In copertina PresepeFiore di Enrico Pulsoni
Due visioni opposte del lavoro. Nella prima due citazioni:
La prima: “In principio Dio creò il cielo e la terra…Allora Dio nel settimo giorno portò a termine ciò che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro…Benedisse il settimo giorno e lo consacrò… ”maledetto sia il suolo per causa tua. Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita… spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre… con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché non tornerai alla terra” (La Bibbia).
La seconda: “La grande maggioranza degli uomini lavora solo se spinta dalla necessità e da questa naturale avversione degli uomini per il lavoro scaturiscono problemi sociali spinosissimi. Non ci si rivolge ad esso come ad altre possibilità di soddisfacimento” (S. Freud).
Per la seconda visione una poesia:
L’UOMO E IL LAVORO
È equilibrato l’uomo che lavora
Questo lo fa dall’epoche più antiche
E nei tempi moderni lo fa ancora
Ma molto alleggerite le fatiche.
Lavorando l’uomo s’avvalora
Sia nel corpo che nella psiche
E inaridisce sol miseramente
Chi su ‘sta terra non deve fare niente!
(Berardino Perilli pastore poeta a braccio transumante di Campotosto)
Queste citazioni sono il riassunto del pensiero comune e non comune rispetto al lavoro ma nascondono la parte interiore del rapporto con esso.
Occorre, però, fare qualche altro tipo di considerazioni preliminari. Ho avuto modo in varie conferenze di rappresentare quali siano i bisogni necessari per la sopravvivenza:
– l’aria
– la luce
– il cibo.
I primi due sono a disposizione e in modo gratuito. Il terzo elemento non è sempre gratuito ed in ogni caso bisogna procurarselo; in genere questo avviene con un movimento o un suo succedaneo E CONSISTE NEL LAVORO. Occorrerebbe ancora considerare che la sopravvivenza comprende anche la capacità di scappare, difendersi, nascondersi. Gli esseri viventi hanno modalità diverse e specie specifiche, compreso il modo di accumularle.
Ad esempio, l’orso usa accumulare l’alimento nel grasso bruno onde sfruttarlo nel periodo di non disposizione. Lo riutilizza col minimo consumo energetico, infatti va in letargo e così molti altri. Altri esseri migrano da una latitudine ad un’altra verso la disponibilità di risorse. Alcuni, ma non molti, hanno piccoli magazzini-tane ove depositano nocciole o castagne per l’inverno, altre lo trasformano per capacità di stoccaggio e facilitazione per il consumo (le api che fanno il miele). Altri non accumulano affatto perché vivono in ambiente costante (i pesci).
Le piante riducono il consumo e mettono in pausa la crescita: perdono le foglie, che marcendo permettono di riassorbire la loro energia attraverso le radici, e durante la pausa fortificano l’apparato radicale altre, più sofisticate, usano le riserve accumulate nel tronco e non perdono le foglie (l’ulivo si fa i bossoli). Altra faccenda interessante riguarda i virus: ad esempio il virus influenza si riproduce quando il clima è freddo etc.
Non esiste, tuttavia, nessun altro essere vivente che aspiri a sopravvivere nella ipotesi di non muoversi, neanche ha inventato la pensione, pertanto, il rapporto con il lavoro degli umani merita una qualche considerazione.
Abbiamo creato, o hanno creato, la possibilità che anziché camminare verso il cibo, facciamo camminare il cibo verso noi!
Invito chi leggerà questi appunti a darsi da solo il giudizio su questa mossa. A tal proposito devo ancora fare una citazione ove il seguito di questo concetto sarà illustrativo del dialogo riportato:
Incontrai un uomo che tornava a casa dal suo lavoro, e gli chiesi come andasse.
Molto male- replicò.
Gliene domandai il motivo, ed egli rispose:
I brutti tempi!
Macché brutti tempi! Non c’è mai stata un’estate più bella, un più bel raccolto, e non c’è una cupola di grano in ogni aia?
Oh, per questo,
L O R O, rendono brutto tutto ciò per la povera gente!….
