In un vocabolario stanno depositate tutte le storie possibili, basta saperle cercare, e saperle tirar fuori dalle pagine, nelle quali sono imprigionate, parola per parola, una per volta, combinandole tra di loro, mettendole in fila, fino a formare un racconto. Il Vocabolario, dunque, come archetipo di tutti i racconti possibili, il «racconto dei racconti». Ho provato, dunque, nel mio saggio Le radici letterarie della Costituzione (ERF Edizioni), a costruire una narrazione civile intorno ai seguenti vocaboli: «Costituzione» – «Statuto» – «Liberazione» – «Repubblica» – «Democrazia» – «Duce» – «Fascio», utilizzando quattro diverse edizioni del Vocabolario della Lingua Italiana di Nicola Zingarelli, precisamente, l’edizione del 1922; quella del 1928; quella del 1942 e quella del 1950. Dall’edizione del 1922, uscita prima dell’avvento del Fascismo, prima della marcia su Roma, e prima della presa del potere, da parte di Benito Mussolini, fino alle due edizioni edite in pieno ventennio fascista (1928 e 1942); per concludere, questo mio racconto civile attraverso le (diverse) voci del vocabolario Zingarelli, con l’edizione del 1950, nella nuova Italia repubblicana e post-fascista. Le due edizioni del 1928 e del 1942, la prima presso la casa editrice milanese «Bietti & Reggiani», la seconda, invece, presso la bolognese «Zanichelli», contengono entrambe una dedica a «Benito Mussolini restauratore delle sorti d’Italia». Tale dedica è assente sia nell’edizione del 1922, che in quella del 1950 (nel primo caso, perché Benito Mussolini non era ancora diventato il «duce» degli italiani; nel secondo caso, invece, perché il ventennio fascista era già finito, e l’Italia, dopo il 25 luglio 1943, l’8 settembre 1943, il 25 aprile 1945, l’Assemblea Costituente, 1946, la Costituzione repubblicana, antifascista e democratica, 1947-1948, aveva preso a percorrere una nuova strada). Mirabile esempio, anche questo, così come emerge dalle diverse «voci» del vocabolario «Zingarelli», di adattamento, di «trasformismo», alle mutate situazioni (della politica, e del mercato editoriale). Il «trasformismo» è forse il carattere più autentico dell’italiano, e non solo dal 1861 (anno di nascita dello Stato unitario), no, già da secoli e secoli prima (la adattabilità predicata e praticata da intellettuali come Petrarca, Guicciardini, Manzoni, e da tanti altri).
Al nome di Nicola Zingarelli (1860-1935), linguista, filologo e critico letterario, di Cerignola (Fg), è legato, nell’immaginario collettivo, il Vocabolario, oggi noto come «Lo Zingarelli», per i tipi Zanichelli. La sua prima edizione, in volume unico, era uscita nel 1922 presso la casa editrice «Bietti & Reggiani» di Milano, presso la quale, già nel 1917, era stata pubblicata un’edizione a fascicoli. Nel 1925, fu realizzata anche una Edizione minore adattata ad uso delle scuole di primo grado, in piccolo formato. Dal 1941, il Vocabolario della Lingua Italiana di Nicola Zingarelli fu rilevato dalla casa editrice Zanichelli, che, ancora oggi, ne detiene i diritti, e lo ripubblica in edizione annuale. Se provassimo a chiedere, per strada, o al bar, a ignari e occasionali interlocutori, cosa sia la grammatica, ci sentiremmo rispondere che è l’insieme delle regole studiate a scuola, per scrivere e per parlare bene. Le norme e le regole del «si dice, non si dice». Matita rossa e blu. Il mezzo più diretto (e immersivo) per conoscere una lingua è l’utilizzo del suo «vocabolario». I due termini «vocabolario» e «dizionario» non sono sovrapponibili, non sono cioè due sinonimi; essi non possono essere utilizzati indifferentemente, l’uno rispetto all’altro. La parola «dizionario», infatti, ha un significato più ampio, rispetto a «vocabolario»; talvolta, esso indica trattazioni a carattere