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I due punti fondamentali

L’immagine di copertina è di Enrico Pulsoni

È prassi comune che per stabilire un qualsivoglia percorso è necessario un orientamento: la partenza e l’arrivo: questo vale per una gara sportiva, per un viaggio e così via.

Per quanto attiene al percorso più importante esistono questi due punti: la nascita e la morte.

Il primo è generalmente casuale e determinato dalla casualità dei grandi numeri, il secondo è predeterminato e la distanza dal primo è determinata da piccole variazioni di probabilità.

Ora per l’inizio del percorso individuale l’individuo non supporta nessun onere: parte lo fa la natura con attributi specifici: molto poco lo fa il portatore di seme maschile, molto dipende dal seme femminile e parte del percorso è protetto nutrito e gestito dalla mamma.

Per raggiungere e ottenere al meglio l’arrivo al secondo punto l’onere è tutto a carico del viandante.

Recentemente ho avuto una diagnosi che nel comune sentire sarebbe una brutta notizia e un caro amico mi ha chiesto se avessi paura di morire, prontamente ho risposto che no. Riflettendo mi sono chiesto perché me lo avesse domandato visto che la morte è il secondo punto cruciale dell’esistenza di qualunque vita di qualunque individuo, e consciamente o inconsciamente tutti lo sappiamo, anche attraverso la paura di morire. Gli umani hanno coscienza che è un fatto inevitabile perché la natura la usa per rinnovarsi ed evolvere. E comunque ci sono riusciti tutti. E una antica e sempre attuale legge di natura è “Sempre nulla si crea e nulla si distrugge”. Infatti, dopo la morte di ogni individuo si dice che è scomparso (questa sarebbe la bandiera ideologica di chi ha paura di morire). Invece si dovrebbe dire che è in via di trasformazione: in polvere, in concime, in carburante, in legna per il fuoco etc.

Perché allora esiste questo sentimento?

Intanto non è universale, e, secondo me, chi lo ha, confonde la paura di morire con la paura di vivere. E si esprime con rappresentazioni diverse:

  • C’è chi pensa che grazie a procedure varie si possa sconfiggere;
  • Una nascosta paura della sofferenza;
  • non arrecare dispiacere ad amici e parenti!…
  • chi è colpito da una grave malattia.

E altre ancora. Ma il fatto principale risiede nell’auto disprezzo che nasce da sentimenti di vanagloria e onnipotenza sproporzionati alle reali capacità o doni naturali. Non avendoli raggiunti (ovviamente per colpa degli altri o del destino infame), si autoassolvono di fatto. La lotta per la realizzazione di sé stessi è molto lunga e molto impegnativa: sarebbe un obbligo morale esprimere al meglio le proprie capacità ma non quelle immaginarie. E chi lotta per l’autorealizzazione rispetta leggi morali quali l’onestà e il rispetto degli altri. All’opposto chi si autodisprezza ricorre a scorciatoie o facilitazioni a trascura certi principi. Si ha paura a morire perché in queste condizioni si spera in qualche miracolo che resetti la sua reale condizione attuale.

Concludendo: la paura inconscia di morire oscura la paura di vivere realmente.

L'autore

Romeo Pulsoni
Romeo Pulsoni (campomonticchio@gmail.com) è medico, esperto di fisica delle particelle, contadino, psicanalista, coofondatore nel 1988 con Giovanni Bollea di “ALVI” (Alberi per i vivi), e già docente a contratto dell’Università dell’Aquila. Nel 2009 è stato responsabile sanitario dei territori identificati come COM 1 (L’Aquila Città) e COM 4 (area tra Pianola e Celano) per l’emergenza sisma. Questa funzione, svolta per l’intero periodo emergenziale, comprendeva la gestione della Sanità pubblica, dell’Igiene pubblico e ambientale, dell’organizzazione dell’assistenza, della vigilanza e controllo delle attività commerciali e produttive. Per tale impegno è stato insignito della Medaglia d’argento per la Sanità pubblica dal Presidente della Repubblica.