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Renzo Barsacchi: la poesia come dialogo inquieto con Dio

Tra i poeti toscani del secondo Novecento che meriterebbero una più ampia considerazione critica, Renzo Barsacchi occupa una posizione singolare. Nato a Castagneto Carducci il 19 aprile 1924 e morto a Donoratico l’11 luglio 1996, Barsacchi trascorse quasi tutta la propria esistenza nel territorio nel quale era nato, lavorando per oltre quarant’anni nel Comune di Castagneto Carducci, dapprima come impiegato e successivamente come ufficiale di stato civile. La sua fu un’esistenza apparentemente lontana dai grandi centri della vita letteraria italiana, costruita intorno al lavoro, alla famiglia e al paesaggio della costa livornese, ma accompagnata da una produzione poetica sorprendentemente ampia: quattordici raccolte pubblicate tra il 1966 e il 1996, una plaquette e diversi testi rimasti inediti. Barsacchi non appartiene alla categoria del poeta occasionale o del dilettante locale: la continuità della sua produzione, la presenza dei suoi libri presso editori diversi e la circolazione dei suoi testi in antologie e riviste testimoniano una consapevolezza letteraria ben definita (il suo isolamento geografico non coincise con un isolamento culturale). Le carte conservate presso il Gabinetto Vieusseux documentano una corrispondenza con Nicola Lisi protrattasi almeno dal 1973 al 1975; altre testimonianze archivistiche attestano rapporti con ambienti della poesia cattolica e con critici e scrittori interessati alla sua produzione. La prima raccolta, Il cuore della sera, apparve nel 1966 presso Rebellato, inaugurando una stagione poetica destinata a svilupparsi per trent’anni; al quale seguirono La lunga verità (1970), Fino al piede dell’angelo (1972), Dammi la sete e I calmi crocifissi (1973), Questo grumo di fede (1975), Uomo allo scoperto (1978), Le scarpe del papa (1980), l’autoantologia E Dio come futuro (1983), La notte in Val di Chioma (1984), Marinaio di Dio (1985), Il sole della Quaresima (1989), Le notti di Nicodemo (1991) e, poco prima della morte, Pur che l’alba nasca (1996). Nel 1972 aveva inoltre pubblicato la plaquette Invano punto il dito. Le parole della fede, della verità, della sete, della croce, dell’alba e della notte non costituiscono semplicemente un repertorio religioso, ma descrivono il campo entro il quale Barsacchi conduce per tutta la vita il proprio confronto con l’esistenza. Dio è costantemente presente, ma raramente nella forma rassicurante di una certezza acquisita una volta per tutte; al contrario, la poesia nasce spesso proprio dalla distanza, dal silenzio, dal dubbio e dalla difficoltà di conciliare l’esperienza concreta del dolore con l’idea di una presenza divina. Per questo la definizione di Barsacchi come poeta religioso è sì corretta, ma rischia di essere insufficiente se non viene accompagnata da una precisazione: la sua religiosità è essenzialmente una religiosità interrogativa. Il rapporto con Dio assume la forma di un colloquio, talvolta di una preghiera, talvolta di una protesta; l’io poetico non rinuncia alla fede proprio quando questa viene messa maggiormente alla prova; al contrario, è nel momento della crisi che il dialogo diventa più intenso.

