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“Homo edens”: questione alimentare e letteratura. Dialogo con Elisa Chiocchetti

La “questione della fame”, a partire dal secondo Ottocento, assurge a perno dell’interpretazione della modernità letteraria. Lo studio delle discrepanze tra Nord e Sud, tra città e campagna permette una ricostruzione attenta delle trasformazioni storiche, culturali e politiche dell’Italia che va avviandosi al Novecento, nella prospettiva dell’homo edens “figura moderna identificabile dalla qualità e dalla quantità del cibo che consuma”.

Ne abbiamo discusso con Elisa Chiocchetti, autrice di Geografie della fame (Interlinea, 2026), volume che unisce l’analisi letteraria e l’inchiesta sociale alla storia dell’alimentazione.

Partiamo proprio dalla questione della fame, che si delinea in maniera differente tra Otto e Novecento, considerato anche che la “coscienza identitaria in cucina” pare raggiungersi solo “negli anni cinquanta del Novecento, mentre l’Ottocento rimane un periodo di incertezza […] ancora diversificato nei suoi territori”

Che una completa coscienza identitaria in cucina nasca negli anni cinquanta del Novecento, in seguito al boom economico e alle migrazioni interne, è un assunto di Piero Camporesi. È dalle sue teorie che prende piede questa mia ricerca, che si ferma però alle soglie del Novecento, in un altro periodo fondante della nostra storia, quando cioè nasce l’Italia unita. In quegli anni non si può parlare di cucina unitaria, non ancora; sono infatti i tempi di Artusi e i tempi in cui lo Stato sente il bisogno di esplorarsi, di conoscersi nelle sue sfumature regionali e popolari e di definirsi. E il metodo migliore scovato dai governi per definirsi è stato trovato nelle numerose inchieste avviate già negli anni immediatamente precedenti al 1861 (in particolare nel “decennio di preparazione”), impegnate a valutare lo stato nutritivo degli italiani per avviare una serie di riforme che servissero a elevare qualitativamente l’Italia e a renderla uno Stato moderno al pari dei restanti paesi europei. In contemporanea, anche la letteratura persegue un identico scopo, grazie anche alla predominanza della poetica del realismo. Proprio sulla raffigurazione del reale si svolge questo studio sì tematico, ma capace di offrire riflessioni sulla veridicità della rappresentazione degli umili e della questione alimentare. La domanda a cui si è cercato di rispondere è una: in quale grado è verosimile la fame rappresentata o denunciata nei testi letterari del secolo? La verifica è stata possibile tenendo in considerazione diversi aspetti: il confronto con le inchieste, l’intento di ogni singolo autore, il grado di realismo perseguito. C’è infatti una netta differenza tra testo realista, naturalista e verista nelle modalità in cui è trattata la fame all’interno del testo e coincide con un lento traslare del dato alimentare da una funzione che ho definito qualitativa a una quantitativa. Se il cibo per la tradizione realista diventa una tipologia alimentare da abbinare a una specifica classe sociale, con il naturalismo si comporta come un nutrimento dotato di proprietà chimiche e proteiche da misurare e ponderare. Un discorso a parte, invece, merita il verismo, specie di Verga, che elabora un sistema unico per trattare la fame, senza dichiararla, ma semplicemente suggerendola in modo che l’opera d’arte “sembra essersi fatta da sé”.

Anche il divario città-campagna e Nord-Sud appare concretamente rilevante, sul piano alimentare e letterario, considerato soprattutto il concetto di neonata nazione italiana “costruito sull’immagine […] di un popolo affamato, misero, ignorante”…

