Della scrittrice italo-cubana Alba de Céspedes (1911-1997) tutti conoscono il suo impegno dalla parte delle donne (tanto per echeggiare il titolo di un suo romanzo di successo, del 1949, Dalle parte di lei), come pure il suo impegno nella Resistenza, con il nome di battaglia «Clorinda» (nel 1943 fu a Bari, tra le protagoniste e i protagonisti dell’esperienza di «Radio Bari», per la quale tenne una trasmissione), e la sua natura di scrittrice di successo, a cominciare dal romanzo Nessuno torna indietro, del 1938, che fu un vero e proprio caso editoriale clamoroso (per quegli anni).
Poco noto, invece, è un momento giovanile (quando aveva solo 24 anni) della sua produzione artistica, con un romanzo sportivo, Io, suo padre, del 1935, per le edizioni Carabba di Lanciano (Chieti), ripubblicato di recente, ben novant’anni dopo, sempre presso Carabba, nel 2025, con la cura di Angela Bubba. Il romanzo, quasi certamente, fu ultimato nel mese di luglio del 1935 (XIII dell’era fascista), così come si legge nell’ultima pagina («Roma, luglio XIII»), ma uscì in volume tra il mese di novembre e il mese di dicembre del 1935 (XIV dell’era fascista, poiché era consuetudine, durante il fascismo, fare iniziare l’anno il 29 ottobre, inizio dell’anno fascista, e farlo finire il 28 ottobre dell’anno successivo). Questo romanzo, che fu scritto in pochi mesi, tra il mese di maggio e il mese di luglio del 1935 (tra la firma del contratto e la consegna del manoscritto, molto probabilmente, sollecitata dalle pressioni dell’editore Carabba, che non voleva mancare, commercialmente parlando, l’appuntamento mediatico delle Olimpiadi, per promuovere e per vendere quel romanzo sportivo della de Céspedes), affronta il tema del conflitto generazionale: storia di un ex pugile, e della sua relazione con il figlio, Masetto (giovane pugile in carriera). La lingua di Alba de Céspedes è lontana dai modi del neorealismo imperante, poiché adotta codici espressivi ricchi e fantasiosi. Fin da giovanissima, quindi, Alba de Céspedes si rivela scrittrice prolifica (e felice). In quegli stessi mesi, tra maggio e luglio del 1935, oltre a dedicarsi alla stesura del romanzo, la de Céspedes scrisse pure e pubblicò su giornali e riviste una decina di articoli, racconti e novelle. Il romanzo (o, racconto lungo) Io, suo padre ottenne un riconoscimento ufficiale, istituzionale (fascista), poiché vinse il concorso organizzato dal «Comitato Olimpico Nazionale Italiano» (CONI), in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936. Questo riconoscimento fece sì che la giovanissima Alba de Céspedes facesse il suo ingresso (trionfale) all’interno del panorama letterario italiano dell’epoca, quale rappresentante dell’Italia fascista. Non vanno taciute alcune circostanze, piuttosto imbarazzanti, sia di contesto più largo, il regime fascista, nella metà degli anni Trenta, con la dittatura mussoliniana che si faceva più feroce, e che, di lì a poco, si sarebbe fatta anche “imperialista”, creò nel Paese un clima asfissiante; sia, di contesto più ristretto (e personale), con l’arresto che la giovane Alba de Céspedes aveva subito, proprio nel corso del 1935 (nel mese di febbraio), da parte della polizia politica fascista, con l’accusa di aver svolto attività anti-regime. Limitatamente a quest’opera, comunque, si può affermare che Alba de Céspedes l’avesse scritta sotto l’ombrello protettivo del regime fascista, visto che con il romanzo, di fatto, veniva esaltata la nuova stagione politica del regime, nei confronti dello sport, non più visto, specie da parte di Mussolini (ex socialista), come arma (borghese) di distrazione di massa, bensì come formidabile strumento per la ricerca del consenso. Alcune pagine di questo romanzo, infatti, suonano come vere e proprie pagine di propaganda fascista, di celebrazione del mito di Benito Mussolini, del Duce, e del suo regime dittatoriale:
L’«A noi!» possente del saluto al Duce si levò formidabile nell’aria. Gli atleti marmorei sembrarono approvare con lo sguardo. Tutte quelle voci ancora infantili ne avevano formata una sola virile, guerriera, che impressionò gli astanti. Attimo di silenzio: battuta d’aspetto. Sventolava, si snodava, si scapigliava nel vento, alta sul pennone la bandiera italiana.