Barsacchi non cerca generalmente una poesia costruita sull’esibizione dell’artificio letterario: il suo verso tende a mantenere un andamento discorsivo, limpido, meditativo, nel quale il linguaggio quotidiano può improvvisamente aprirsi alla dimensione metafisica. La critica che si è occupata di lui ha sottolineato proprio questo carattere: una sintesi particolarmente efficace è quella riportata da alcune fonti che, riprendendo un giudizio di Lacchini e Toscani, collocano Barsacchi fra i migliori poeti della cosiddetta “generazione di mezzo”, sottolineandone le molte sollecitazioni interiori e il sofferto amore per la vita. La sua poesia, tuttavia, non vive esclusivamente nello spazio astratto della meditazione religiosa; uno degli aspetti più originali della sua scrittura è infatti il continuo rapporto fra trascendenza e quotidianità. Barsacchi parla da uomo concreto: marito, padre, lavoratore, cittadino di un piccolo centro della costa toscana. La nuova antologia Il lungo assedio, pubblicata nel 2026 a cura di Lorenzo Filipponio e Letizia Papi, insiste proprio su questa dimensione, descrivendo una poesia nella quale la voce del poeta nasce dal suo paese, dal paesaggio che lo circonda e dalla condizione concreta di marito, padre e impiegato comunale, per trasformarsi progressivamente in una riflessione sul senso dell’esistenza e sul rapporto con Dio. In questo senso Castagneto e la costa non sono semplicemente il luogo biografico di Barsacchi, ma costituiscono una parte della sua geografia poetica. È una caratteristica che permette di avvicinare il poeta alla più ampia tradizione della poesia religiosa italiana del Novecento senza assimilarlo semplicemente a essa. Il suo Dio non è quello di una poesia devozionale convenzionale, è un interlocutore che può essere invocato, cercato, ringraziato, ma anche interrogato e perfino accusato. In questo aspetto la sua poesia assume una tonalità quasi biblica: il poeta sembra spesso collocarsi nella posizione di chi deve continuare a parlare con Dio proprio perché non riesce a comprendere fino in fondo il senso del dolore. La sofferenza diventa così una forma di conoscenza, e il dubbio non rappresenta necessariamente la negazione della fede, ma uno dei modi attraverso i quali la fede può essere vissuta. Questa tensione raggiunge una particolare evidenza nella raccolta Desiderio eterno, pubblicata postuma nel 2006 da Santi Quaranta a cura di Massimo Morasso. L’antologia raccoglie settantuno poesie tratte da undici sillogi e rappresenta uno dei tentativi più importanti di ricomporre il percorso poetico di Barsacchi a distanza di dieci anni dalla morte. Morasso, che ha curato anche la scelta e l’organizzazione del volume, ha contribuito a riportare l’attenzione critica su un poeta la cui opera appariva ormai difficilmente reperibile. La lettura di Desiderio eterno mostra con chiarezza come il rapporto con Dio costituisca il centro dinamico della poesia barsacchiana. L’io poetico è sottoposto a una sorta di continuo “assedio” spirituale: desidera credere, ma non riesce ad abitare la fede senza interrogarsi; avverte la presenza di Dio, ma proprio questa presenza genera nuove domande. In una delle interpretazioni critiche dedicate all’antologia, la poesia di Barsacchi viene descritta come una ricerca dell’assoluto caratterizzata da un sentimento tragico della vita e da una religiosità insieme forte e tormentata.

