Le Corbusier lo vide nel 1925 e ne rimase folgorato. Ne scrisse in Vers une architecture descrivendo un edificio moderno che incarnava, meglio di qualsiasi manifesto, l’idea di macchina perfetta. Il Lingotto di Torino, la fabbrica FIAT realizzata in due fasi, dal 1915 al 1926, con pista di collaudo sul tetto, le rampe elicoidali e la sua verticalità razionalista, aveva convinto persino l’architetto svizzero, per il quale il futuro aveva lo scheletro in cemento armato, cinque piani sopra via Nizza.
Quel futuro oggi ospita i libri ed è una storia degna di essere raccontata.
Il Salone Internazionale del Libro di Torino inaugura la sua XXXVIII edizione il 14.05.2026 sotto il segno di Elsa Morante, o meglio sotto il segno dei F.P. citati nel libro del 1968, Il mondo salvato dai ragazzini (Einaudi). Una distinzione ontologica tra chi ha conservato intatta la capacità di stupirsi e le maggioranze silenziose. Per quanto si diano da fare, gli Infelici Molti ci si devono rassegnare: la loro felicità è teterrima. Annalena Benini, alla terza e ultima edizione del suo mandato come direttrice, sceglie la Grecia come Paese ospite e un titolo che è «un manifesto e una poesia, una festa e un’invettiva, un romanzo e una chiave magica. Apre tutte le porte».
Salire su La Pista 500 prima dell’apertura ufficiale è un privilegio che vale il prezzo del biglietto. Il giardino pensile realizzato nel 2021 dall’architetto e paesaggista Benedetto Camerana con quarantamila alberi, arbusti e piante erbacee distribuite lungo l’anello parabolico del Lingotto, il più grande giardino pensile d’Europa, è uno dei pochi eco-paradisi esistenti al mondo. Sopra ci sono il cielo di Torino e la corona alpina circostante. Sotto la città vibra e corre, e tutt’intorno, le curve sopraelevate conducono verso la natura che si appropria dei luoghi abbandonati e riqualificati da uomini ingegnosi verso il «terzo paesaggio», per dirla con Gilles Clément.
Renzo Piano, quando negli anni Ottanta ridisegna il Lingotto in centro polifunzionale, ha l’accortezza di non toccare il tetto verde. Lascia intatto il «parco che atterra sull’asfalto» di Camerana. Aggiunge la Bolla, una sala riunioni semisferica di acciaio e cristallo, sospesa nel vuoto, che sembra atterrata lì per caso o per necessità, a seconda dell’umore con cui si guarda. Camminando sulla passeggiata panoramica dell’arte, tra installazioni luminose e progetti di cinema espanso, penso a Zaha Hadid, la più importante rappresentante dell’architettura contemporanea declinata al femminile, alla sua inventiva e alla passione per il movimento nella materia. Hadid componeva nuovi paesaggi urbani de-costruendo le idee della ripetitività e della produzione di massa. Matté Trucco immaginava una pista dove ora invenzione, tecnologia e sostenibilità continuano ad abitare la pietra.
Scendere ai padiglioni da quella quota è come entrare in un mondo visionario.
La Sala Oro alle 14.00 è già piena da venti minuti. Qualcuno rimane fuori. Sul palco, una sedia. Una donna attraversa il silenzio come se il silenzio le appartenesse. Zadie Smith tiene la lectio inaugurale al SalTo 2026 Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così. Una riflessione sull’adolescenza. Il titolo è tratto dalla raccolta di saggi Vivi e morti (Edizioni Sur), che esce in questi stessi giorni. Smith parla della propria adolescenza senza la melanconia con cui gli adulti tendono a ridisegnare il proprio trascorso doloroso. L’energia dell’adolescenza vista da una prospettiva del regime degli estremi, un periodo segnato dallo stato di emergenza permanente in cui i confini non sono definiti e durante il quale ogni cosa è molto forte, incredibilmente importante o semplicemente inutile e infelice.
«Se la me adolescente mi vedesse oggi», afferma a un certo punto, «rimarrebbe schifata!»
La sala ride, ma è una risata che porta dentro il dolore acuto del conflitto generazionale. Rilke, in una lettera del 1903, scriveva al giovane Kappus che la vera difficoltà non è rispondere alle domande, ma «vivere ora le domande» come fossero «stanze chiuse a chiave» o «libri scritti in una lingua straniera». Per vivere l’adolescenza bisogna abbracciare il presente, in modo da avvicinarsi, a poco a poco, a vivere la risposta in un giorno lontano. Smith lo dice in modo diverso, con la sua lingua lucida e precisa, ma il significato è lo stesso. La platea di lettori, di insegnanti, di ragazzi, che la conoscono dall’uscita di Denti bianchi (Mondadori) e di altri che la scoprono oggi al SalTo 2026, capisce che il tema del Salone è una favola che contiene le ossessioni e le rivolte del mondo moderno.
