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Nuovi studi sulla prima traduzione cinese dei Promessi sposi. Dialogo con Qian Zhang

È stato recentemente pubblicato, sul canale YouTube TreccaniChannel un documentario particolarissimo e molto interessante, a cura della dottoressa Qian Zhang, dottoranda dell’Università di Torino e autrice del saggio Da Torre Pellice a Shanghai: un itinerario sconosciuto dei Promessi Sposi in Cina («Studi Piemontesi» LV, 1, 2026). Il video, che si apre con un’introduzione di Luca Badini Confalonieri e vede la partecipazione di Tony Garnier, Alessia Passarelli e Sara Rivoira, comprende anche un’accattivante serie di letture del testo originale del romanzo manzoniano e della sua traduzione cinese, approntate dalla stessa Qian Zhang e da Luca Badini Confalonieri. La vera novità di questo lavoro, però, risiede nell’aver rivelato l’identità del primo traduttore in cinese dei Promessi sposi. Per decenni, infatti, si è creduto che la prima traduzione cinese dei Promessi sposi, pubblicata a Shanghai nel 1935, fosse stata realizzata a partire dalla versione inglese e che il traduttore stesso fosse inglese. Non è così. Questo documentario, girato il 17 e 18 giugno 2026 tra Torino e Torre Pellice, ci rivela una storia rimasta a lungo nell’ombra, quella del missionario valdese Albert Garnier.

Ne abbiamo discusso con l’autrice.


La prima domanda è d’obbligo: come nasce l’idea del documentario video?

Questa idea mi è venuta all’improvviso all’inizio di quest’anno, mentre ero impegnata nella stesura del mio saggio per la rivista «Studi Piemontesi». Ero appena rientrata in Italia dopo un breve soggiorno a Londra, proprio per raccogliere materiali riguardanti Garnier. Purtroppo, però, non avevo potuto prolungare la ricerca quanto avrei voluto, soprattutto per la limitatezza dei fondi di ricerca a mia disposizione, e questo mi aveva lasciato un certo rammarico.

Garnier, dopo essere andato in pensione dalla sua Società missionaria e aver lasciato definitivamente la Cina nel 1939, rimase in Inghilterra con la sua famiglia fino alla morte, avvenuta nel 1973. Ad oggi, però, almeno per quanto ho potuto sapere da suo nipote, Tony Garnier, nessuno sa dove siano finiti la sua biblioteca e i suoi manoscritti personali. È una cosa che veramente mi incuriosisce molto e che vorrei davvero riuscire a scoprire. Nel frattempo, forse per colmare questa sensazione di mancanza, ho sentito l’esigenza di realizzare questo progetto.

Dopo averne parlato con il mio tutor, il prof. Luca Badini Confalonieri, che ha subito approvato questa mia idea, ho cominciato a contattare tutti i soggetti che sono stati poi coinvolti: Tony Garnier, che mi ha immediatamente dato la sua disponibilità, la famiglia Garnier di Torre Pellice, il Liceo Valdese e l’Archivio Valdese. Ho inoltre preso contatto con la Biblioteca Melchiori, del Dipartimento di Lingue dell’Università di Torino, per la concessione dello spazio per le riprese dell’intervista e per la lettura dei brani del romanzo, e con diversi uffici del nostro Ateneo, per capire se fosse possibile ottenere un supporto tecnico. In un’epoca in cui molto si parla di Digital Humanities (e anzi il mio dottorato così è intitolato) non è poi così semplice essere aiutati praticamente per la realizzazione di un video di qualità. Alla fine, con il sostegno del mio tutor, abbiamo trovato, all’esterno dell’Università, un videomaker professionista. Trattandosi del mio primo documentario, ho voluto organizzare ogni dettaglio nel modo più preciso possibile. Ho preparato anche una storymap molto dettagliata, che potesse facilitare il lavoro di ripresa e, soprattutto, quello di postproduzione del videomaker. Una volta concluso il documentario, infatti, abbiamo cercato di capire se l’Università avrebbe potuto ospitarlo su una propria piattaforma o in qualche spazio istituzionale, ma anche in questo caso non abbiamo ricevuto risposte concrete. Per fortuna, il mio tutor ha proposto allora il video alla TreccaniChannel, che si è subito detta interessata ad ospitarlo. È stata una bella sorpresa, anche perché si tratta di un canale YouTube importante e molto diffuso.

Qual è il rapporto dei Promessi sposi con la Cina?

L’amore proibito o il matrimonio pieno di ostacoli è sempre stato un tema molto caro ai lettori cinesi, fin dall’antichità. Un genere narrativo sviluppatosi durante la dinastia Tang (618–907), il Tang chuanqi, cioè i «racconti straordinari della dinastia Tang», già affrontava ampiamente questo argomento. Si trattava spesso di storie d’amore tra un giovane studioso all’inizio di una promettente carriera e una donna di condizione sociale diversa dalla sua: una nobildonna, una donna di umili origini, una prostituta o addirittura una fata. In molti casi, queste storie esprimevano una sorta di valorizzazione della libertà di scelta nell’ambito dell’amore e del matrimonio.

