Candidato spesso al Nobel, Cărtărescu è oggi universalmente considerato uno degli scrittori in vita più importanti al mondo. Ma niente di tutto questo diventa auto-celebrazione. Parla con il tono pacato di chi guarda la propria carriera con la curiosità di un botanico che osserva le proprie piante crescere e la solita imperturbabilità kafkiana nel raccontare la solitudine dell’essere umano di fronte alle grandi macchine del potere.
Ho sentito il bisogno di tracciare questo breve bilancio per giustificare, almeno in minima parte e ai miei stessi occhi, la vostra decisione di conferirmi il titolo di Membro Onorario della vostra prestigiosa Università. Accolgo questo titolo con profonda gratitudine, considerandolo una delle testimonianze di stima e di fiducia più preziose dell’intera mia carriera.
La cerimonia a Chieti, promossa dal Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali e dal Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture contemporanee, è stata preceduta dalla prolusione del professor Davide Savio, docente di Letteratura italiana contemporanea, sulla personalità letteraria di Cărtărescu, e da un dialogo tra lo scrittore e lo studente Daniel Stefanese. Un format pensato per il confronto vivo. La voce dello scrittore in dialogo con la ricerca e la giovane generazione accademica: i tempi poetici – brevi, intensi, nitidi – a contatto con i tempi moderni del giovane dottorando, visibilmente emozionato nell’affiancare il protagonista della sua tesi.
Il Prorettore Vicario Carmine Catenacci ha sunto con eleganza il significato dell’evento: «Accogliere tra noi una delle voci più autorevoli e innovative della letteratura contemporanea significa riaffermare il ruolo della D’Annunzio come luogo vivo di incontro tra saperi, culture e tradizioni diverse». L’Università che porta il nome del Vate abruzzese accoglie il più importante autore romeno vivente nel bellissimo Palazzo de’ Mayo e lo scrittore ha modo di visitare il museo d’Arte, con le collezioni permanenti di arte moderna e contemporanea, la Biblioteca e il sito archeologico di epoca romana “Via Tecta”, alla quale avevano diretto accesso solamente le nobildonne dell’epoca. Due tradizioni letterarie, due geografie dell’anima che si confrontano in un sentimento comune di gratitudine e riconoscenza.
L’evento, organizzato in collaborazione con il Festival Macondo di Francavilla al Mare, coniuga la dimensione accademica e la narrazione popolare – la lectio e il festival –, ed è la dichiarazione di una letteratura che non vive soltanto nelle biblioteche ma anche in piazza, nel respiro delle persone. La stessa sera, quando la luce di giugno è scesa sul litorale adriatico e Francavilla a Mare ha acceso le luci di festival, Mircea Cărtărescu e il suo traduttore, Bruno Mazzoni, erano sul pontile di Francavilla con Oscar Buonamano per presentare Theodoros, l’ultimo romanzo pubblicato da Il Saggiatore nel 2024, tradotto, come tutti i suoi libri italiani, dal professor Mazzoni, l’instancabile Caronte tra le due lingue.
Theodoros è un libro che sfida ogni classificazione. Romanzo storico e visione, documento del Medioevo etiopico, con al centro Theodoros, il negus Tewodros II devastato dall’ambizione e dalla profezia, e una meditazione sul potere, la follia, la grazia che abita i luoghi impossibili. Uno dei romanzi più audaci degli ultimi anni nel panorama letterario europeo, scritto con la libertà formale e la profondità culturale caratteristiche di Cărtărescu.
La serata a Francavilla è stata la conferma di una giornata prolungata a contatto diretto con i lettori, il momento in cui la letteratura torna a essere corpo vivo che respira nello stesso spazio di chi la abita. Il Festival Macondo delle Narrazioni – pensato per ospitare voci in contesti dove l’incontro sia ancora possibile, dove la distanza tra scrittore e lettore si assottigli fino a diventare trasparente – ha offerto la cornice giusta.
Il 20 giugno 2026 rimane nella memoria dei presenti, nel profilo di un’istituzione, nel paesaggio culturale del territorio abruzzese. Mircea Cărtărescu ha portato in Abruzzo non soltanto la propria opera – che già basterebbe – ma anche una certa idea di vivere in relazione con la parola scritta, il pensiero e gli altri. Un’idea che non è separabile dalla biografia, dall’insegnamento, dall’impegno civile, dalla capacità di rimanere incantati di fronte a ciò che il mondo offre. Una vita itinerante come dimostrazione di una letteratura che è un modo di stare dentro la realtà. Il pubblico che lo ha accolto prima a Chieti e poi a Francavilla ha ricevuto qualcosa che va oltre il riconoscimento accademico o la presentazione di un libro. La testimonianza diretta di uno scrittore che crede ancora, con ostinazione e gioia, che la letteratura valga una vita, che il biglietto per il viaggio attraverso l’esistenza si paghi con le pagine dei libri. Senza, crederebbe d’aver vissuto invano.
«Ringrazio voi tutti», conclude Cărtărescu, con la timida semplicità che lo contraddistingue. E in quelle tre parole c’è la gratitudine, il senso di sentirsi ancora in cammino, la consapevolezza che ogni riconoscimento è anche un punto di partenza e, forse, di ritorno in Italia.

L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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