(Colummella: L’arte della agricoltura):
Ogni essere vivente che si muove per procurarsi il cibo e difendersi non fa nessun ragionamento, lo fa in modo pulsionale generato dalla fame e, almeno appare come spontaneo, ma quanto l’uomo “che ragiona” dovrebbe solo limitarsi alle tecniche, come dice Perilli, o ai trucchetti per risparmiare la fatica? Il lavoro delle piante è apparentemente semplice e ripetitivo, la varietà e la bellezza dei fiori e dei frutti è tutta ereditata dalla specie, quella degli animali anche con piccole variazioni al momento particolare e riguardano soprattutto la quarta necessità (la difesa).
Ma l’umanità? Un uomo può definirsi tale, il suo cammino può dirsi concluso quando avrà acquisito la capacità di: AMARE e LAVORARE.
Come queste cose distinguono l’uomo dagli altri esseri?
Il lavoro umano può anche essere “professione” e l’attività professionale procura una soddisfazione particolare se è un’attività liberamente scelta, tale cioè da rendere utilizzabili, per mezzo della sublimazione, inclinazioni preesistenti, moti pulsionali già propri cui per costituzione l’individuo è vigorosamente predisposto. Ciò dovrebbe renderleci “felici”. Eppure, il lavoro come CAMMINO verso la felicità è poco stimato dagli uomini (si veda il passo di Freud citato all’inizio).
Dobbiamo, oggi, certo aggiungere che un’altra causa importante della problematica psichica legata al lavoro è il come esso è strutturato e organizzato. Ma non dovremmo mai dimenticare che, se pure facciamo la tara degli influssi negativi esterni, una buona dose di infelicità riguardo al lavoro è legata alla nostra nevrosi…. è una conseguenza della nostra Autoglorificazione, Autoidealizzazione ed, in ultima analisi, del nostro Autodisprezzo. Il motivo è chiaro: se non stiamo bene con noi stessi, non possiamo stare bene con gli altri. Se non riusciamo a vedere le nostre capacità creative non possiamo vivere il nostro lavoro, qualunque esso sia, come occasione di produzione di qualcosa di artistico, come strumento della nostra crescita, come segmento singolo di una più vasta catena umana di trasformazione del mondo.
E ciò è stato simbolizzato dal Natale.
Simbolicamente celebriamo e prepariamo Natale, accogliamo il Bambino, che rappresenta la possibilità della rinascita: egli rappresenta la nostra porzione di vita in rapporto alla vita del pianeta, i nostri bisogni autentici.
E questo è lavoro!
Sarà pur vero che gli ALTRI (il padrone, il direttore, i pazienti, i colleghi, il clima, il modello ..) non ci consentono il meglio di noi stessi ma quanto mettiamo in gioco della nostra autonomia, passione, tenacia poesia e amore? I pregiudizi e presupposti mentali correnti (assunti di base), pur veri, rischiano di spingerci a fantasticare e rendere vile la realtà ma la prova di realtà è la vera misura della crescita e della creatività.
“L’azione è più vicina a DIO che il pensiero”. (Nicolas Gomez Davila).
Il lavoro esige immaginazione e creatività ma soprattutto realismo. Un progetto va realizzato con i mezzi che si hanno a disposizione e, se non si hanno, occorre fare di tutto per procurarseli senza rinunciare alla libertà ma non basta prefissarsi una meta, occorre conoscere o cercare di conoscere e umilmente percorrere la strada per raggiungerla. Bisogna, pertanto, saper abbandonare una strada sbagliata, ingannevole, fuorviante.
Né onanismo, né sogni, né seguaci passivi, ma fabbricanti autonomi capaci di vincere i condizionamenti distraenti.
Nel contesto terziarizzato il valore aggiunto del lavoro professionale non è il lavoro materiale ma quello creativo e, se non concretizzato, è solo escursione fantastica e fuorviante. Se parte o tutto il nostro lavoro è “dipendente”, occorre ricordare che le dipendenze vere (genetiche, culturali, ecologiche) sono le vere fonti dell’autonomia.
Al momento è aperto un grande dibattito sulle moderne evoluzioni tecnologiche (AI). L’uso dovrebbe definitivamente archiviare la visione biblica del lavoro ma, restando all’attuale, non sfugge che qualunque lavoro (compreso il lavoro agricolo) non può prescindere dalla tecnologia elettronica (l’attività non sarebbe competitiva) e non usarle è forse un modo di protestare.