Una delle principali difficoltà incontrate nella definizione di questo lavoro è stata la scelta di un criterio capace di mettere in luce questa evoluzione. Visto il periodo di riferimento si è optato di scegliere due coordinate: la differenza tra città e campagna e quella tra Nord e Sud del paese. È possibile risalire a entrambe tramite l’indice della monografia. I primi due capitoli, infatti, sono dedicati alle campagne del Lombardo-Veneto preunitarie e, dunque, al movimento della letteratura rusticale (Giulio Carcano, Caterina Percoto e Ippolito Nievo); segue Milano, la città del progresso, la capitale morale dell’Esposizione nazionale del 1881, a cui si oppone la provocatoria irriverenza degli Scapigliati e la loro ribellione concretizzatasi con la nostalgia per i pranzi in osteria e le denunce avanzate da Paolo Valera. Attraverso questi due capitoli è possibile rilevare la tensione tra Milano e il contado circostante, composta da studi, inchieste, dialoghi, in cui è la città, affollata da ristoranti e dove circola il sapere della nuova gastronomia, a imporsi sulla campagna, a indagarla, a rappresentarla e, quindi, a inventarla nelle sue questioni legate alla fame. Opposto è invece il Sud. La scelta di studiare le regioni merdionali ha infatti permesso di aprire il discorso alla questione meridionale. Il terzo capitolo è infatti dedicato alla Sicilia del verismo (Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto). Questo filo tematico permette di collocare il verismo all’interno del suo periodo storico, di cui si può ipotizzare un’influenza nella costruzione di una retorica meridionalista. Infine, dalla miseria rurale si approda, nel quarto e ultimo capitolo, a Napoli, la città del Sud, esplorata, analizzata e decorata dalla penna di Francesco Mastriani e Matilde Serao. Incrociando queste due direttrici, è stato così possibile sviscerare la questione alimentare su più fronti e in un percorso temporale coerente con il periodo unitario. Nel complesso, che sia attarverso inchieste o narrazioni, emerge l’immagine di un’Italia misera e affamata.

Tra i numerosi autori che tratti spicca Ippolito Nievo, in un paragrafo intitolato “L’educazione alla fame”, ce ne parli?

Nievo incarna perfettamente l’intellettuale ottocentesco sensibile alla questione della fame popolare. Il giovane Nievo, infatti, catturato da un certo riformismo lombardo circolante intorno alla rivista «Il Crepuscolo» di Carlo Tenca, fa il suo esordio narrativo all’interno del movimento rusticale. Pertanto, nel corso della sua formazione, ha sempre dimostrato una specifica attenzione al mondo contadinesco, in particolare agli obiettivi risorgimentali legati ai temi dell’istruzione. Basti solo ricordare che nel saggio Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale (1859) esprime la famosa sentenza «mal s’insegna l’abbicì a uno che ha fame». È chiaro che per il friulano la questione alimentare è predominante: prima ancora di istruire il popolo e di inserirlo nel Paese è necessario avviare una serie di riforme atte a migliorarne le condizioni di vita. Sebbene il suo pensiero sia in linea con le principali inchieste lombarde del tempo (Cattaneo, Jacini, Cantù, De Cristoforis), la resa narrativa, riconducibile tanto al Conte pecorajo, suo primo romanzo, quanto alle novelle, che sarebbero dovute confluire nel progetto inconcluso del Novelliere campagnuolo, non si dimostra pertinente alla portata progressista del suo pensiero. Al pari degli altri rusticali, infatti, come Carcano e Percoto, Nievo, nel rappresentare il mondo campestre, scade, suo malgrado, nell’idillio, non riuscendo a rendere con la dovuta efficacia la gravità della questione. In tal senso, è possibile con lui verificare come il movimento rusticale sia un sistema di educazione di lettori estranei a quel mondo, cittadini, spesso borghesi e ignari delle reali condizioni sociali delle campagne. Per questo si può parlare di “educazione alla fame”, per intendere un sistema narratologico e retorico volto a istruire i lettori sul reale, pur scadendo nel rischio della sua stessa manipolazione.

E per quanto concerne la corrente verista?

Per quanto riguarda la corrente verista il discorso è stato più complesso. In coerenza con il periodo storico trattato ho cercato di verificare se ci fosse una coincidenza tra la raffigurazione della fame nei testi veristi di Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto e la questione meridionale sorta in seguito all’Unità. Non è stata quindi una sorpresa scoprire che ne riflette lo stesso Capuana in un saggio meno conosciuto della sua produzione, quale La Sicilia e il brigantaggio (Perelli, Roma 1892, poi Giannotta, Catania 1898), in cui propone una breve riflessione sulla differente rappresentazione del popolo sofferente di fame delle campagne meridionali rispetto a quelle settentrionali. Capuana, in particolare, sottolinea che i contadini del Nord soffrono di più rispetto a quelli del Sud perché non solo mangiano meno, ma mangiano anche un cibo di qualità inferiore, il che provoca loro la pellagra. Partendo da questo spunto e soffermandomi a leggere le inchieste, governative e non, condotte sulla Sicilia postunitaria – da Franchetti e Sonnino a Raseri –, ho indagato le variegate costruzioni retoriche gravate sull’isola, differenti a seconda dello strumento investigativo utilizzato. Di volta in volta la fame e i cibi raffigurati cambiano a seconda che sia un’inchiesta o una relazione o, nel caso del verismo, un testo narrativo a rifletterci. Da qui ha preso le mosse la mia analisi sulle principali opere veriste (l’intera bibliografia verghiana; Le paesane di Capuana insieme al Marchese di Roccaverdina; le raccolte La sorte e Processi verbali e i romanzi I Vicerè e L’imperio di De Roberto), che si è concentrata sull’indagare se e in che modo anche gli autori siciliani abbiano concorso a trasmettere un’immagine corrotta della loro isola, come di “affamata”. La risposta è trovata nell’ipotesi di un sistema alimentare verista, ovvero una specie di codice narrativo inventato da Verga e riprodotto da Capuana e De Roberto che ha marcato una visione economica di cibo inteso come roba capace di consegnare ai lettori del tempo l’immagine di un’isola feroce e misera.

