Il gruppo di lettura dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene dedica la lettura del mese di ottobre a Goliarda Sapienza e al suo libro più intenso, L’università di Rebibbia. In attesa dell’incontro, condivido con i lettori di Insula Europea, alcune mie riflessioni sulla potenza civile e poetica di un testo che si interroga sulla libertà, la verità e la natura umana.
Nato nella primavera del 2025, il gruppo di lettura dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene è diventato un appuntamento mensile di confronto e di scoperta condivisa.
A ogni incontro, lettrici e lettori italiani e greci si ritrovano per dialogare attorno a un libro della narrativa italiana, contemporanea o del Novecento, o greca tradotta in italiano, esplorando non solo i testi, ma anche le questioni che essi sollevano.
Il libro scelto per il mese di ottobre è L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, un testo che non lascia indifferenti e che, ancora oggi, risuona con una forza sorprendente.
Una voce fuori dal coro
Pubblicato nel 1983, L’università di Rebibbia nasce da un’esperienza reale: i mesi che Goliarda Sapienza trascorse nel carcere femminile di Roma nel 1980, dopo una breve condanna per furto.
Da un episodio biografico che avrebbe potuto restare confinato nella cronaca personale, l’autrice ricava un racconto di straordinaria intensità: una meditazione sul valore della libertà, sulla verità e sulle maschere sociali.
La prigione, nel suo sguardo, non è il contrario della libertà, ma il suo specchio.
A Rebibbia, Sapienza scopre un’umanità nuda, priva di finzioni, dove la solidarietà e la verità diventano forme di resistenza morale.
In un passaggio cruciale del libro scrive:
“Qui le categorie del valore di ognuno vengono alla luce con una chiarezza assoluta, e non c’è modo di nascondere ad altri, né tanto meno a noi stessi, la nostra natura. Questo mi chiarisce finalmente il vero perché del terrore che tutti abbiamo della galera: ereditariamente sappiamo che là dentro non ci sarà più possibile tenere in piedi la costruzione ideale che noi stessi, aiutati dalla cultura, i soldi, le buone maniere, diligentemente ci siamo costruiti fuori. Ritorna qui a vigere suprema la selezione naturale.”
Sapienza disarticola la falsa morale del mondo “libero” e mette a nudo la paura più profonda: quella di perdere le sovrastrutture che ci definiscono.
Il carcere diventa così una “università” in cui si impara la verità sull’essere umano, una verità che la società, con i suoi codici e le sue ipocrisie, tende a nascondere.
La libertà come conoscenza
In tutto il libro, la libertà non appare come una condizione esterna, ma come un processo interiore.
Sapienza la descrive come un cammino che passa attraverso la consapevolezza, la perdita e l’incontro con l’altro.
La sua prosa, tesa e luminosa, rifiuta ogni autocommiserazione: è una lingua che ferisce e cura, una lingua di verità.
Ne emerge una visione laica e umanista dell’esistenza: la libertà non è assenza di limiti, ma capacità di riconoscersi anche dentro di essi.
Nel carcere, Goliarda incontra donne segnate da vite difficili, ma animate da un coraggio e da una sincerità che il mondo esterno raramente tollera.
Da queste relazioni nasce una riflessione universale sul valore della solidarietà, sul corpo sociale e sul potere delle donne di ricostruire senso anche nel disfacimento.
Il coraggio della verità
Goliarda Sapienza non si rifugia mai nella retorica della vittima.
Attraverso la sua scrittura, restituisce dignità e complessità a chi vive ai margini, e interroga la nostra idea di giustizia.
Il suo sguardo è implacabile, ma non privo di pietà: è lo sguardo di chi sa che la verità, una volta rivelata, non può essere ignorata.
La “lezione” di Rebibbia è dunque duplice: non solo la scoperta che la libertà può sopravvivere anche tra le mura di una prigione, ma soprattutto che la società “libera” è spesso prigioniera dei propri meccanismi di ipocrisia e paura.
In questo senso, il libro è un atto politico e poetico insieme — un invito a riconoscere nell’altro la parte più autentica di noi stessi.
Una scrittrice necessaria
Nata a Catania nel 1924 da una famiglia socialista e antifascista, Goliarda Sapienza fu attrice di teatro e di cinema, allieva dell’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e compagna del regista Citto Maselli.
Cresciuta in un ambiente libero e anticonformista, attraversò il Novecento come una figura irriducibile, ostinatamente fedele a sé stessa.
Dopo gli esordi come attrice, si dedicò alla scrittura pubblicando Lettera aperta (1967) e Il filo di mezzogiorno (1969).
Solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1996, la critica e il pubblico hanno riconosciuto in lei una delle voci più radicali della letteratura italiana, grazie soprattutto al romanzo L’arte della gioia, pubblicato postumo nel 1998 e oggi tradotto in numerose lingue.
La sua opera, oggi, parla con urgenza nuova: ci chiede di abbandonare le illusioni del conformismo e di accettare la complessità del reale.
In un tempo che tende a semplificare, Sapienza ci ricorda che la libertà non è mai comoda, e che la conoscenza di sé è un atto di coraggio.
In attesa del nostro incontro
Il gruppo di lettura dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene si riunirà a fine ottobre per discutere insieme L’università di Rebibbia, interrogandoci sulla sua attualità e sul suo linguaggio, la sua capacità di restituirci — attraverso la prigionia — una visione più nitida della libertà.
Ogni lettura condivisa è un modo per riappropriarsi del tempo lento della riflessione, e per ritrovare nella parola scritta una forma di ascolto reciproco.
Con Goliarda Sapienza, questo ascolto si fa esperienza profonda: un invito a guardare oltre i muri, visibili o invisibili, che ci separano dagli altri — e, a volte, da noi stessi.
L'autore
- Giorgia Karvunaki è nata in Grecia, a Creta, a Canea. Ha studiato in Italia Lingua e cultura italiana per stranieri, Scienze Politiche - Indirizzo Internazionale, Insegnamento dell'italiano come LS, Sceneggiatura e in Grecia Traduzione - Traduttologia. È membro associato e National Convener per la Grecia dal 2007 della Commissione internazionale per la storia delle istituzioni rappresentative e parlamentari (ICHRPI), Rappresentante accreditata del Nosside, Premio Internazionale di Poesia (Unesco) e Membro dell'International Theatre Institute (ITI). Vive ad Atene dove lavora come insegnate, traduttrice, promotrice culturale e ricercatrice storica. Le sue traduzioni, le sue interviste e i suoi articoli, sono stati pubblicati in riviste cartacee ed elettroniche in Grecia, in Italia e in Romania. Le sue traduzioni di opere teatrali sono state messe in scena in Grecia e in Italia. Nel 2018 è stata premiata dall'Istituto Italiano di cultura di Atene con il ‘Premio Luigi Pirandello’.
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