L’opera narrativa della scrittrice Donatella Di Pietrantonio parte da Mia madre è un fiume (2011) e Bella mia (2014) pubblicati da Elliot Edizioni, fino a L’Arminuta (Einaudi 2017), la cui trasposizione cinematografica è stata premiata con il David di Donatello 2022, Borgo Sud (Einaudi 2020) e L’età fragile (Einaudi 2023), Premio Strega e Premio Strega Giovani nel 2024.
Un osservatorio privilegiato per lo studio delle dinamiche d’interferenza tra lingua nazionale, varietà regionali e registri parlato-informali nella letteratura italiana contemporanea. La scrittura dell’autrice, nata ad Arsita in provincia di Teramo, che ha studiato all’Aquila e vive a Penne in provincia di Pescara, si colloca su un asse stilistico caratterizzato dalla poetica della sottrazione: una prosa ruvida e secca, in cui la selezione lessicale e la sintassi ricalcano le strutture cognitive e affettive di una «oralità primaria» (Walter J. Ong) abruzzese.
Dal punto di vista della linguistica italiana, la sua produzione letteraria propone una rappresentazione viva della «continuità parlato-scritto» (Sabatini, Berruto) e della rifrazione dell’italiano popolare letterario, inteso come rappresentazione artistica di una varietà sociale di apprendimento usata realmente da chi ha il dialetto come madrelingua ed è infarcita di dialettismi di sostrato, calchi sintattici e marcatori pragmatico-testuali dell’orale. In questo panorama, il paesaggio e il tessuto socio-culturale dell’Abruzzo (dalla Maiella al Gran Sasso d’Italia, dai paesi dell’interno fino alle periferie di Pescara) fungono da generatore di forme linguistiche.
Mettiamo sotto la lente le componenti costitutive di un idioletto narrativo, come la contaminazione con il dialetto abruzzese e le sue ricadute sull’economia lessicale del parlato, l’inclusione dell’italiano giovanile quale indicatore di frattura generazionale e, infine, la pragmatica del silenzio, dove il non-detto e l’ellissi surrogano la carenza del codice verbale. La presenza del dialetto nelle opere della Di Pietrantonio non si risolve quasi mai in citazioni abbozzate o espressioni vernacolari. Si tratta, piuttosto, di una contaminazione di sostrato, in cui la struttura morfosintattica e la carica semantica di un dialetto, inteso come una lingua viva di emotività e di rabbia, permeano l’italiano d’autore, dando vita a un italiano popolare fortemente stilizzato, evocato dalle liriche e dai saggi di Pier Paolo Pasolini.
L’influsso del dialetto emerge innanzitutto nell’adozione di strutture sintattiche tipiche del parlato regionale, come le dislocazioni a sinistra e a destra con ripresa pronominale, funzionali alla messa in rilievo dell’elemento tematico. In L’Arminuta, l’espressione «A me non mi cercava nessuno» o «A mia madre non gliel’ho detto» trasferisce sulla pagina la ridondanza pronominale tipica dell’orale e delle varietà popolari meridionali. Anche l’uso implicito del che indeclinato con valore temporale o esplicativo («Ascoltavo i passi che tornavano», «Non uscire che fa freddo») del parlato regionale snoda il periodo senza la rigidità dei connettivi ipotattici dello scritto formalizzato. Si osserva, inoltre, che il ricorso sistematico dei verbi pronominali e clitici di attualizzazione, come averci, andarsene, volerci, entrarci, risponde alla necessità di radicare il verbo nella concretezza corporea e spaziale dell’enunciazione. In Borgo Sud, la frase «Non c’entrava niente la paura» evidenzia come il clitico ci perda la funzione locativa originaria per assumere una valenza puramente semantico-aspettuale.