enciclopedico. Al contrario, il termine «vocabolario» può essere utilizzato per definire il lessico di un autore (o di un ambiente sociale, o di un gruppo, o di una professione, e così via). Nicola Zingarelli ha avuto gran parte nella geo-storia della lessicografia italiana, con la sua idea di vocabolario come “forma” attraverso la quale l’uomo si è sempre sforzato di «mettere ordine […] al vortice della sua vita». Potente questa doppia immagine della vita come «vortice», e del vocabolario come «ordine», perché rinvia direttamente al concetto di adattabilità, di necessario trasformismo, cui la persona fa ricorso, dinanzi al «vortice» dei casi della vita, per sopravvivere, e per stare (bene) nel proprio tempo (facendo come l’olio fa con l’acqua, andando cioè sopra sopra). A questa legge del trasformismo non sfuggono né i piccoli uomini, quelli cioè che tirano a campare, né i grandi uomini, né, tanto meno, gli intellettuali, i maestri, i quali, anch’essi, come tutti gli altri, devono portare la “pelle” a casa, devono, appunto, tirare a campare. Tra la fine dello Stato liberale, con la marcia su Roma, nel 1922, e la conseguente presa del potere da parte di Benito Mussolini, e poi il lungo (e tragico) ventennio fascista, la caduta di Mussolini (il 25 luglio 1943), l’armistizio dell’8 settembre del 1943, la guerra di liberazione, il 25 aprile 1945, e la nascita della Repubblica italiana, non furono pochi gli intellettuali italiani che restarono alla finestra, che preferirono cioè non schierarsi, né con i partigiani, né con i repubblichini, ma scelsero di non scegliere, occupando quella tranquilla «zona grigia» degli indifferenti, che, una volta definite le situazioni, consente agevolmente di adattarsi alla nuova situazione politica, in virtù di quella inclinazione italianissima al trasformismo. Nel saggio Le radici letterarie della Costituzione, ho provato a raccontare anche questo spezzone di storia (in)civile della nostra Nazione, attraverso romanzi, poesie e scritti vari di quegli anni, comprese, pure, alcune voci del vocabolario Zingarelli, incredibilmente e prestamente adattate al mutare degli eventi (inizialmente, per mano dello stesso Zingarelli, e, poi, dopo la sua morte, da parte dei curatori che vi misero mano). Intorno alle voci «Costituzione» – «Statuto» – «Liberazione» – «Repubblica» – «Democrazia» – «Duce» – «Fascio», da me scelte e scandagliate nelle edizioni, lo ripeto, del 1922, 1928, 1942 e 1950, il racconto che ne vien fuori è, davvero, sorprendente (ignobilmente sorprendente), a conferma di quella pratica del «trasformismo» nella quale, credo, nessuno, sul globo terracqueo, riesca a battere gli italiani.
La voce «trasformismo», nel vocabolario «Zingarelli» di oggi, così recita:
«In politica (accezione storica e figurata): La prassi parlamentare – affermatasi negli ultimi decenni del XIX secolo con i governi di Agostino Depretis – in cui una maggioranza di governo non si basa su un programma di partito definito, ma si aggrega di volta in volta tramite compromessi e concessioni per evitare la formazione di un’opposizione compatta. In senso esteso, indica la capacità di un individuo di adattare le proprie idee politiche o posizioni alle convenienze del momento».
Nelle edizioni uscite durante il Ventennio fascista, comprese quelle con Nicola Zingarelli ancora in vita, tale voce non compariva per nulla, come voce autonoma, ma soltanto come sotto-voce di «trasformare»:
«-ismo, m. Cambiamento di una forma della vita in un’altra. | Teoria della variabilità della specie; Evoluzione. | Sistema politico della trasformazione dei partiti, per reggersi al potere con una grande maggioranza. ||».
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
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