avvenimenti · In primo piano

Leo Luceri e la geografia inquieta dell’identità

La poesia di Leo Luceri nasce da una soglia. Una soglia linguistica, anzitutto, ma anche geografica, culturale ed esistenziale. Negli occhi miei liquidi, pubblicato in Catalogna in edizione bilingue italiano-catalano, si presenta come un attraversamento continuo di frontiere interiori e collettive, dove il Mediterraneo non costituisce soltanto uno spazio geografico, bensì una vera e propria categoria dell’anima.

Sin dalle pagine introduttive emerge con chiarezza il nucleo profondo della raccolta: la relazione tra lingua e identità. Joan Ramon Lladós sottolinea come Luceri provenga da un contesto trilingue, italiano, salentino e griko, esperienza che trasforma la parola poetica in un luogo di sedimentazione storica e antropologica. La presenza del griko, in particolare, non appare mai folkloristica o ornamentale. Al contrario, si configura come eco archeologica, memoria ancestrale capace di resistere alla dissoluzione contemporanea. In versi come “avevo una lingua / che attraversava le acque” la lingua diviene corpo migrante, ponte tra rive, possibilità di sopravvivenza culturale.

La raccolta è attraversata da una costante oscillazione fra radicamento e perdita. Luceri costruisce un immaginario fatto di approdi provvisori, isole interiori, deserti, periferie dell’essere. In questo senso, la sua poesia sembra inserirsi in quella linea mediterranea che da Vittorio Bodini giunge fino alle scritture contemporanee della frontiera e dell’esilio interiore. Non è casuale che il prefatore richiami esplicitamente Bodini, soprattutto nella centralità del “sud del Sud” come luogo simbolico e metafisico.

L’elemento acquatico domina l’intera raccolta. Il mare è origine, trauma, memoria e ritorno. Già il testo iniziale dedicato a Maria Polidouri e Kostas Kariotakis colloca il lettore in una dimensione elegiaca e tragicamente amorosa: “è stato lì al mare che hai iniziato a gridare”. Il grido, nella poesia di Luceri, non è mai pura disperazione: è piuttosto tentativo di sopravvivere alla frammentazione del sé. La stessa immagine degli “occhi liquidi” rinvia a una soggettività instabile, permeabile, continuamente attraversata dal dolore e dalla memoria.

La scrittura di Luceri procede spesso per sottrazione. L’assenza quasi totale della punteggiatura produce un effetto di flusso interiore, una respirazione poetica che sembra seguire il ritmo dell’inconscio. Tuttavia, come osserva Lladós, non si tratta di automatismo surrealista, bensì di una forma attentamente controllata di introspezione. In molti testi il poeta costruisce vere e proprie cartografie emotive del corpo: nervi, vene, sangue, viscere diventano elementi di una geografia psichica. Emblematici risultano i versi: “riscrivere una cartografia di tendini e nervi / fedele / ai corsi di sangue”.

Uno dei nuclei più intensi della raccolta riguarda il tema dello spaesamento identitario. Luceri scrive: “non è il tuo posto / ma quale lo è?” In questa domanda si condensa tutta la condizione contemporanea dell’uomo mediterraneo: sospeso fra appartenenza e migrazione, memoria e perdita, lingua materna e lingue attraversate. La “periferia” evocata dal poeta non è soltanto sociale o geografica, ma ontologica: una periferia del sé che accompagna l’individuo ovunque.

Particolarmente significativa appare anche la dimensione intertestuale e plurilingue della raccolta. Italiano, spagnolo, francese, griko convivono nello stesso spazio poetico senza gerarchie. Questa pluralità non produce dispersione, ma una forma di ospitalità linguistica. In controluce sembra emergere l’idea ricoeuriana della traduzione come “ospitalità linguistica”: il poeta abita simultaneamente più lingue e più memorie, facendo della poesia uno spazio di attraversamento reciproco.