L’aria divenne armonica ad un tratto, satura delle note pucciniane dell’Inno a Roma: uscivano dalle bocche degli adolescenti schierati, traboccavano dall’imbuto marmoreo dell’arena, s’infiltravano tra le foglie degli alberi della Farnesina […].
«Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma…».
Il coro riempiva l’atmosfera: gli occhi dei ragazzi che cantavano si facevano corruschi per lo sforzo delle gole. A quella frase passò certo nella mente di tutti la visione di Roma rinnovata, la solennità di Via dell’Impero, di Via dei Trionfi, lo splendore maestoso del Colosseo, massimo simbolo della romanità.
Tacquero. Il pubblico rimase un attimo con il cuore sospeso. Poi l’applauso scrosciò stridente, unanime; ma i giovani non volsero la testa. D’un sol colpo, obbedienti ad un invisibile segnale, tutti insieme levarono il braccio in alto nel saluto romano. Le glorie delle antiche arene sembrarono risorte. E quelle innumeri braccia sembrarono un braccio solo. Erano belli così i ragazzi di Mussolini, la sua generazione prediletta quella che egli forgiava, anima e corpo, la nuova generazione dell’Italia nuova.
[edizione Carabba 2025, pp. 179-181]
Il regime fascista, quindi, accolse questo romanzo con favore (fino al conferimento di un riconoscimento ufficiale, istituzionale, da parte del CONI). Solo successivamente, decenni dopo, dopo la caduta del fascismo, dopo la guerra civile, e dopo la fine della seconda guerra mondiale, Alba de Céspedes avrebbe preso le distanze dall’opera, in ragione di tutte quelle compromissioni con il regime fascista (quasi un peccato originale da nascondere, o, quanto meno, da sottacere). Alba de Céspedes, infatti, dichiarò, molti anni dopo, in una intervista degli anni Novanta, che la partecipazione al concorso indetto dal CONI (e la conseguente partecipazione alle Olimpiadi) non fossero state sue scelte, ma decisioni editoriali, alle quali aveva dovuto sottostare, scaricando così la responsabilità della contiguità con la propaganda del regime fascista sull’editore Carabba. Ovviamente, al momento, non disponiamo di documentazione certa, se non della sola intervista dell’autrice, che possa suffragare le tesi contenute in questa sua testimonianza, a proposito del ruolo svolto dall’editore Carabba, così incline alla volontà del regime fascista. Come ho già scritto, Alba de Céspedes il 12 febbraio del 1935 fu incarcerata, a Roma, trascorrendo alcuni giorni a Regina Coeli, nella sezione femminile denominata le «Mantellate», con l’accusa di aver svolto (non meglio precisate) attività anti regime (pare che la scrittrice fosse stata intercettata telefonicamente, per alcuni suoi giudizi critici sulla guerra in Abissinia, ma questa spiegazione appare piuttosto inverosimile, come motivazione dell’arresto, visto che esso risale agli inizi del mese di febbraio del 1935, e considerato che Mussolini, invece, avviò la guerra in Abissinia, cioè in Etiopia, il 3 ottobre di quell’anno, mesi e mesi dopo, e che la guerra si protrasse fino al 5 maggio del 1936, con la conquista di Addis Abeba, e con la proclamazione dell’impero dell’Africa orientale italiana). Già nel 1938, comunque, pochissimi anni dopo, rispetto al romanzo Io, suo padre, la censura fascista, con