Alessandro Manzoni è stato, è storia nota, il precursore di infinite discipline e correnti di pensiero contemporanee. Al di là del pensiero religioso, stilistico, linguistico – tra i più noti anche ai meno addetti ai lavori – anche gli studi sul tema “diritto e letteratura” prendono sovente avvio dalle sue pagine (specie da quelle della Colonna infame). Proprio in merito alla mentalità criminale, poi, già in epoca lombrosiana dilagavano teorie – più o meno fantasiose – che partivano da don Rodrigo, giungevano fino alla monaca di Monza e che, oltre a descrivere presunte psicopatologie innate, spesso anche tragicomicamente fondevano e confondevano realtà e finzione. Il sogno di don Rodrigo è, inoltre, spesso utilizzato anche in materia di studi psicologici come esempio di manifestazione delle paure inconsce che riaffiorano in un momento onirico.

Di più, già Luigi Pirandello nel forse poco noto saggio Il “dopo Manzoni”, si chiedeva «Che cosa andavano a cercar lontano i nostri scrittori, che non potessero trovare nel Manzoni?», alludendo al fatto che la vera innovazione, qui intesa in campo letterario, s’intende, del lombardo, potesse riscontrarsi più nel fatto che “dopo” di lui non ci fosse stato nulla di davvero nuovo, che nell’aver generato qualcosa di inesistente in sé nel suo tempo: «l’unica novità da tentare dopo il Manzoni» dice ancora Pirandello «era di trovare soltanto una forma bella e originale quanto la sua».
Ciò che, finora, però non mi sembra sia mai stato accostato al mondo manzoniano è quanto concerne l’ambito della criminologia; non quella lombrosiana, scomposta e disarticolata, ovviamente, ma quella reale, concreta, quella disciplina di area giuridica che oggi si studia teoricamente e praticamente nelle università. Già Francia e Verde (in Criminologia: riflessioni sull’oggetto) affermavano che «la criminologia può trovare il suo oggetto nello studio del male» e, se accettiamo una volta per tutte che il problema centrale del Manzoni pensatore fosse proprio un ragionamento sul Male (con la maiuscola), già tanto dovrebbe bastare a indicarci che le due linee di indagine convergono tangibilmente.

Ho tentato dunque, a mo’ di esperimento, di incrociare un manuale di criminologia (Isabella Merzagora, Introduzione alla criminologia, Cortina Editore, 2023) con il romanzo manzoniano e ciò che ne è scaturito mi pare davvero interessante e degno di nota.
Specifico innanzitutto che – quand’anche non ci si aspetterebbe di trovarne traccia, data la materia oggetto del volume – Manzoni viene anche menzionato da Merzagora in più di un’occasione, come ad esempio nel capitolo dedicato a Criminologia e pandemia, sul quale non mi soffermerò; ma ciò che più mi pare importante, da un punto di vista strettamente letterario, s’intenda, è un confronto tra il pensiero manzoniano e quello teorico criminologico, laddove il Nostro non compare in maniera diretta, ovvero dove la riflessione manzoniana sul Male sembra anticipare le moderne teorie scientifiche.
Parto dal capitolo IX del manuale, che affronta il problema del libero arbitrio e della responsabilità, in cui l’autrice scrive: «Davanti alle persone che hanno commesso dei delitti e alle loro storie, un’esperienza frequente e piuttosto estenuante per il criminologo e per lo psicopatologo forense è quella di chiedersi: “Ma io, in quelle circostanze, avrei saputo agire diversamente?” […] Ma persino se effettivamente “in quelle condizioni non si poteva che fare così”, quasi sempre si intravedono scelte pregresse che potevano essere diverse, che poi hanno ridotto gli spazi di libertà successivi». Ciò coincide, mutatis mutandis, con il problema tutto manzoniano del sapersi autogestire, dell’acquisire la saggezza necessaria per il giusto agire, della capacità di individuare la strada per la Giustizia e di mettersi nei panni dell’altro, comprendendone anche le esperienze di vita pregresse. Manzoni per primo, nei suoi scritti, sembra chiedersi come egli stesso avrebbe agito, in base al proprio background e alle proprie esperienze e competenze, senza con ciò mai dimenticare le altrui: e così, se ci fa notare che i giudici della Colonna infame – uomini reali, storicamente documentati – avrebbero potuto, nella condanna a Piazza e Mora, «tornare indietro, fin ch’erano a tempo»; all’innominato – personaggio da romanzo, in tutto dipendente dalle scelte del suo autore – concede una tale opportunità, con la liberazione di Lucia e la successiva conversione. Ma Manzoni va anche oltre e racconta, ancora nella Colonna, di Migliavacca, modesto foresario, poverissimo a livello socioculturale, figlio di un ambiente socialmente degradato che pure riesce ad agire correttamente non denunciando altri innocenti come lui. È evidente come già egli guardasse alle differenze socioculturali tra i giudici e il Migliavacca e a come queste non abbiano impattato sulla possibilità del giusto agire, in un caso o nell’altro. Afferma Pierntonio Frare: «Lo scrittore definisce una tale conclusione “consolante”: si può essere costretti a subire l’ingiustizia, non si può essere costretti a commetterla».
