C’è un Mediterraneo che non coincide con le carte geografiche, con le frontiere politiche o con le distanze misurate in miglia marine. È un Mediterraneo fatto di voci, di lingue che si sfiorano, di miti che attraversano i secoli, di suoni che partono da una riva e approdano altrove trasformati. È questo il Mediterraneo evocato da Vinicio Capossela nella sua serata ateniese, quasi a dare forma musicale a quel verso di Eugenio Bennato che suona come un auspicio e una dichiarazione: “Che il Mediterraneo sia”.
Nell’ambito del festival Φ hill Sessions, il cantautore italiano si è esibito martedì 9 giugno 2026 al Teatro Dora Stratou, sulla collina di Filopappo, con il concerto “Marinai, Sirene e Rebetes”, realizzato sotto l’egida dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene. Un luogo non casuale: uno spazio sospeso tra natura e memoria, ai piedi dell’Acropoli, che porta il nome di una delle figure più importanti nella conservazione del patrimonio immateriale greco.
Dora Stratou dedicò infatti la propria vita alla salvaguardia della danza, della musica e dei costumi tradizionali ellenici, comprendendo come una cultura non sopravviva soltanto nei monumenti, ma soprattutto nei gesti, nei corpi e nelle forme vive della trasmissione. In questo senso il teatro che porta il suo nome si è rivelato lo scenario ideale per il viaggio musicale di Capossela: un attraversamento di memorie popolari, miti antichi e geografie interiori.
Fin dall’inizio della serata, il riferimento alla parola aedo ha offerto una possibile chiave di lettura dell’intero concerto. Nell’antica Grecia l’aedo non era semplicemente colui che cantava: era il custode della memoria collettiva, il mediatore tra passato e presente, tra esperienza individuale e destino comune. Capossela sembra assumere proprio questo ruolo: quello di un moderno cantore errante che raccoglie frammenti dispersi del Mediterraneo e li ricompone in una nuova narrazione.
La sua entrata in scena con la maschera del Minotauro ha rafforzato questa dimensione simbolica. Il mito cretese del labirinto diventa metafora dell’esistenza contemporanea: un luogo di smarrimento e ricerca, di incontri inattesi e continue trasformazioni. Nella poetica di Capossela il mito non appartiene a un passato immobile, ma continua a parlare al presente; la musica diventa teatro e la scena si trasforma in uno spazio rituale in cui le storie tornano a circolare.
Il dialogo con il rebetiko nasce proprio da questa visione. Capossela non guarda alla tradizione greca come a un territorio esterno da esplorare, ma come a una lingua sorella. Il rebetiko, musica degli emarginati, degli esuli, dei porti e delle notti urbane, incontra naturalmente il suo universo poetico popolato da marinai, viaggiatori, creature fantastiche e figure ai margini.
La partecipazione di Giorgos Xylouris e Dimitris Mystakidis ha reso ancora più evidente questa trama di corrispondenze. La Creta arcaica della lyra, la memoria del rebetiko e la tradizione cantautorale italiana non sono apparse come elementi separati, ma come diverse espressioni di una stessa sensibilità mediterranea: quella di popoli che hanno imparato a raccontare la perdita, il desiderio, il viaggio e il ritorno.
Tra i momenti più intensi della serata, Capossela ha ricordato l’antico legame tra Grecia e Italia attraverso un’immagine potente: un terremoto un tempo le separò e un terremoto potrebbe forse riavvicinarle. Al di là della suggestione geologica, l’immagine diventa metafora culturale. Le terre si muovono, le lingue cambiano, gli uomini migrano, ma proprio questi spostamenti generano nuove forme di appartenenza.
Il Mediterraneo evocato durante il concerto non è dunque nostalgia di un passato perduto. È piuttosto uno spazio mobile, un archivio vivente in cui ogni incontro produce nuove possibilità. Le tradizioni, quando rimangono vive, non si conservano perché restano identiche a sé stesse, ma perché continuano a trasformarsi.
Con “Marinai, Sirene e Rebetes” Vinicio Capossela ha offerto al pubblico ateniese qualcosa di più di un concerto: un racconto musicale sulle radici comuni e sulle infinite metamorfosi del mare che abitiamo. Un mare che separa solo in apparenza, perché ogni onda porta con sé un ritorno.
Il Mediterraneo di Capossela è, alla fine, proprio questo: non una distanza tra due rive, ma il luogo in cui le rive continuano a riconoscersi.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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