L’universo poetico di Luceri è però tutt’altro che chiuso nell’intimismo. Le sezioni finali dedicate alla guerra aprono il libro a una dimensione storica e collettiva di forte impatto. La poesia Gaza rappresenta probabilmente uno dei momenti più dolorosi dell’intera raccolta: la voce infantile che cerca la propria casa distrutta trasforma il trauma contemporaneo in tragedia universale. Allo stesso modo, i testi dedicati alla guerra in Ucraina evitano ogni retorica ideologica per concentrarsi sulla vulnerabilità umana, sul corpo esposto alla distruzione, sulla necessità di trovare “una lingua / per capire l’assurdo”.

Ed è forse proprio la ricerca di una lingua comune dell’umano il centro ultimo di Negli occhi miei liquidi. La raccolta si conclude significativamente con Finibusterrae, luogo simbolico del limite e del passaggio. Qui il viaggio poetico assume una valenza quasi metafisica: il pellegrino attraversa paesaggi esteriori e interiori alla ricerca di una fragile forma di salvezza. La poesia diviene allora “talismano leggero”, ultimo oggetto da custodire contro la dispersione del tempo.

In un’epoca segnata dalla frantumazione delle appartenenze e dalla crisi delle identità linguistiche, la scrittura di Leo Luceri propone una poesia dell’attraversamento: inquieta ma non disperata, radicata e nomade insieme. Una poesia che continua a interrogare il Mediterraneo non come confine, ma come spazio di memoria, perdita e possibile rinascita.

 

Due poesie

Maria Polidouri a Kostas Kariotakis
è stato lì al mare che hai iniziato a gridare
non riuscivi a fermarti
onde d’urli alle nuvole spente d’amore
giravano scalzi i tuoi pensieri
su tizzoni antichi
accorsi ai tuoi richiami per rabbia
dammelo quel bacio
anche salato dal dolore
dammelo
poi torna pure a gridare
ci farò l’abitudine
oppure
ti porterò un angelo a sfidare i rimorsi
l’angelo col mandolino di corde vocali
che t’accarezza vibrando
t’aspetterò ogni sera al grido del tramonto
quello che sconvolge i rimpianti
quello che precipita il buio in fondo alla gola

 

Gaza

‘En vrisko plèo tin stra’
tùi enn’àne
dìo ‘nkròciu dopu ‘i skola stin mancìna
To spiti ìstike ettù, ste lèo jalìssia
amès tin vetrìna tu parrukkièri
ce to furno
Vàsta mìa porta azzùrra
m’in chera tis Fàtima na tutsèfsi
E mana mu èle panta– tùtsa satìa ka o ciùri-su ènna plosi
Evò ‘en ìtela na to ‘ssunnìso
ja tùo tis jùrona  na ‘fiki tin porta skarassài
Depòi èftase o mèa derràsso
Cìo pu ‘en diavènni mai
Cìo pu ferni to skotinò ja panta
O ciùri èplonne
E mana ìstike stin kucìna
m’on Haidar stu vrachiònu
Ìche afìkonta ‘in porta skarassài
kundu kài meri
na min doko fastìddio
Evò àmposa satìa satìa tin porta
E zoì-mmu ìane ettù, ste lèo jalìssia

Gaza

Non ritrovo la strada
dovrebbe essere questa
due incroci dopo la scuola a sinistra
La casa era qui te lo giuro
tra la vetrina del parrucchiere
e il negozio del pane
Aveva una porta azzurra
con la mano di Fatima per bussare
La mamma diceva sempre – bussa piano papà deve riposare
Io non volevo svegliarlo
allora le chiedevo di lasciare la porta socchiusa
Poi è arrivato il grande rumore
Quello che non passa più
Quello che porta il buio per sempre
Papà dormiva
La mamma in cucina
aveva Haidar tra le braccia
Aveva lasciato l’uscio socchiuso
come ogni giorno
perché non disturbassi
Io spinsi lentamente la porta
La mia vita era qui te lo giuro

L'autore

Giorgia Karvunaki
Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione  - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.