Quanto al problema della responsabilità di fronte alle scelte criminose, Manzoni è molto chiaro quando afferma che «i provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi», sentenza lapidaria, della quale già Frare notava l’intuitiva sostituibilità di “rei” con “responsabili”. Sebbene Manzoni non parli mai direttamente di responsabilità nel romanzo, è evidente come tutti i suoi personaggi ne siano costantemente assoggettati: lo è il padre Cristoforo nell’assumersi quella dell’omicidio commesso trent’anni prima; lo è la Monaca di Monza nell’evitarla costantemente, cedendo il proprio libero arbitrio alle imposizioni degli uomini che la governano (il padre prima, Egidio poi) e delegando loro la colpabilità delle proprie azioni; lo stesso don Rodrigo, nel cercare di commettere il male per il male, finisce per non saperlo nemmeno gestire e doverne delegare la massima parte al Conte zio e all’innominato poiché non sa assumersi la responsabilità di andare fino in fondo (o, come vorrebbe la logica “tornare indietro”). Nonostante ciò o, meglio, proprio in virtù di questo, nel mondo manzoniano, tutti godono sempre della possibilità di adoperare il libero arbitrio e tutti sono a loro volta responsabili di ciò a cui questa possibilità li conduce e, d’altra parte, ancora Merzagora, nota come «il problema della libertà ovvero della necessità dell’agire umano, del libero arbitrio o del determinismo attraversa tutta la storia della filosofia […] fin dall’antica Grecia […]. In criminologia è difficile ignorare questo problema per ragioni facilmente intuibili».
Tornando al padre Cristoforo, spostiamoci al capitolo XIV del manuale di Merzagora, per leggere come: «La giustizia riparativa – di cui la mediazione reo/vittima costituisce il più conosciuto strumento operativo – è un modello di giustizia contraddistinto dal prendersi cura delle conseguenze negative prodotte da un fatto di reato (Ceretti-Brunelli) […]. La mediazione consiste nell’incontro, volontario, fra reo e vittima con l’aiuto di un mediatore inteso a sollecitare nel reo una consapevolezza e un’assunzione di responsabilità verso la vittima, alla quale viene così restituito un ruolo attivo». Qui non c’è molto da aggiungere, il testo rinvia da solo al capitolo IV dei Promessi sposi e all’incontro tra Lodovico e il fratello dell’ucciso, alla presenza dell’intera famiglia. Quanto all’identità del mediatore nella scena manzoniana (sebbene compaia in prima battuta il padre guardiano del convento a intercedere perché l’incontro abbia luogo), più che un “chi” suppongo ci sia da guardare a un “cosa”, ovvero al saio che veste Cristoforo, inteso non nel suo valore oggettivo quanto in quello simbolico, atto a presupporre la «consapevolezza e l’assunzione di responsabilità verso la vittima» in Lodovico.
Proseguendo nella lettura del manuale di Merzagora, anzi, per meglio dire, tornando indietro di un capitolo, si trova la definizione di “altrismo”, così ben spiegata: «L’altrismo distingue tra “noi” e “loro”, con la convinzione che loro siano inferiori. Un fattore psicologico che rende possibile l’incrudelire è stato descritto come la “riduzione animalesca dell’avversario”» – e qui mi permetto una digressione e mi fermo un momento a riflettere sulle numerosissime pagine in cui Primo Levi constata come le radici della crudeltà nel Lager derivino proprio da una tale predisposizione di pensiero ma non vado oltre, evitando anche gli imprescindibili avvenimenti tristemente troppo attuali, per tornare a Manzoni, anzi a Merzagora – «o definito controantropormorfismo. Si tratta della tendenza a negare le qualità più prettamente umane alle proprie vittime per aggirare quella forza inibente l’aggressività che è costituita dall’identificazione. Il controantropomorfismo si pratica ogniqualvolta si paragonano taluni uomini ad animali». A questo punto, anche il lettore manzoniano meno esperto avrà pensato al capitolo XI, a un don Rodrigo in attesa del suo “branco di segugi” al ritorno da una missione fallimentare, che “si va rassicurando col pensiero delle precauzioni prese” e “se ne ride”: «E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno».
«Il controantropomorfismo» spiega ancora Merzagora «e la deumanizzazione sono l’ennesima tecnica di neutralizzazione o di disimpegno morale, una strategia messa in atto per svincolarsi dagli standard morali acquisiti durante il processo socializzativo, che consente di mettere a tacere gli imperativi etici e di sganciare il soggetto dalla responsabilità [e di nuovo si torna a quel “rei” già visto in precedenza, N.d.A.] per l’azione». Ora, è bene, credo, a questo punto, rammentare l’ovvio e cioè che se don Rodrigo avesse catturato Lucia l’avrebbe stuprata, riducendola di fatto a un pezzo di carne disumanizzato; dettaglio tanto evidente che Manzoni non ha nemmeno bisogno di specificarlo – lo sa Lucia quando arrossisce nel raccontare della scommessa ascoltata; lo sanno Renzo e il padre Cristoforo quando si infuriano, in due diversi momenti a distanza l’uno, in presenza l’altro, con Rodrigo; lo sa Attilio, che con lui scommette e lo sa benissimo anche don Abbondio, quando si dice disposto sempre all’obbedienza – curioso che il lettore spesso non se n’avveda.