un intervento diretto di Benito Mussolini, colpì ripetutamente le opere della de Céspedes, facendo anche revocare l’attribuzione del «Premio Viareggio», che la de Céspedes aveva ottenuto, nel 1938, con il romanzo Nessuno torna indietro, uscito quell’anno, vincendo ex-aequo con il poeta e scrittore Vincenzo Cardarelli (anch’egli oramai inviso al regime, per non aver più rinnovato la tessera del PNF). Alba de Céspedes si trovò spesso al centro di campagne diffamatorie e censorie, da parte del regime fascista, che, comunque, non riuscì mai a ridurla del tutto al silenzio. Nel 1940, per esempio, il suo libro Fuga, una raccolta di racconti, pubblicato da Mondadori, fu bloccato dalla censura fascista, con accuse di immoralità (in quella circostanza, il regime fece circolare presso le redazioni dei giornali una velina censoria, con l’esplicito ordine a «non fare pubblicità ad Alba de Céspedes»). Allo stato attuale, comunque, non si conoscono documenti (o altro materiale d’archivio: lettere, diari, etc.), in base ai quali poter anteporre al 1943 il suo diretto ed esplicito impegno anti-fascista. È, comunque, agli atti che, nel 1935, Alba de Céspedes prese la tessera del PNF (quasi certamente, per la necessità di continuare a pubblicare, cioè, a lavorare, anche in considerazione del fatto che, in quel momento, Alba era già madre di un bambino, al quale Io, suo padre è dedicato – «al mio piccolo Franzi» -, e che fosse già una donna separata, sin dal 1931, infatti, aveva lasciato il primo marito, il conte Giuseppe Antamoro, sposato a soli quindici anni).
Il nome altisonante e prestigioso della giovane detenuta (suo padre, nel 1911, era stato ambasciatore in Italia per Cuba, e nel 1933 era stato presidente per alcuni mesi di Cuba; ma già suo nonno, nel 1874, era stato il «primo presidente in armi cubano», poi assassinato dai militari colonialisti spagnoli); la sua precoce attività di scrittura (giornalistica e letteraria); i suoi collegamenti (familiari e professionali) con il mondo della cultura e del giornalismo del tempo (e non soltanto italiani), fecero, evidentemente, gola a Mussolini, tanto da fargli balenare, molto probabilmente, l’idea di liberarla, magari con la richiesta (imposizione) di scrivere un romanzo sportivo “fascista”. I tempi stavano cambiando, tra il 1934 e il 1936, per la politica fascista sullo sport. Inizialmente, infatti, il fascismo aveva snobbato lo sport, e lo aveva anche ostacolato, in quanto il duce, da ex socialista ardito, aveva sempre visto nello sport (specie l’equitazione, o l’automobilismo, o l’alpinismo, o l’equitazione, etc.) il passatempo privilegiato della classe nobiliare, e di quella alto borghese (non necessariamente praticato, ma anche solo come svago esclusivo). Per il giovane Mussolini, infatti, lo sport altro non era che una formidabile arma di distrazione di massa, capace, cioè, di distrarre operai e contadini dai loro doveri sociali, e, quindi, di tenerli lontani dalla rivoluzione. Tale atteggiamento anti-sportivo, in quegli anni giovanili, portò, il giovane socialista ardito Benito Mussolini a prender parte a diverse azioni di sabotaggio del Giro d’Italia (disseminando chiodi lungo le strade delle diverse tappe giornaliere della corsa).