Infine, la Napoli “plebea” di Mastriani e Serao, con la sua specifica “frontiera temporale”, pre e post-risorgimentale …

Per quanto riguarda Napoli non si può parlare di “frontiera geografica”, come quella che divide Milano dal suo contado, ma di “frontiera temporale”, ovvero di una spaccatura che si insinua nella storia della città tra un prima e un dopo l’Unità. Prima del 1861, infatti, Napoli è la città del Grand tour, osservata e adorata da viaggiatori europei che dedicano un lieve interesse alla sua questione alimentare, la quale, invece, diventa il tema fondante della letteratura napoletana postunitaria. La motivazione di questo cambio di prospettiva risiede proprio nell’intervento dello Stato appena nato, che si impegna a comprendere il grado di miseria e di povertà dei suoi territori attraverso alcune inchieste, come La Sicilia nel 1876 di Franchetti e Sonnino, di certo la più nota. Quel lavoro dei due toscani, tuttavia, prese ispirazione dalle Lettere meridionali di Pasquale Villari, che si fece promotore di una serie di studi volti a indagare e denunciare lo stato nutritivo degli italiani e, in particolare, di Napoli. Nella città approdano prima Jessie White Mario, che scriverà La miseria in Napoli, e poi Renato Fucini con il suo Napoli a occhio nudo. Ancora una volta la prospettiva e il genere testuale di riferimento (inchiesta o reportage) fanno sì che la trattazione della questione muti a seconda dell’intento e dell’obiettivo dell’autore. Come processo di verifica si può quindi prendere come riferimento l’inchiesta Sull’alimentazione del popolo minuto a Napoli di Achille Spatuzzi e Luigi Somma, capace di mostrarci una Napoli plebea, sofferente, affamata, ma che non abbandona mai il gusto per il pittoresco nella narrazione dei cibi e che ha concorso, a modo suo, a diffondere anche la nomea di «mangiamaccheroni». Di Napoli emergono così due narrazioni: l’affamata, da un lato, e la pittoresca, dall’altro, approfondite tramite testi divulgativi per i viaggiatori del tempo e poi ritrovata anche negli scritti dei due più importanti autori ottocenteschi della città, vale a dire Francesco Mastriani e Matilde Serao. Entrambi hanno concorso a trasmettere di Napoli il ritratto di una città sì che soffre la fame, ma che è anche ricca di una tradizione culinaria varia e senza tempo. Lo dimostrano tanto gli articoli “gastronomici” di Mastriani, quanto l’impiego da parte dell’autore della stessa inchiesta di Spatuzzi e Somma, come anche i quadri alimentari della scrittrice nel Ventre di Napoli e nel Paese di Cuccagna. In filigrana si avverta la tensione respirata dalla città nei confronti del nuovo Stato unitario.

teresa.agovino@unimercatorum.it

 

L'autore

Teresa Agovino
Teresa Agovino (1987) ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2016 presso l'Università 'Orientale' di Napoli con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Insegna Letteratura italiana presso l'Università Mercatorum (Roma) e Metodologie di scritture digitali presso l’Università Europea di Roma. Si occupa di ricerca su Alessandro Manzoni, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri, autori sui quali ha pubblicato numerosi articoli in rivista e atti di convegno. Ha pubblicato i volumi: Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento e Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, Avellino 2017 e 2020); I conti col Manzoni e «Sotto gli occhi benevoli dello Stato». La banda della Magliana da Romanzo criminale a Suburra (La scuola di Pitagora, Napoli, 2019 e 2024);“Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo”: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando editore, 2023). Ha vinto il premio 2023 dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Classe di Lettere, con il saggio Da Manfredi all’innominato. Suggestioni dantesche in Manzoni.