Il padiglione 4, il Bookstock, lo spazio dedicato alle giovani generazioni che il Salone ha rafforzato in questa edizione, funziona secondo una logica che passa dalla community allo scaffale. La new entry, Il Salotto, curata da giovani collaboratori della fiera, non a caso porta come firma estetica il punto interrogativo e punta a dare valore al dialogo e al confronto. L’Arena Bookstock già nel primo pomeriggio diventa territorio di Erin Doom, fenomeno editoriale particolarmente studiato degli ultimi anni. Una giovane voce emergente capace di intercettare i desideri e i temi più cari alle nuove generazioni. Amori tossici, malattie mentali e drammi amorosi che piacciono tanto alle adolescenti, trascinate dalle emozioni che la lettura è in grado di trasmettere e suscitare. Eppure la Doom è vista con sospetto da alcuni critici che hanno messo in discussione il suo outing facciale.
Gianrico Carofiglio, che al mattino aveva incontrato le scuole all’Arena per poi dialogare con il grande pubblico nella Sala Oro, mi aveva colpito per l’acume di una frase pronunciata, una frase che vale come epigrafe dell’intera giornata: «la letteratura non insegna a risolvere l’incertezza ma a starci dentro». È questa, forse, la ragione per cui i ragazzi leggono in modo diverso dagli adulti. Vivono l’incertezza e non hanno ancora imparato a evitarla.
La Sala Oro torna a riempirsi alle 17.00 per Roberto Baggio che dialoga con lo scrittore Marco Missiroli. Luce nell’oscurità (Rizzoli) non è un’autobiografia sportiva ma il viaggio che attraversa una carriera e un cammino umano. La storia di chi ha vissuto la propria grandezza come un peso e che dopo la caduta, raccontata con voce ferma che non concede niente alla retorica del riscatto, ha investito su una ricerca interiore e spirituale. In una fiera dedicata ai ragazzini, la sua presenza proietta un’immagine precisa. Baggio appartiene alla famiglia degli F.P. della Morante non per virtù acquisita ma perché è uno di quegli esseri che il mondo non è riuscito a mondanizzare.
Poco più tardi, nella Sala Blu, Daria Bignardi presenta Nostra solitudine (Mondadori), un saggio sui sentimenti contemporanei che si colloca, nella grammatica di questa giornata, come il negativo fotografico della lectio inaugurale. La Smith guarda l’adolescenza dalla una prospettiva multiculturale; la Bignardi osserva l’età adulta con la stessa lucidità, cercando nella solitudine un rifugio e una connessione con gli altri e con se stessi, senza vergognarsi di dire che ci si sente soli nella folla ma che dalle prigioni non ci si può liberare da soli, riprendendo il messaggio della Morante.
Alle 18.30 nella Sala Oro, Luciana Littizzetto, curatrice della sezione Leggerezza, che è tra le più intelligenti del programma, dialoga con Katia Follesa e Angelo Pintus. La leggerezza di Calvino, si sa, non è mai assenza di peso ma il modo più difficile di guardare le cose. È plasmata sul pubblico che restituisce il giudizio. La sala piena ride, e la risata dal palco rimbalza come un atto critico.
Alle 19.00 l’Auditorium Gianni Agnelli è esaurito. Fuori, nello spazio antistante, c’è chi aspetta in ascolto. Questo attendere senza vedere, accogliere la musica come si accoglie una preghiera, ha già qualcosa di liturgico. Alessandro Baricco sta sul palco nella veste del narratore e, con la sua voce, invita gli uditori a cambiare il ritmo di percepire e sentire le cose, con l’aria di chi è già dentro un pensiero e ha deciso, questa volta, di non tenerlo per sé. Con l’Orchestra Canova, diretta da Enrico Saverio Pagano, l’Intende Voci Ensemble e un dj inizia l’incantesimo del regno dei suoni.