Nel romanzo Io, suo padre, sono presenti, indubitabilmente, (quasi) tutti gli elementi tipici della propaganda fascista, mescolati con temi e con suggestioni di chiara ascendenza biblica, e, infine, con quelli che poi avrebbero caratterizzato la produzione letteraria matura, e più conosciuta della scrittrice italo-cubana, e cioè la condizione della donna, la sua subalternità al maschio. In sede critica, c’è stato anche chi ha letto questo romanzo (il primo di Alba de Céspedes) come una vera e propria adesione, da parte dell’autrice, ai valori del fascismo. Credo che non si tratti né di “salvare”, né di “condannare” Alba de Céspedes, ma, principalmente, di rimettere in circolazione, tra i lettori di oggi, questo suo romanzo sportivo, precisando pure il contesto culturale e politico nel quale esso, tra i primi romanzi sportivi italiani, vide la luce. Del resto, subito, dopo, già nel 1938, ad Alba de Céspedes fu revocato, coe già detto, il «Premio Viareggio», per esplicita censura fascista (e con intervento diretto di censura di Benito Mussolini), segno, inequivocabile, di scrittrice non gradita al regime, se non ostile a esso. Forse, la chiave dell’ambiguità di quest’opera sportiva della de Céspedes risiede tutta in questa oscura vicenda del suo arresto e, anche, della sua quasi immediata liberazione (a distanza di soli pochi giorni). Ad ogni modo, l’attenzione critica dei detrattori della de Céspedes si è concentrata sulla presenza nel romanzo di questi elementi narrativi:
– scontro generazionale (padre / figlio – giovane / anziano)
– glorificazione della gioventù
– esaltazione della forza fisica giovanile, del muscolo, contro la fiacchezza fisica (e morale) del vecchio, dell’anziano
– ruolo titanico dell’Italia, contro il resto del mondo
– opposizione tra donna onesta (madre e angelo del focolare) e donna libera (e, quindi, viziosa: la femme fatale)
– descrizione dei luoghi dello sport (come, per esempio, i bar dello sport; ma anche lo «Stadio Mussolini», a Roma, l’attuale «Stadio Olimpico», all’interno del complesso del Foro Italico, che, allora, ovviamente, era il Foro Mussolini)
A queste, e ad altre obiezioni, sarebbe facile rispondere facendo notare che lo sport di cui il romanzo di Alba de Céspedes narra, è la «boxe», quindi, uno sport direi marinettiano, futurista (e fascista) quasi per definizione, e che, quindi, gioco forza, volente o nolente, esso mette in scena la rappresentazione (e l’esaltazione) della vigoria fisica, della forza muscolare giovanile contro la fiacchezza dell’anziano.
Hitler utilizzò quella XI edizione delle Olimpiadi moderne come potente macchina di propaganda per il suo regime nazista, con ben otto ore al giorno di diretta televisiva, proprio per esaltare la potenza, la forza imbattibile della razza ariana, anche se, in realtà, in quella edizione “nazista” delle Olimpiadi, sotto questo profilo, venne fuori l’esatto contrario, e cioè che non ci fosse alcuna supremazia della “razza ariana”, in considerazione, per esempio, della vittoria del velocista e saltatore afro-americano Jesse Owens, che vinse ben quattro medaglie d’oro (nei 100 e nei 200 metri, nel salto in lungo, e nella staffetta 4×100 metri). Anche atleti ebrei parteciparono a quelle Olimpiadi, e vinsero medaglie, a dispetto della propaganda anti-semita nazista. Alba de Céspedes partecipò, quindi, a quelle Olimpiadi, come scrittrice vincitrice del concorso parallelo indetto dal CONI, con il romanzo sportivo Io, suo padre. Del resto, l’editore Carabba non era un editore nuovo, per il mondo (nascente) della narrativa sportiva. In quegli stessi anni, infatti, aveva già pubblicato Cerchi di Franco Ciampitti (che nel 1932 aveva pubblicato, per i tipi della «Gazzetta dello Sport», il romanzo Novantesimo minuto, considerato oramai come il primo romanzo italiano sul calcio). Con il romanzo sportivo Cerchi, Ciampitti partecipò, in qualità di scrittore (e giornalista), alle Olimpiadi di Berlino, la stessa Olimpiade alla quale partecipò Alba de Céspedes. Sempre Ciampitti, in collaborazione con Giovanni Titta Rosa, e sempre con l’editore Carabba, curò la Prima antologia degli scrittori sportivi (1934). Presso l’editore Carabba, nel 1934, era stata anche pubblicata la raccolta poetica Parole, di Umberto Saba, che conteneva le cinque, celeberrime, poesie sul calcio (sulla sua Triestina), tra le quali anche la notissima Goal. Dunque, si trattava di un editore che non s’improvvisava affatto come editore sportivo, ma che vantava un catalogo sportivo di tutto rispetto (e non soltanto per quei tempi).