Quando Garnier introdusse per la prima volta I promessi sposi ai lettori cinesi, nel 1929, attraverso una traduzione parziale di due scene del romanzo – la conversazione tra Renzo e don Abbondio nel capitolo II e quella tra il Cardinale e don Abbondio nel capitolo XXV – pubblicata sulla rivista della sua Società, The Shining Light, scelse due episodi che potevano parlare alla sensibilità dei lettori cinesi dell’epoca. Dal suo breve commento ai brani emerge che probabilmente intendeva proporre temi come la forza, la giustizia e la ricerca della felicità.

Credo che questi temi acquistassero un significato particolare nella Cina dell’inizio del Novecento. In un periodo segnato dalle invasioni e dalle pressioni delle potenze imperialiste occidentali, dalle scorribande dei banditi locali e dei signori della guerra, Garnier ebbe modo di assistere direttamente a molte delle sofferenze della popolazione cinese. È quindi possibile che avesse individuato nei Promessi sposi un’opera capace di parlare, anche attraverso una storia ambientata nell’Italia del Seicento, ai lettori cinesi della sua epoca.

La traduzione integrale dell’opera non fu un viaggio facile per Garnier, che impiegò circa sei anni per portarla a termine. Purtroppo, solo due anni dopo l’uscita della traduzione (1935), Shanghai cadde sotto l’occupazione giapponese e iniziò una guerra di resistenza che durò otto anni. Durante questo conflitto Garnier, che probabilmente era già rientrato proprio nel 1937 in Inghilterra, non poté più tornare in Cina, e la sua versione dei Promessi sposi non ottenne quindi una nuova ristampa da parte della casa editrice cinese, ancora oggi molto prestigiosa, che li aveva stampati, la Commercial Press.

Diversamente, l’impegno per la diffusione dei Promessi sposi in Cina a partire dagli anni Novanta fu il frutto della riapertura del Paese al mondo iniziata nel 1978: con essa arrivò una rinnovata volontà di conoscere la cultura occidentale, insieme a una nuova libertà e un grande desiderio dei lettori di scoprirla. Per questo numerose case editrici, più o meno rinomate, cercarono di inserire i grandi capolavori della letteratura mondiale all’interno delle loro collane «classici mondiali». Ed è proprio in questo nuovo contesto storico che I promessi sposi ritrovarono il loro posto nelle biblioteche e nelle menti dei lettori cinesi.

Le traduzioni pubblicate in Cina fino ad oggi sono sette, ce ne parla?

La prima traduzione – già l’abbiam detto – uscì nel 1935 a Shanghai e fu realizzata dal missionario piemontese Alberto Giovanni Garnier, aiutato (ed è un’altra scoperta degna di nota!) da un comunista cinese in clandestinità: Feng Xuebing. Una traduzione, come abbiamo indicato, direttamente dall’italiano e pubblicata dalla prestigiosa Commercial Press. La seconda uscì nel 1996 a Pechino, nella traduzione dall’italiano di Wang Yongnian, per la casa editrice Renmin. La terza fu pubblicata nel 1998 a Nanchino, nella traduzione dall’italiano di Zhang Shihua, dalla casa editrice Yilin. La quarta uscì nel 1999 a Harbin, presso la casa editrice Harbin, e mi pare, francamente, un lavoro “poco serio”: chissà se il “traduttore”, un certo Zhigang, conosceva qualche lingua straniera oltre il cinese… La quinta fu pubblicata nel 2001, nella traduzione dall’italiano di Lü Tongliu, ancora dalla casa editrice Yilin, ma questa volta preso la sede di Shanghai. La sesta uscì nel 2005 a Guangzhou, nella traduzione dall’italiano di Lü Yuge, presso la casa editrice Huacheng. Infine, l’ultima traduzione, pubblicata nel 2013 a Pechino dalla casa editrice del Beijing Institute of Technology, fu realizzata da Mu Lilin a partire, questa volta davvero!, da una traduzione inglese.