Un tema sociolinguistico centrale nell’opera della Di Pietrantonio è la diglossia interiorizzata dai personaggi, intesa come contrapposizione sociolinguistica tra italiano, lingua della scolarizzazione, dell’emancipazione e del ceto borghese, e dialetto, lingua della visceralità, della violenza e del trauma familiare. Emblematico è il passaggio di L’Arminuta in cui la protagonista, restituita alla famiglia biologica indigente dopo essere cresciuta in un ambiente urbano e borghese, vive il trauma del regresso linguistico, la vergogna della lingua: «Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito» (L’Arminuta). Il tentativo dei personaggi contadini di «parlare pulito» genera fenomeni tipici dell’italiano popolare, come l’ipercorrettismo, il malapropismo e l’ibridazione lessicale. Il dialetto affiora come sintomo di incontrollabilità emotiva. Quando la madre biologica di A’ o il fratello Vincenzo urlano, il loro italiano si sgretola, cedendo il passo alle forme fonetiche e lessicali dell’entroterra abruzzese («la ritornata», «la zi’», «lu sule», le troncature dei vocativi come «A’»).
Le pagine dei suoi romanzi abruzzesi offrono una perfetta esemplificazione delle dinamiche di economia e di polisemia lessicale, teorizzate dalla linguistica del parlato. Rispetto alla ricchezza terminologica del testo scritto tradizionale, la lingua dell’autrice adotta una drastica contrazione del vocabolario in favore di pochi lessemi ad altissima frequenza semantica. Coerentemente con i meccanismi della lessicologia orale, i personaggi della Di Pietrantonio, che funge da voce narrante quando interiorizza il punto di vista del personaggio, impiegano verbi vicarianti e sostantivi passepartout, la cui esatta interpretazione è affidata al cotesto o alla situazione deittica. Il verbo fare, ad esempio, sostituisce un’ampia gamma di verbi d’azione specifici, come preparare, dire, produrre, ferire. In Mia madre è un fiume la madre affetta da amnesia dice continuamente «Ho fatto le cose», dove fare assume il valore generico di svolgere certe attività domestiche. In Borgo Sud, per descrivere gli attrezzi da pesca di Piero o le suppellettili della casa al mare, la narrazione ricorre a sostantivi generici (cosa, roba): «tutta quella roba accumulata», «le cose di Adriana». Il termine «roba» acquista una pregnanza quasi verghiana, denotando la materialità e la concretezza di una sussistenza materiale conquistata con fatica.
La specificazione semantica non avviene tramite la ricerca del sinonimo aulico o specialistico, ma mediante l’aggiunta di clitici e particelle avverbiali a verbi generici. Si osservano costrutti come «andare dietro» (per “corteggiare” o “inseguire”), «uscirsene» (per “scomparire” o “pronunciare all’improvviso una frase inappropriata”), «tirare avanti» (per “sopravvivere”). Anziché impiegare termini tecnici o astratti, il parlato narrato ricorre a perifrasi costruite con parole di alta frequenza. Così, per indicare l’operatore sanitario o il medico del villaggio in Mia madre è un fiume, ci si riferisce a «quello delle medicine»; in L’Arminuta, la descrizione degli oggetti del benessere borghese avviene tramite perifrasi descrittive («la scatola della musica», «il vestito buono»).
Se in Mia madre è un fiume e L’Arminuta la dialettica linguistica si gioca sull’asse dialetto/italiano popolare, nei romanzi più recenti, e in particolare ne L’età fragile, l’asse di variazione prevalente diventa quello sociolinguistico e generazionale. In quest’ultimo, il personaggio di Amanda, la figlia della protagonista Lucia che torna da Bologna chiudendosi in un silenzio catatonico dopo un evento traumatico, incarna la rottura comunicativa tra la generazione dei genitori e quella dei nativi digitali. Una frattura generazionale si manifesta attraverso un italiano pregno del registro della distanza, che corrisponde a un varietà giovanile, con sintassi breve tipica della messaggistica, e l’uso di forestierismi e gergalismi espressivi. L’interazione via smartphone introduce nell’architettura del romanzo la lingua della comunicazione digitata, con frasi monodiche e idiomatiche, ellissi del soggetto, acronimi, assenza di punteggiatura formale, e un lessico giovanile che irrompe con vari anglicismi, quali «burnout», «ghostare», «ansia», usata come sostantivo assoluto, ed espressioni lessicali dalla forte carica emotiva («sbatti», «trash», «zero» con valore di avverbio di negazione; ad esempio «non mi va zero»). La lingua giovanile non serve a comunicare con l’adulto, ma a perimetrare un territorio d’appartenenza o di difesa. Quando Amanda risponde alla madre con monosillabi o espressivi «boh», «niente», il registro giovanile scivola verso l’azzeramento verbale di un’incomunicabilità codificata.
