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I giornali, Walter Siti, Rougemont e l’origine catara della poesia dei trovatori: perché la filologia riguarda tutti

In un articolo pubblicato in questi giorni sulle pagine culturali di «La Stampa» (29 settembre 2026, p. 22), e intitolato (dal titolista: si badi) Astenersi dalle passioni. La poesia provenzale derivò dall’eresia catara l’idea che l’amore ideale fosse l’unico vero. Ecco la tesi di Denis de Rougemont, che oggi BUR ripubblica scoprendone l’attualità, Walter Siti discute, appunto, del famosissimo saggio di Denis de Rougemont sull’amore e l’Occidente (L’Amour et l’Occident, Parigi, Plon, 1939) e ci offre l’occasione per riflettere sulla persistente fortuna di una tesi tanto suggestiva quanto priva di adeguato fondamento storico e filologico: la derivazione della poesia dei trovatori dal catarismo. Il problema riguarda anche il rapporto fra ricerca specialistica e comunicazione culturale, fra la verifica delle ipotesi e la capacità delle grandi narrazioni di imporsi nell’immaginario dei lettori.

Occorre anzitutto riconoscere che Siti è consapevole delle forzature presenti nel libro di Denis de Rougemont. Lo scrive con chiarezza: «Il libro anzi parte proprio dal romanzo di Tristano, il che lo costringe a torcere un poco la storia letteraria, parlando di influenze catare nella Francia del nord e di manicheismo dei druidi, nonché di influenze tantriche orientali». Poco dopo osserva che nel volume l’entusiasmo polemico conta più della precisione filologica. Sarebbe dunque scorretto attribuirgli un’adesione ingenua o incondizionata alla ricostruzione di Rougemont. La sua lettura, inoltre, è dichiaratamente autobiografica: riguarda anche il significato che quel libro ha assunto nella sua esperienza intellettuale e affettiva.

Proprio questa consapevolezza, tuttavia, rende più evidente il problema. Le forzature sono riconosciute, ma non producono conseguenze sostanziali nella valutazione dell’attendibilità storica della tesi. L’espressione «torcere un poco la storia letteraria» attenua la portata di un procedimento che costruisce una genealogia mediante collegamenti non dimostrati. Nel sottotitolo, la cui responsabilità non va automaticamente attribuita a Siti, la derivazione della poesia provenzale dall’eresia catara viene intanto enunciata con la nettezza di un fatto: soltanto nella frase successiva è presentata come tesi di Rougemont. Le cautele del testo convivono così con un’enfasi che tende a neutralizzarle.

Il nodo metodologico è il passaggio dalla coesistenza alla derivazione. La presenza di trovatori e ambienti ereticali in alcuni dei medesimi contesti sociali non dimostra che la fin’amor nasca dal catarismo. Per sostenere una simile genealogia occorrerebbe documentare la trasmissione di contenuti specifici, precisarne tempi e luoghi, riconoscerne gli effetti nei testi. Anche l’eventuale adesione di un singolo trovatore all’eresia non spiegherebbe, di per sé, l’origine e i caratteri di un’intera tradizione poetica.

Un limite decisivo emerge persino dalle osservazioni di René Nelli riportate da Rougemont nel Post-scriptum all’edizione del 1972: nelle canzoni dei trovatori considerati catari o vicini al catarismo non si individuano proposizioni specificamente eretiche, né le differenze fra le loro poetiche corrispondono alle differenze di credenza. Rougemont replica ipotizzando una consonanza tanto profonda da non richiedere manifestazioni dottrinali esplicite. Ma in questo modo l’assenza di riscontri finisce per essere assorbita nell’ipotesi, anziché costituire un motivo per riconsiderarla.

Altrettanto problematica è la riduzione della lirica trobadorica alla celebrazione di un amore necessariamente inappagato e incorporeo. Distanza, attesa e ostacolo sono elementi importanti di molte canzoni, ma non costituiscono una dottrina condivisa da tutti i trovatori. Già Guglielmo IX, in Ab la douzor del temps novel, auspica di poter mettere le mani sotto il mantello dell’amata: il desiderio dell’intimità fisica appartiene dunque a una delle liriche più raffinate delle origini: attesa, fiducia e aspirazione all’appagamento convivono all’interno dello stesso componimento. Non è necessario ricorrere soltanto alla produzione apertamente oscena per verificare quanto sia riduttiva l’equazione fra idealizzazione amorosa e rinuncia al corpo.

Anche la segretezza del linguaggio amoroso non autorizza a riconoscervi un codice ereticale. La dissimulazione del nome della donna, il timore dei maldicenti e l’impiego di allusioni sono comprensibili entro la rappresentazione cortese dell’amore e le sue condizioni sociali. Una lettura religiosa deve dimostrare la necessità di quel significato ulteriore; non può introdurlo e poi utilizzare la segretezza come prova della sua presenza.