Da segnalare, in rapporto a Io, suo padre, che uscì nel 1935, una scheda sportiva di Adolfo Cotronei, giornalista del «Corriere della sera», e autore, per i tipi de «La Gazzetta dello Sport», nel 1932, del volume Atleti ed eroi, una raccolta celebrativa di profili biografici di sportivi e di aviatori dell’era fascista (tra gli altri: Nuvolari, Ascari, Nadi). Una di queste schede celebrative, in modo particolare, quella dedicata alla storia di un boxeur, Erminio Spalla (che fu pugile, attore, scultore e cantante lirico italiano, primo pugile italiano ad aver conquistato, nel 1923, il titolo europeo dei pesi massimi, poi ritiratosi dalla boxe, nel 1927, lasciando, idealmente, il testimone a Primo Carnera, che, nel 1933, avrebbe conquistato il titolo mondiale per i pesi massimi), Il crepuscolo del pugilatore, nella quale si racconta la straordinaria vicenda umana, artistica e sportiva di questo campione della boxe, con una sottolineatura nei confronti del figlioletto, destinato a seguirlo, nei suoi auspici, nella luminosa carriera di boxeur. La scheda dedicata a Erminio Spalla ricorda analoghi passaggi di Io, suo padre, per i rapporti (analoghi) tra il papà Romolo, e il figlio Masetto. Fa notare, inoltre, Annalisa Andreoni, nel suo saggio, con puntualità di finissima ricercatrice (nonostante qualche lieve imprecisione e frequenti refusi), Io, suo padre. Romanzo sportivo: note sul romanzo d’esordio di Alba de Céspedes (in «Quaderni d’Italianistica», 44, 1, 2023), che il titolo di questo romanzo breve di Alba de Céspedes, Io, suo padre, rinvia al titolo Io, povero negro, del 1927, di un romanzo di Orio Vergani, scrittore, giornalista e, tra le altre cose, maestro di Gianni Brera, pubblicato, dapprima, a puntate, tra il 1927 e il 1928, sulla rivista «La lettura», e, poi, raccolto in volume dall’editore milanese Treves, in prima edizione nel 1928 (in seconda edizione, nel 1929, e in terza edizione, sempre da Treves, nel 1935; infine, nel 1949, presso Garzanti, uscì un’ultima edizione di questo romanzo di Orio Vergani), con larghissimo successo di pubblico (e con immediate traduzioni in molte lingue), che racconta proprio la storia di un boxeur africano, George, giunto rocambolescamente in Italia, che, dopo mille mestieri e una vita grama, riesce, con la boxe, a fare la sua scalata sociale, fino a diventare campione del mondo, per poi perdersi nuovamente, grazie ai soldi, al successo, all’alcool e alla vita sregolata (e viziosa), scappando in America, per andare incontro a una morte violenta. Anche in questo libro, specie per la seconda parte, la scrittura è scattante, con dialoghi brevi e veloci, impostati cioè cinematograficamente, quasi sceneggiatura da film (piuttosto che pagina letteraria). La storia di George ricalca la vicenda umana e sportiva vera del pugile senegalese Battling Siki, primo boxeur africano a conquistare, nel 1922, un titolo mondiale, anch’egli trasferitosi in America, a New York, e anch’egli morto tragicamente (assassinato a soli 28 anni).