Il silenzio deliberato è il tratto stilistico e linguistico più originale della prosa di Donatella Di Pietrantonio. Nei contesti arcaici o traumatici rappresentati dall’autrice, la parola è percepita come risorsa scarsa, faticosa, talvolta pericolosa o vergognosa. Il silenzio cessa di essere semplice assenza di fono per farsi vero e proprio atto linguistico non-verbale dotato di precisi valori pragmatici. L’oratoria del non-detto e l’inclinazione al silenzio sono integrate nella struttura sintattica e testuale della pagina, marcata da uno stile nominale, paratattico, ellittico e deittico. La Di Pietrantonio utilizza frasi brevi, isolate da una punteggiatura forte che spezza il ritmo. Questo «andamento a scatti» nell’uso sistematico della reticenza e dell’interruzione della frase lasciata sospesa («Se solo avessi…», «Lei non sa»), riproduce l’esitazione del parlante che dosa le parole prima di pronunciarle. Laddove la parola viene omessa per inettitudine o per pudore, la comunicazione si sposta sul canale prossemico e gestuale. Come evidenziato nel capitolo della lessicologia del parlato, i termini generici (roba, quello) trovano la loro determinazione in uno sguardo, un cenno del capo, un toccarsi le mani che sostituiscono la codifica verbale. In L’Arminuta, l’intesa profonda tra la protagonista e la sorellina Adriana si consolida nel buio del letto condiviso non attraverso discorsi elaborati, ma tramite contatti fisici e silenzi d’intesa. «Ero la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenevo. La parola mamma si era inceppata nella mia gola come una spina». In L’età fragile il lessico registra l’assenza e la tecnologia dello «schermo spento» e la concretezza rurale viene sostituita con uno stato d’animo di inerzia post-traumatica. «Amanda sta nella sua stanza con le tapparelle abbassate. Non parla, non chiede. Guarda lo schermo spento del telefono. È un’assenza che pesa più di una presenza».
Se in L’Arminuta il lessico è fortemente corporeo, materico e rurale, e la lingua censisce un mondo contadino basato sulla sussistenza e sugli affetti, espressi attraverso termini legati alla fame, alla pelle e al sangue («morsi», «latte», «sudore», «cicatrici», «odore di grasso»), al corpo come superficie segnata dall’abbandono, in L’età fragile il registro si sposta sulla realtà odierna dell’Abruzzo interno che s’imbatte con la modernità globale. In quest’ultimo libro, il lessico contadino arcaico lascia il posto alle categorie della psicologia, dei social media e della fragilità giovanile, in cui prevalgono verbi legati alla paralisi e al ritiro emotivo («chiudersi», «sparire», «fissare», «staccare»), come si può notare nel passaggio appena citato «Amanda sta nella sua stanza con le tapparelle abbassate. Non parla, non chiede. Guarda lo schermo spento del telefono. È un’assenza che pesa più di una presenza». Poiché la trama si intreccia con un fatto di cronaca nera legato alla speculazione edilizia e alla violenza sui monti della Maiella, il lessico si arricchisce di termini amministrativi e giudiziari («comune», «esproprio», «udienza», «perizia»), sconosciuti al mondo chiuso de L’Arminuta.