Notte Eretica è il format con cui Baricco porta in scena il suo ultimo saggio, Breve storia eretica della musica classica (Feltrinelli). Per Torino ha scelto un percorso a ritroso, partendo dalla musica di Wagner, Beethoven, Mozart, Corelli al canto gregoriano. Un viaggio che è anche una genealogia del suono, del tentativo umano di ragionare con il respiro del mondo, svuotando letteralmente, e fisicamente, per fare pulizia e arrivare a un palcoscenico splendidamente vuoto, per mettere infine ordine tra il linguaggio maschile e quello femminile. Disperdendo l’oscurità del caos con la luce della civiltà, il cantastorie cerca «la pronuncia esatta del destino dei suoni» e anche una certa innocenza all’origine di tutto, quando si faceva musica con una lingua ignota.
Roland Barthes, nel saggio «La grana della voce», scriveva che nella musica e nel canto esiste qualcosa di fisico ed erotico quando il corpo incontra il linguaggio. La grana è letteralmente «la voce come scrittura del corpo», lo spazio in cui l’interprete imprime la propria unicità. Quando dal palco si allontanano corpi e strumenti e i vocalizzi dell’Intende Voci Ensemble prendono il posto dell’Orchestra, il suono si fa antico e torna alle origini, alla grana della scrittura. Solo allora, quella zona irriducibile all’analisi si materializza nella Lingua ignota che dimora la sensazione fisica di fare musica. Baricco parla dell’atto di suonare come qualcosa di viscerale, di manuale, che rinnova il piacere di suonare scuotendo gli animi e le coscienze. La sua capacità di interpretare la musica, creandola costantemente, producendola e fabbricandola per il grande pubblico rende Notte Eretica un evento singolare, elettrizzante, visionario. Un’idea che riprende Barthes e l’origine del significato che risiede nel testo stesso. La stessa idea che vede risiedere l’esperienza del suonare nella produzione fisica della musica, per ritrovare un lingua musicale antica, pura, e mettere in salvo la musica contemporanea, affidandosi a un collettivo di persone capaci di agire per la stessa causa. In sala, il confine tra racconto e musica, tra palco e pubblico, si dissolve. I musicisti abitano le parole, preparano ai vocalizzi del coro e invitano all’ascolto delle litterae ignotae di Ildegarda von Bingen.
Spiritus sanctus vivificans
vita movens omnia,
et radix est in omni creatura
ac omnia de inmunditia abluit,
tergens crimina ac ungit vulnera,
et sic est fulgens ac laudabilis vita,
suscitans et resuscitans
omnia.
Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con Feltrinelli e Seven Springs, la rassegna musicale della Scuola Holden di Torino, la città di Baricco. Nell’auditorium di Renzo Piano il cerchio si chiude. La pista automobilistica è ancora sul tetto ma le auto sono sparite e, al loro posto, le parole e la musica compiono lo stesso giro eterno, necessario, internazionale. Quando termina, l’applauso non cede subito perché il silenzio riporterebbe alla mente la notte celeste senza resurrezione.
Il Salone Internazionale del Libro di Torino non può scadere nell’accezione di una semplice fiera. È un’eccezione, uno dei pochi luoghi al mondo in cui la cultura accade, senza algoritmi interposti, senza piattaforme a filtrare le domande, senza lo schermo tra interlocutore e uditore. Forse è per questo che continua a riempirsi, anno dopo anno, di persone disposte a fare code, prendere treni, camminare ore tra i padiglioni per cercare il senso della bellezza e la parola dei poeti.
Un messaggio di speranza veicolato anche nell’illustrazione di Gabriella Giandelli che «ha immaginato l’energia e la forza incontenibile di un gruppo di ragazzini nascosti dietro a un muro vegetale. La loro forza è prorompente e irriverente, nutre e fa crescere la speranza in un mondo più vero. Un mondo in cui il fantastico e il sogno possono esistere insieme alla realtà, nello stesso tempo. Il loro pensiero e la loro fantasia fanno germogliare le piante e sbocciare i fiori, riempie gli occhi e tutti i sensi di una nuova vitalità, fresca». Fuori, lungo la Promenade che qualcuno, con spirito, sento ribattezzare Promenade des Italiens, si cammina ancora con le borse pesanti di libri. Con gli occhi stanchi delle giornate piene e la felicità di chi sa che l’indomani tornerà al Salone, con la faccia lavata e intatta, di un colore fresco di salute, tra le stanze di Elsa.
SalTo 2026 XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino
Lingotto Fiere, via Nizza 294, Torino, 14–18 maggio 2026
Direttrice: Annalena Benini
Tema: «Il mondo salvato dai ragazzini», Elsa Morante, 1968
L'autore

- Ermira Shurdha è nata in Albania. Si è trasferita in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha pubblicato articoli nella rivista sapereambiente.it.
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