Ci dica qualcosa di più sul primo traduttore, Alberto Giovanni Garnier…

Nacque da genitori valdesi, Jean Garnier e Fanny Malan, nel 1881, a Roma, dove il padre lavorava per l’Istituto Gould. La famiglia si trasferì ben presto a Cannes, in Francia, per le cagionevoli condizioni di salute del padre, che in effetti morì cinque anni dopo, nel 1886. Dopo questa perdita, la madre rientrò in Piemonte con i quattro figli e si stabilì ad Angrogna, sopra Torre Pellice, in una casa ereditata, dove Alberto trascorse la sua infanzia e adolescenza, fino ai vent’anni. In seguito lavorò per un anno come apprendista in una fabbrica di tende e lacci a Torino, guadagnando dieci lire alla settimana. Ma ciò che lo tormentava non era tanto la difficoltà economica quanto una sorta di inquietudine spirituale: sentiva il bisogno di dare una direzione diversa alla propria vita. Una cosa che lo confortava era frequentare la sera persone con interessi e sensibilità simili alle sue, nella sala d’incontro della missione battista di Torino in via Maria Vittoria, o nell’allora Galleria Natta, oggi Galleria San Federico. La vera svolta della sua vita avvenne l’ultima sera del 1900, quando partecipò a un culto per l’ultimo giorno dell’anno, nella sala di via Maria Vittoria. Fu un’esperienza che lo commosse profondamente e durante la quale sentì di aver trovato la propria vocazione: diventare missionario e portare all’estero la Buona Novella. Non voleva però andare in Africa, come molti dei suoi compagni di scuola, ma in un vasto paese ancora più lontano: la Cina. Per prepararsi alla missione dovette quindi recarsi in Inghilterra, dove frequentò l’Harley College di Londra, dal 1902 al 1906. Nell’ottobre del 1906 partì finalmente per la Cina arrivando a Shanghai verso la fine di novembre. Da lì ebbe inizio la sua missione, che sarebbe durata più di trent’anni.

Ci racconta i luoghi della sua infanzia a Torre Pellice?

La loro casa ad Angrogna si chiamava La Fournasa, che in piemontese significa «la fornace», perché in passato vi era un forno per cuocere i mattoni. Era una casa lasciata alla madre da Paul Malan, il nonno materno. Si trattava di una casa semplice, a due piani, ma sufficiente per una famiglia di cinque persone. Il problema, però, era come riuscire a mantenerla. La madre, una donna molto coraggiosa, decise allora di costruire, accanto alla casa, un nuovo edificio, contraendo un debito di tremila lire. L’idea era di affittare le stanze, a trenta lire al mese tutto compreso, a pensionanti e scolari provenienti dalle altre valli, come la val Chisone e la val Germanasca, che dovevano frequentare il Collegio Valdese di Torre Pellice, non molto lontano da lì.

Si può immaginare che l’infanzia di Garnier fosse tutt’altro che agiata. La dieta quotidiana della famiglia era essenziale e semplice: pane, latte, polenta e minestrone. Trascorrere l’inverno sulle Alpi non era facile, soprattutto a quei tempi, e la casa si trovava in una posizione piuttosto isolata dal resto del paese. La vita non risparmiò poi alla famiglia momenti dolorosi: appena due anni dopo il loro arrivo ad Angrogna, la sorella Marguerite, secondogenita, si ammalò e morì, all’età di otto anni. Anche il piccolo Alberto rischiò la vita in un’occasione: un pomeriggio, mentre rientrava a casa da scuola, fu sorpreso da una nevicata improvvisa davvero eccezionale, ma fu soccorso e accolta da una gentile signora del luogo.

Alberto, da parte sua, aveva un carattere indocile. In un’occasione la madre arrivò persino a impedirgli di andare a scuola, obbligandolo a studiare a casa. Ma, dopo aver terminato i compiti della mattina, gli era concesso uscire per fare una breve passeggiata lungo la bialera, il canale d’acqua che scorreva nei dintorni. Fu forse proprio durante quelle passeggiate che iniziò ad ammirare e ad amare la bellezza della valle, in tutte le sue stagioni.

Cosa ha spinto Garnier a tradurre l’opera manzoniana in lingua cinese?

Ci possono essere diverse ipotesi a riguardo. Innanzitutto, è un romanzo scritto molto bene, dal punto di vista linguistico e stilistico; Garnier ha sempre amato la letteratura, che credo sia stata per lui una fonte di conforto durante le inquietudini della giovinezza. È poi un libro permeato di valori cristiani. Dico cristiani, perché certo è significativo che, senza preclusioni, un valdese abbia saputo rendere con attenzione il messaggio di uno scrittore cattolico. Aldilà di chiusure preconcette, Garnier riconosce e apprezza l’afflato autenticamente cristiano dell’opera di Manzoni. È inoltre un testo particolarmente denso di significati, che affronta temi fondamentali per l’umanità: la forza, la compassione, la giustizia e, soprattutto, la felicità. Credo che forse vedesse in questo romanzo l’immagine di un possibile mondo migliore anche per la Cina del suo tempo. Sperava dunque che l’opera potesse ispirare i lettori cinesi a trovare le risposte più adatte di fronte alle infinite sofferenze che stavano vivendo, e a mantenere la fiducia di poter costruire quel mondo migliore, per la Cina e per ognuno di loro (come si legge nella conclusione del romanzo: “…e li rende utili a una vita migliore”).