La sofferenza non viene sublimata attraverso una facile consolazione religiosa, ma rimane spesso concretamente presente nei versi. Barsacchi sembra voler conservare la contraddizione fra dolore e speranza senza risolverla artificialmente. Da questo punto di vista è particolarmente significativo il fatto che in una lettera a Marino Piazzolla del 12 luglio 1979 egli sintetizzasse la propria condizione spirituale attraverso l’accostamento di “angoscia e fiducia – angoscia e speranza”: una formula che potrebbe essere assunta come una delle chiavi di lettura dell’intera sua esperienza poetica. La sua scrittura conosce però anche momenti di autentica quiete. Quando la tensione metafisica si allenta, il poeta sembra ritrovare una forma di equilibrio nella natura, nella famiglia e nella percezione delle piccole cose. È proprio in questi passaggi che il paesaggio maremmano assume la sua maggiore forza: la dimensione locale diventa il punto concreto dal quale Barsacchi può rivolgersi alle questioni ultime. Il piccolo mondo nel quale vive diventa così una sorta di osservatorio sul problema universale dell’esistenza. Un altro elemento importante è la semplicità apparente della sua lingua. Barsacchi non sembra interessato a costruire un linguaggio sperimentale o fortemente innovativo sul piano formale. La sua ricerca si concentra piuttosto sulla capacità della parola ordinaria di sostenere un’esperienza spirituale complessa. Il risultato è una poesia pacata, essenziale e discorsiva, nella quale l’intensità nasce soprattutto dalla progressione del pensiero. La recente antologia Il lungo assedio insiste proprio su questa caratteristica, definendo la lingua barsacchiana “pacata, precisa ed essenziale”. La scelta di rimanere a Castagneto e di svolgere per decenni un’attività amministrativa potrebbe aver contribuito a mantenere la sua produzione lontana dai principali centri di consacrazione letteraria, ma gli permise al tempo stesso di costruire una voce fortemente coerente con la propria esperienza. Questa condizione aiuta a spiegare una sorta di paradosso della sua fortuna: Barsacchi ebbe una circolazione più ampia di quanto la sua attuale notorietà potrebbe far pensare; le sue opere entrarono in ambienti della poesia cattolica e religiosa, furono oggetto di attenzione critica e comparvero in antologie di rilievo. Nel 1999, per esempio, Enzo Bianchi incluse Barsacchi nella vasta antologia einaudiana Poesie di Dio. Itinerario spirituale nel Novecento italiano, contribuendo a collocarlo all’interno della tradizione della poesia spirituale italiana del XX secolo. La presenza di Barsacchi nei fondi epistolari è particolarmente interessante perché suggerisce che una nuova ricostruzione della sua fortuna dovrebbe forse partire proprio dalla rete delle sue corrispondenze. Il Gabinetto Vieusseux non è l’unico luogo nel quale il nome del poeta compare: altri inventari archivistici mostrano rapporti con ambienti legati alla poesia cattolica e alla rivista La Locusta. In quest’ultimo caso Barsacchi risulta presente nella documentazione della rivista negli anni 1988, 1989 e 1991.

Mancano, almeno rispetto alla mole della produzione, una vera monografia critica complessiva e una ricostruzione sistematica della fortuna dell’autore. Anche per questo assumono rilievo le iniziative di recupero degli ultimi decenni: l’antologia Desiderio eterno del 2006 e, più recentemente, Il lungo assedio. Poesie 1966-1996, pubblicato nel 2026 da Marotta e Cafiero. Quest’ultimo volume raccoglie cento componimenti distribuiti lungo l’intero arco della produzione e costituisce un’occasione concreta per tornare a interrogare complessivamente l’opera del poeta. Nel complesso, Renzo Barsacchi appare oggi come un autore che merita di essere ricollocato con maggiore attenzione nella storia della poesia religiosa italiana del secondo Novecento, ma anche nella storia letteraria della Toscana costiera. La sua specificità nasce dall’incontro fra una forte radicazione territoriale e un’esperienza poetica rivolta costantemente verso l’assoluto. Castagneto, Donoratico e la Val di Chioma costituiscono il mondo concreto della sua vita; Dio, il dolore, la morte, la speranza e il problema della fede costituiscono invece l’orizzonte entro il quale quel mondo viene continuamente interpretato. La riscoperta recente rende possibile, inoltre, superare l’immagine di Barsacchi come semplice “poeta religioso” di ambito locale. La sua opera è più complessa: è una poesia dell’inquietudine, della responsabilità personale, della memoria, della famiglia e del paesaggio, nella quale la fede non rappresenta un punto di partenza acquisito ma una domanda continuamente rinnovata. La sua voce resta volutamente lontana dalle grandi dichiarazioni programmatiche della poesia novecentesca, ma proprio questa discrezione costituisce uno dei suoi tratti più riconoscibili. E lo spazio di indagine ancora aperto può far sì che la figura di Renzo Barsacchi possa tornare ad essere studiata: non come voce periferica rispetto alla letteratura nazionale, ma come uno dei casi più interessanti di quella poesia del secondo Novecento che, attraverso una lingua semplice e un’esperienza profondamente radicata in un luogo, ha cercato per tutta la vita di trasformare il dubbio in forma poetica.

 

L'autore

Gabriele Fabrizi
Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.