E, a proposito di don Abbondio, solo una pagina prima della lucida spiegazione dell’altrismo, leggiamo di quella che si chiama, in criminologia “coscienza sostitutiva”, che Merzagora illustra in relazione ai fatti di Norimberga (di nuovo i Lager), ma che ragionando, come stiamo facendo, su “base Manzoni” non può che condurci al pavido curato. Così nel manuale: «Siamo al cospetto di una coscienza sostitutiva […] una sindrome autoritaria, cioè un insieme di tratti caratterizzati da un atteggiamento remissivo nei confronti delle persone potenti e nel contempo prepotente verso chi era reputato più debole». Mi sto dilungando molto e ancora qualcosa ho da aggiungere, quindi non mi soffermerò sull’episodio della collana di Tecla che, insieme all’accondiscendenza verso i bravi nell’evitare il matrimonio tra Renzo e Lucia mostra chiaramente quanto don Abbondio corrisponda esattamente a questa tipologia psico-criminologica.
Ma nel manuale ce n’è anche per i personaggi secondari del romanzo: veniamo al protofisico Lodovico Settala: «Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata». Abbiamo dunque un medico di solida esperienza e fama – «allora poco men che ottuagenario» – votato a salvare migliaia di vite dalla peste in arrivo, che pure in passato aveva partecipato alla tortura e messa a morte di una presunta strega (ne parlerà poi, in dettaglio, Leonardo Sciascia ne La strega e il capitano). Ci dice la criminologia attuale (che come esempio guarda ai medici del Lager) che: «Vi sono state in passato vere e proprie perversioni dello statuto medico che suggeriscono una domanda: perché uomini la cui professione consiste nell’alleviare le sofferenze e salvare le vite si sono invece votati infliggere dolore e morte? […] si tratta del far convivere valori positivi, persino nobili e gloriosi, con le peggiori crudeltà. Ma lo sdoppiamento non basta: si deve proporre un’ideologia molto forte per sostituire l’imperativo “Non uccidere”, con l’idea secondo cui uccidere determinate persone, non importa quante, è lecito, anzi doveroso». E Manzoni? Lo aveva intuito? A giudicare da ciò che dice sul Settala, negarlo è ben difficile: «una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover’uomo partecipava de’ pregiudizi più comuni e più funesti de’ suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere». L’ideologia comune del tempo prevedeva un caccia feroce alle streghe, un dover credere che esistessero e ordissero malefici e che, dunque, andassero brutalmente eliminate. E Settala, Manzoni lo specifica molto chiaramente, è figlio di questa ideologia che, come abbiamo detto, porta a un ragionamento: «secondo cui uccidere determinate persone, non importa quante, è lecito, anzi doveroso».
Ancora molto ci sarebbe da dire e tante pagine manzoniane e criminologiche da analizzare, ma per il momento è bene fermarsi qui per una riflessione tanto banale quanto spesso ingiustamente seppellita nelle coscienze degli italiani (specie in quelli più giovani che Manzoni sono costretti a studiarlo a scuola e, in virtù di ciò, sovente lo disprezzano), ovvero che bene sarebbe svincolare la coscienza collettiva dall’idea di un Manzoni bigotto e arrovellato unicamente in questioni religiose e teologiche e orientarla (come già da tempo, gli addetti ai lavori tentano di fare) verso il grande studioso del Male universale che sempre è stato, il che ci permetterebbe davvero di capire a fondo, una buona volta, non solo Manzoni ma anche e soprattutto noi stessi, come società, come nazione e come “uomini delle passioni”.
Certamente, più in piccolo, in una battuta e fuor d’utopia, si potrebbe già argomentare che, al fine di poter dimostrare elevate prestazioni professionali in entrambi i campi, si rende a questo punto necessario a un buon manzonista leggere di criminologia e a un buon criminologo … leggere Manzoni!
teresa.agovino@unimercatorum.it
L'autore
- Teresa Agovino (1987) ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2016 presso l'Università 'Orientale' di Napoli con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Insegna Letteratura italiana presso l'Università Mercatorum (Roma) e Metodologie di scritture digitali presso l’Università Europea di Roma. Si occupa di ricerca su Alessandro Manzoni, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri, autori sui quali ha pubblicato numerosi articoli in rivista e atti di convegno. Ha pubblicato i volumi: Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento e Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, Avellino 2017 e 2020); I conti col Manzoni e «Sotto gli occhi benevoli dello Stato». La banda della Magliana da Romanzo criminale a Suburra (La scuola di Pitagora, Napoli, 2019 e 2024);“Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo”: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando editore, 2023). Ha vinto il premio 2023 dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Classe di Lettere, con il saggio Da Manfredi all’innominato. Suggestioni dantesche in Manzoni.
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