Chi è questo Tony Granier, nipote di Alberto, a cui nel video documentario ha consacrato un’intervista?

Un “personaggio chiave” nella mia ricerca, perché è stato imbattendomi casualmente in un suo libro dedicato al padre e al nonno che ho capito che Alberto Garnier non era inglese ma veniva da Torre Pellice… Tony Garnier è neozelandese ed è venuto a Torre Pellice tardi, solamente nel 1975, quando aveva sui trentacinque anni, alla ricerca delle tracce del padre e del nonno. Il nonno Alberto, morto in Inghilterra nel 1973, non l’ha mai conosciuto personalmente, ma ha avuto con lui, secondo il suo racconto, un intenso scambio di lettere, tra Inghilterra e Nuova Zelanda. Il padre di Tony aveva lasciato la sua famiglia in Nuova Zelanda quando Tony era bambino. Nonno Alberto allora, dall’Inghilterra, aveva cercato attraverso le lettere di accompagnarne la formazione. Dopo la morte del nonno, Tony riuscì poi a riallacciare i rapporti con il padre, che nel 1978 si sposò per la terza volta con una valdese e venne a stabilirsi definitivamente a Torre Pellice. Insomma, storie familiari complesse, ma da cui risulta ancora la grande figura spirituale di Alberto Garnier.

Come si può considerare la traduzione di Garnier? Resta fedele al testo originale o adatta, modifica, rimaneggia i passaggi del romanzo?

Fino all’inizio del Novecento, in Cina era piuttosto comune tradurre riscrivendo e ricreando molto liberamente il testo di partenza. Questo non tanto per una scelta personale del traduttore, ma per le grandi differenze linguistiche, grammaticali, stilistiche e culturali tra il cinese e le lingue occidentali. La situazione cambiò soprattutto a partire dal 1917, con il cosiddetto Movimento Vernacolare, che propose l’uso del cinese parlato anche nella scrittura, mentre fino ad allora la produzione scritta era dominata dal cinese classico, accessibile soprattutto agli eruditi. In questo processo di vernacolarizzazione, la traduzione ebbe un ruolo indispensabile e fondamentale, soprattutto grazie alle opere realizzate dai missionari stranieri, perché i loro mezzi editoriali erano importanti e le loro riviste godevano di ampia diffusione. A mio avviso, questo nuovo linguaggio vernacolare «occidentalizzato» rese possibile anche una resa del testo di partenza più fedele. Lo si vede anche nella traduzione di Garnier: anche se la grafia è ancora prevalentemente quella del cinese classico, mescolata qua e là a forme semplificate, la sintassi è già molto vicina al cinese che leggiamo oggi. Per quanto riguarda la sua resa del testo di partenza, mi è capitato di incontrare passaggi e frasi molto manzoniane ma non certo facili da comprendere, e tanto meno da tradurre; eppure si vede che lui le capisce e riesce a renderle con efficacia, un risultato che richiede molto più della semplice competenza linguistica. Purtroppo, probabilmente per esigenze editoriali, la sua traduzione presenta delle lacune: non è tradotta l’introduzione manzoniana in stile secentesco, la biografia del cardinal Federigo (cap. XXII), alcuni brani relativi a don Gonzalo e don Ferrante (cap. XXVII) e soprattutto ampie porzioni dei capitoli storici (XXVIII, XXXI e XXXII).

teresa.agovino@unimercatorum.it

 

L'autore

Teresa Agovino
Teresa Agovino (1987) ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2016 presso l'Università 'Orientale' di Napoli con una tesi incentrata sulle riprese manzoniane nel romanzo storico del Novecento. Insegna Letteratura italiana presso l'Università Mercatorum (Roma) e Metodologie di scritture digitali presso l’Università Europea di Roma. Si occupa di ricerca su Alessandro Manzoni, Primo Levi, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri, autori sui quali ha pubblicato numerosi articoli in rivista e atti di convegno. Ha pubblicato i volumi: Dopo Manzoni. Testo e paratesto nel romanzo storico del Novecento e Elementi di linguistica italiana (Sinestesie, Avellino 2017 e 2020); I conti col Manzoni e «Sotto gli occhi benevoli dello Stato». La banda della Magliana da Romanzo criminale a Suburra (La scuola di Pitagora, Napoli, 2019 e 2024);“Non basta essere bravi. Bisogna essere don Rodrigo”: Social, blog, testate online, Manzoni e il grande pubblico del web (Armando editore, 2023). Ha vinto il premio 2023 dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Classe di Lettere, con il saggio Da Manfredi all’innominato. Suggestioni dantesche in Manzoni.