Nel 1939, Alba de Céspedes venne invitata a collaborare alla sceneggiatura del film tratto dal suo romanzo breve Io, suo padre, regia di Mario Bonnard. I rapporti della de Céspedes con il cinema, sin dagli anni Trenta, sono stati continui, diversificati e sistematici (soggetti, sceneggiature, adattamenti, articoli di costume, racconti cinematografici, collaborazioni con riviste specializzate, eccetera), tracciando fertili intersezioni tra cinema, giornalismo e letteratura. Nel 1939, s’impegnò nel lavoro di adattamento cinematografico del suo romanzo (di successo) Nessuno torna indietro (per la regia di Alessandro Blasetti, 1943-’45). La sua adesione entusiasta al cinematografo nascente la portò, in quanto scrittrice di confine, a scrivere, in un suo articolo per la rivista «Film», di «cine-occhio» e di «cine-orecchio», come capacità di visione della realtà, che uno scrittore contemporaneo deve necessariamente possedere, per rappresentare e per interpretare la realtà (il suo Nel buio della notte, 1976, opera multi-centrica, corale, mette in scena ben sessanta personaggi, che guardano e che raccontano spezzoni di vita simultaneamente, lungo la notte tra il 20 e il 21 marzo del 1972, a segnare il passaggio tra l’inverno e la primavera: singolarissimo esperimento narrativo “cinematografico”, ambientato a Parigi, con la città francese che diventa un immenso palcoscenico, in cui la vera protagonista è la notte, in un gigantesco affresco malinconico, fatto di intrecci e di intersezioni caotiche e fortuite). È quello che, in sede critica, viene definito «effetto rebound» (effetto rimbalzo), secondo il quale il cinema, con il suo linguaggio e con la sua grammatica, influenza la letteratura, spingendo gli scrittori a imitare tecniche narrative visive proprie del linguaggio filmico (ma già in Ariosto, per l’intreccio multicentrico degli innumerevoli fili narrativi dell’Orlando furioso, c’è chi ha parlato, in sede critica (F. Tateo), di tecniche narrative cinematografiche, come lo «sfumato», tipico della dissolvenza cinematografica, rilevato nel passaggio, tra un’ottava e l’altra, dalle vicende di un personaggio, per esempio, Bradamante, che sfuma lentamente, a quelle di un altro, per esempio, Orlando, che s’impongono, pian piano, ma con grande forza narrativa, al lettore, obbligato a mollare il primo, e a seguire il secondo). Autentiche (e felici) ibridazioni di scritture e di grammatiche espressive. Autentici transiti, tra una scrittura e l’altra: annuncio di quella contaminazione post-moderna tra generi e linguaggi, che si sarebbe imposta qualche decennio dopo. In questo senso, allora, il primo, significativo, punto di ibridazione, di reciproca contaminazione, tra cinema e letteratura, è rappresentato proprio dal romanzo breve Io, suo padre, storia di caduta e di riscatto, nel mondo della boxe (mondo marinettiano-futurista, e fascistissimo). Prodotto di (largo) consumo popolare, e di sicura trasposizione cinematografica, come poi, in effetti, avvenne, lasciando quasi pensare che il romanzo, nelle intenzioni dell’autrice, sin dalla prima stesura (rapida, in soli tre mesi) nascesse già come una (lunga) sceneggiatura, piuttosto che come un romanzo (breve). Lei stessa, in una lettera del 1960, definiva Io, suo padre come «un breve racconto di 40 pagine che fu scritto come soggetto di film». A ben guardare, il libro di Alba de Céspedes è diviso in una «Prima parte», e in una «Seconda parte», quasi fossero, appunto, «Primo tempo», e «Secondo tempo» del film, e non è strutturato in capitoletti, ma semplicemente in «scene», individuabili a livello di contenuto, e di dinamica interna (dialoghi e ambientazioni). Allo stato attuale della ricerca, non è affatto certo che Alba de Céspedes abbia preso parte direttamente alla stesura né del soggetto, né, tantomeno, della sceneggiatura del film tratto dal suo Io, suo padre. Anzi, la de Céspedes fu sul punto di far causa al regista e al produttore, per dissensi vari, limitandosi, poi, a far scrivere «Libera versione di Mario Bonnard dal racconto di AdC», come annota con rigore e scrupolo scientifici Giulio Ciancarmela, nel suo saggio Alba de Céspedes, una scrittrice prestata al cinema? (in «Oblio», XII, 46, dicembre 2022).