A questa distanza dalla specificità dei testi si aggiunge un dettaglio linguistico. Siti scrive «la “joy” dei provenzali», ma in occitano antico joi, anche nella grafia joy (da gaudium) è un sostantivo maschile: dunque il joi. L’errore può dipendere dall’interferenza dell’italiano gioia e non va trasformato in una prova generale d’incompetenza. Riguarda tuttavia una parola centrale del lessico trobadorico, la cui storia e varietà semantica richiedono attenzione. È significativo, peraltro, che lo stesso Rougemont precisi il genere maschile del termine nel suo Post-scriptum.

La questione più ampia riguarda il posto assegnato alla ricerca nella discussione pubblica. Siti evoca le obiezioni degli studiosi attraverso la formula «banale ma molto discussa dagli accademici», senza illustrarne le ragioni. Il lettore riceve così l’immagine di una controversia nella quale all’intuizione brillante si contrappongono riserve specialistiche lasciate indistinte. Eppure quelle riserve riguardano precisamente la possibilità di presentare una suggestione come spiegazione storica.

Il prestigio di uno scrittore e critico come Siti conferisce inevitabilmente forza alla ricostruzione che egli propone al pubblico. La competenza letteraria generale, però, non sostituisce il confronto con gli studi provenzalistici. Le pagine culturali possono diventare il luogo nel quale questo confronto acquista visibilità; quando invece le obiezioni scientifiche restano confinate in un inciso, la disparità fra il rilievo della tesi e quello delle sue confutazioni diventa decisiva. La narrazione suggestiva dispone di titolo, immagini e autorevolezza della firma; il lavoro che ne verifica i fondamenti rimane fuori campo.

Rougemont conserva un indubbio interesse per la storia novecentesca delle idee sull’amore e per la ricezione moderna del Medioevo. Tale interesse non dimostra, però, l’attendibilità della sua ricostruzione delle origini trobadoriche. È precisamente nella capacità di rendere riconoscibile questa distinzione che si manifesta la funzione pubblica della filologia. Nel discorso pubblico in generale, l’abitudine a interrogare le fonti, accertare che cosa dicano effettivamente, ricostruirne il contesto e distinguere i dati dalle interpretazioni offre strumenti essenziali per valutare le affermazioni che chiedono il nostro consenso. Rende possibile un controllo argomentato anche sulle parole di chi gode di prestigio e visibilità: l’autorevolezza di una firma non può sostituire la verificabilità di ciò che sostiene. Nel discorso culturale, questa responsabilità assume una forma specifica: restituire ai testi la loro complessità e alterità storica, impedendo che diventino semplici conferme delle idee e dei desideri del presente. La libertà dell’interpretazione trae forza dalla possibilità di dichiarare e discutere i propri presupposti; si impoverisce quando una lettura suggestiva viene presentata come una genealogia accertata. Per questo la presenza della filologia nelle pagine culturali dovrebbe incidere sulla formulazione delle domande, sulla selezione degli argomenti e sul grado di certezza attribuito alle risposte. Relegarla a una riserva incidentale significa privare il lettore degli elementi necessari per formarsi un giudizio autonomo. Darle spazio significa invece rendere accessibili le ragioni del sapere, comprese le sue incertezze e le sue controversie: una responsabilità che riguarda insieme gli studiosi, chiamati a comunicare con chiarezza, e chi dispone dei mezzi per orientare la discussione pubblica.

giuseppe.noto@unito.it

[Questo articolo è già comparso in data 30 settembre 2026 sul blog FiliLogici. Filologi in rete, https://fililogici.unito.it ]

 

L'autore

Giuseppe Noto
Giuseppe Noto
Giuseppe Noto è professore ordinario di Filologia e Linguistica romanza presso l’Università di Torino. È stato il primo direttore del Centro Interateneo di interesse regionale per la Formazione degli Insegnanti Secondari del Piemonte, presidente della sezione Scuola della Società Italiana di Filologia Romanza, Vicepresidente della Società Italiana di Filologia Romanza e dell’Association Internationale d’Études Occitanes, componente del Comitato di Ateneo per il Public Engagement dell’Università di Torino. Attualmente è componente del Comitato di gestione del Centro di ricerca interateneo Filologia, politica, storia e società, codirettore della rivista Lecturae tropatorum, Coordinatore della sezione di Filologia medievale e moderna del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino e componente del Collegio docenti del Dottorato di ricerca in Scienze del testo della medesima Università.I suoi studi riguardano in particolare la letteratura medievale in lingua d’oc, in lingua d’oïl e in lingua di sì; la storia della ricezione della poesia trobadorica; la storia del teatro medievale e rinascimentale; la didattica delle letterature delle origini; la didattica della lingua italiana; la storia del fumetto.