L’incapacità di usarle bene e compiutamente può essere una opportunità di riconoscere i nostri limiti/confini, da tener bene a mente e sempre quando nel lavoro occorre anche utilizzare i moderni attrezzi tecnologici (una certa clemenza va assicurata ai poveri vecchi).
La bravura a usarli sempre e bene può essere un contenitore di profonda angoscia interiore (clemenza limitatissima ai giovani e giovanissimi odierni ma solo per poco tempo). Anche se con molta competenza, esiste chi lavora annoiato e non è capace del settimo giorno, non ha la forza di riposarsi. Infatti, la forza di riposare richiede energia e passione. Anniversari, mamma, papà, innamorati, streghe, santi, defunti, fidanzamento, matrimonio, carnevale non sono più anche un momento di riposo.
Si è nella folla, si è spensierati. Non c’è più tempo e limite scanditi da lavoro e riposo, non è più festa lo strusciarsi soli e di nascosto col primo amore tra le fratte o i vicoli. Comunque, la storia e il nostro patrimonio, soprattutto inconscio, ci dovrebbe portare a lavorare per la festa, per il rito, per il raccoglimento e il confronto.
Chi sono quelli che diventano irritabili, astiosi, stanchi, stressati dai preparativi della festa (quella antropologica)? La festa è anche “l’utero” della solitudine, delle difficoltà. Chi non accetta il lavoro/ festa forse si vede rientrare dalla finestra l’angoscia di morte e del vuoto che aveva cacciato con la spensieratezza dell’attuale modo di vivere.
Un accenno merita il perfezionismo: anche questo ha due facce. In certe operazioni deve essere doveroso (la chirurgia). A volte è un non dovuto atteggiamento personale, chi è perfetto o crede di esserlo vive uno stato penoso: non ha più nulla da desiderare, progettare o realizzare, deve solo “ingrassare” la sua autosoddisfazione, “oh che bel castello”, non c’è posto per i limiti, il dolore, la sofferenza. E se fosse allegria di naufraghi, sicumera di disperati o superficialità beota?
CONCLUSIONI
La FAME è l’input per lavorare. Lavorare con passione genera AMORE, Fame e amore diventano necessità fondamentali. È questa la differenza tra umani e restanti forme di vita. Ma la felicità no, essa è nomade, volatile, velleitaria, rischiosa eppure, nell’attuale filosofia di vita, almeno in occidente, si baratta volentieri un po’ di felicità con della sicurezza. Ma quando la base sicura è giudicata in pericolo ci si arrocca perché l’arroccamento mura l’angoscia. Eppure, a lungo andare, si esauriscono le risorse interne: aumenta la fame, diminuisce l’amore. Converrà scendere in campo? Magari preparati? Sarà più umano riflettere, capire, fare qualcosa, con qualcuno e per qualcuno assumersi una qualche responsabilità…?
Spero che in realtà le due visioni del lavoro, da cui siamo partiti, realmente coincidano se:
- La prima risulta essere il riscatto dal peccato (non fare nulla ed essere felici).
- La seconda: fare della punizione una opera artistica e quindi generare amore per quello che si è.
L'autore
- Romeo Pulsoni (campomonticchio@gmail.com) è medico, esperto di fisica delle particelle, contadino, psicanalista, coofondatore nel 1988 con Giovanni Bollea di “ALVI” (Alberi per i vivi), e già docente a contratto dell’Università dell’Aquila. Nel 2009 è stato responsabile sanitario dei territori identificati come COM 1 (L’Aquila Città) e COM 4 (area tra Pianola e Celano) per l’emergenza sisma. Questa funzione, svolta per l’intero periodo emergenziale, comprendeva la gestione della Sanità pubblica, dell’Igiene pubblico e ambientale, dell’organizzazione dell’assistenza, della vigilanza e controllo delle attività commerciali e produttive. Per tale impegno è stato insignito della Medaglia d’argento per la Sanità pubblica dal Presidente della Repubblica.
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