Al di là della diretta partecipazione, o meno, della scrittrice alla sceneggiatura del film, resta il fatto che questo suo romanzo breve sportivo presenta indubitabilmente caratteri cinematografici:
– nella strutturazione dei dialoghi, che sono, appunto, rapidi, cinematografici
– nella esaltazione del “corpo” (visto e descritto come “in posa”)
– nella spettacolarizzazione degli incontri di boxe
Il film tratto da Io, suo padre, con la regia di Mario Bonnard, ebbe come protagonista, nei panni dell’ormai ex pugile Romolo Tonelli, impegnato ad allenare suo figlio Masetto (Massimo), l’ex pugile Erminio Spalla, che, proprio con questo film (tagliato su di lui), iniziava la sua pur lunga carriera di attore cinematografico (dopo aver vinto, nel 1923, il titolo europeo dei pesi massimi).
Sempre rinviando al saggio di Ciancarmela, per ulteriori approfondimenti, è cosa oramai appurata, a livello critico, quanto la de Céspedes avesse avuto a cuore, negli anni successivi, il rapporto tra cinema e letteratura, e quanto avesse continuato a praticare personalmente la scrittura di confine. Risale al 1954, infatti, la stesura di una sua sceneggiatura, Gli ultimi dieci minuti, in cui il tema del dialogo reso cinematograficamente venne ulteriormente approfondito e variato, rispetto a Io, suo padre. In questo caso, infatti, per il film a episodi Cento anni d’amore, del regista Lionello De Felice, Alba de Céspedes mise in scena un’ultima conversazione tra un partigiano e sua moglie. Così pure, nel 1955, in collaborazione con la sua amica Suso Cecchi d’Amico, mise mano alla sceneggiatura del film Le amiche, di Michelangelo Antonioni.
Per la de Céspedes partigiana, mi permetto di rinviare al mio recentissimo Le radici letterarie della Costituzione, ERF Edizioni, Bari 2026, con un focus particolare sul romanzo Dalla parte di lei (1949, Mondadori), capolavoro della de Céspedes.
L'autore

- Trifone Gargano è professore presso l’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento «Lo Sport nella Letteratura». Ha insegnato «Linguistica italiana» al Corso di Laurea Magistrale in «Scienze della Mediazione Linguistica», e «Didattica della lingua italiana» per l’Università degli Studi di Foggia, e «Storia della lingua italiana» in Polonia (Università di Stettino). È autore di numerose pubblicazioni e collabora con la Enciclopedia Treccani, con il quotidiano «Corriere del Mezzogiorno» («Corriere della sera»), e con diversi blog letterari. Realizza lezioni-spettacolo sui Classici della Letteratura italiana, ed è commentatore televisivo e radiofonico.
Ultimi articoli
avvenimenti19 Settembre 2026Sandro Mazzola elzevirista e poeta
avvenimenti7 Agosto 202610 agosto 1944: l’eccidio nazi-fascista di Piazzale Loreto
avvenimenti16 Giugno 2026Quando Alba de Céspedes scrisse per Mussolini
avvenimenti31 Maggio 2026d’Annunzio «costituente»?