La produzione letteraria di Donatella Di Pietrantonio rivela una straordinaria coerenza tra forma e contenuto. L’autrice è riuscita a codificare una lingua letteraria unica nel panorama contemporaneo: un italiano di riuso e di sottrazione, capace di assimilare la linfa dell’italiano popolare e del dialetto abruzzese. Se in L’Arminuta l’uso prevalente del passato remoto colloca la vicenda in un tempo distante, fiabesco e doloroso, con l’andamento di un racconto orale sublimato, in L’età fragile la sintassi subisce un’ulteriore contrazione e riflette l’incomunicabilità tra madre e figlia, con l’adozione del presente indicativo che annulla la distanza temporale, portando il lettore all’interno dell’evento mentre accade. La distanza temporale, che aiuta a metabolizzare il trauma dell’abbandono in L’Arminuta, è sostituta dalla simultaneità del presente in L’età fragile, per mostrare come sia impossibile prevenire il male.
L’integrazione dell’italiano giovanile nei romanzi più recenti testimonia la porosità di una scrittura originale rispetto alle trasformazioni della sociolinguistica italiana contemporanea. La maestria nell’orchestrare il non-detto erige il silenzio a cifra stilistica primaria. Il lessico della fame e dei bisogni primari lascia il posto al silenzio digitale e a quello della paura inespressa, della vulnerabilità dell’ambiente e della fragilità dell’esistenza borghese di provincia. Con la sua opera, Donatella Di Pietrantonio dimostra che la poetica del prosciugamento della lingua può evolversi, mantenendo la matrice di essenzialità e aderenza alla terra abruzzese, che ben si adatta alle forme dell’italiano popolare del passato e ai codici linguistici della frammentazione contemporanea. Si adatta, soprattutto, al contesto scolastico, come spazio ideale per esplorare i nodi del passato e il peso degli affetti, insegnando ai ragazzi a camminare verso il domani senza dimenticare la propria terra e la propria lingua d’origine.
Bibliografia
Arcangeli, M. (2004), LI d’O. I-2004 «Lingua italiana d’oggi», Roma, Bulzoni Editore.
Berruto, G. (2012), Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci Editore.
Cortelazzo, Michele A. (1993-1994), Il parlato giovanile, in Storia della lingua italiana, a cura di L. Serianni & P. Trifone, Torino, Einaudi, 3 voll., vol. 2° (Scritto e parlato), pp. 291-317.
Cortelazzo, M. A. (2006), Per la storia del lessico giovanile. Sondaggi preliminari, in Giovani, lingue e dialetti. Atti del Convegno Sappada/Plodn (Belluno, 29 giugno – 3 luglio 2005), a cura di C. Marcato, Padova, Unipress, pp. 45-53.
D’Achille, P. (2003), L’italiano contemporaneo, Bologna, Il Mulino (2a ed. 2006).
D’Achille, Paolo (2005), Mutamenti di prospettiva nello studio della lingua dei giovani, in Fusco & Marcato 2005, pp. 117-129.
De Mauro, T. (1963) Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Editori Laterza (6a ed. 2021)
Di Pietrantonio, D. (2018), Bella mia, Torino, Giulio Einaudi Editore.
Di Pietrantonio, D. (2019), L’Arminuta, Torino, Giulio Einaudi Editore.
Di Pietrantonio, D. (2022), Mia madre è un fiume, Torino, Giulio Einaudi Editore.
Di Pietrantonio, D. (2023), Borgo Sud, Torino, Giulio Einaudi Editore.
Di Pietrantonio, D. (2026), L’età fragile, Torino, Giulio Einaudi Editore.
Fusco, F. & Marcato, C. (a cura di) (2005), Forme della comunicazione giovanile, Roma, Il Calamo.
Sabatini, F. (1985). L’ «italiano dell’uso medio»: una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, a cura di G. Holtus & E. Radtke, Tübingen, Narr, pp. 154-184.
Serianni, L. & Trifone P. (a cura di) (1993-1994), Storia della lingua italiana, Torino, Einaudi.
L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
Ultimi articoli
avvenimenti1 Ottobre 2026L’importanza di leggere il corpo
In primo piano27 Settembre 2026L’importanza di leggere a scuola | Donatella Di Pietrantonio
avvenimenti22 Giugno 2026Il poema di Mircea Cărtărescu in Abruzzo
avvenimenti17 Maggio 2026Al SalTo 2026 tutto era estremo
