Il «Convegno», Gobetti e le Lettere milanesi a cento anni dalla morte
Il 25 ottobre del 1927 la rivista «Il Convegno» (a. VIII, n. 10), diretta a Milano da Enzo Ferrieri, dedica a Rainer Maria Rilke un intero numero, a poco meno di un anno dalla scomparsa, avvenuta il 29 dicembre dell’anno precedente in una clinica svizzera nei pressi di Montreux. Nella nota redazionale che apre il numero, il direttore è consapevole del fatto che in quegli anni la sua rivista è «la sola in Italia a raccogliere le voci che i più grandi scrittori europei del nostro tempo levano anche verso di noi». Nelle sue parole quelle ‘voci levate’ sembrano risuonare come un sommesso lamento, o forse come un grido, per il progressivo inasprirsi delle misure di controllo sulla stampa e per la chiusura verso l’esterno imposta dal fascismo; ma soprattutto perché il 1926, chiusosi con la morte di Rilke, si era aperto con la notizia della tragica scomparsa, a soli 24 anni, di Piero Gobetti, morto a Parigi, dove era esule, per le conseguenze dei pestaggi squadristi subiti a Torino.
Negli anni ’20 Gobetti era stato uno dei pochi a far circolare in Italia gli autori stranieri. Inoltre, le sue pubblicazioni si avvalevano di traduttori esperti, che leggevano i testi in lingua originale senza l’intermediazione del francese. Per la letteratura tedesca, Gobetti era in contatto con la germanista torinese Barbara Allason e con Edmondo Rho, in seguito aveva cercato la collaborazione di Elio Gianturco, di Emma Sola e di Lavinia Mazzucchetti. Il primo di loro, Elio Gianturco, aveva curato un’Antologia della lirica tedesca contemporanea (Gobetti, 1925) che comprendeva anche venti poesie di Rilke in versione italiana. Ma due anni prima, diciannove di queste poesie erano uscite sul «Convegno» (a. IV, 25 dicembre 1923) di Ferrieri: erano le prime del poeta austriaco apparse in Italia. In virtù dell’eleganza della traduzione, Gianturco era poi stato contattato da Gobetti che gli aveva commissionato l’antologia.
Prima ancora delle traduzioni di Gianturco (datate dunque 1923 e 1925), di quelle di Vincenzo Errante (la prima nel 1929) e di Leone Traverso (nel 1937), la germanista milanese Lavinia Mazzucchetti era stata la prima a segnalare i libri di Rilke in Italia. Nel maggio del 1923, sulla rassegna «I libri del giorno», la Mazzucchetti aveva pubblicato una nota intitolata Rainer Maria Rilke, in cui comparivano anche alcuni frammenti delle liriche, ma senza traduzione italiana. Prendendo spunto dalla recente uscita dei Sonette an Orpheus (1923), l’autrice concludeva dichiarando la sua ammirazione per Rilke e augurandosi che le sue parole suscitassero anche in «qualcun altro la via verso la sua arte così nobile e intima, che dà ristoro come una musica e calma come una religione».
Grazie a Lavinia Mazzucchetti è possibile, inoltre, ricostruire nel dettaglio i passaggi della ricezione di Rilke in Italia negli anni ’20. Nel 1956, curando il volume con le Lettere milanesi di Rilke, pubblicate contemporaneamente in Francia (da Plon a cura di Renée Lang) e in Italia (nei «Quaderni dello ‘Specchio’» Mondadori) in occasione dei trent’anni dalla morte del poeta, la Mazzucchetti spiega che il primo a occuparsi di Rilke e l’Italia fu, nel 1940, il critico tedesco Helmut Wocke. L’Italia per Rilke – racconta la curatrice – «non è stata componente di prima importanza». Rilke stesso lo dichiara nella lettera del 17 marzo 1926: «L’Italia la conobbi e l’amai fin dall’età di otto anni; fu, per così dire, nella sua chiara molteplicità e pienezza di forma, il sillabario della mia mobile esistenza. Decisiva fu la Russia …». E se tra le città italiane Firenze ha un ruolo di rilievo, Milano – prosegue la Mazzucchetti – ha «dal principio, per caso, la benemerenza di porsi in prima fila nell’amare un Rilke ormai uscito dai chiusi cenacoli, ma in sostanza pochissimo noto fuori dal suo spazio linguistico».
Nell’Introduzione la curatrice aggiunge che nel 1914 una laureata milanese, Cecilia Braschi, si era cimentata per prima nell’impresa di tradurre il Cornet, composto da Rilke nel 1899 e pubblicato per la prima volta in rivista nel 1904. La giovane germanista aveva quindi inviato la sua versione all’autore che si era sorpreso e commosso tanto da decidere, a maggio del 1914, di passare da Milano per conoscerla.
L’incontro, che sarebbe dovuto avvenire a ridosso dello scoppio della guerra, non avvenne e la traduzione della Braschi restò senza editore. Solo dieci anni dopo Elio Gianturco, dopo aver letto su «I libri del giorno» la recensione della Mazzucchetti, le aveva portato «pieno di fervore» le sue versioni italiane delle poesie di Rilke e subito dopo le aveva lette al Circolo del «Convegno» riscuotendo unanimi consensi. Un altro milanese, Filippo Sacchi, aveva poi tentato di tradurre le opere in prosa.
Il trait d’union tra Rilke e il circolo milanese del «Convegno», che aveva sede in alcune sale del palazzo Gallarati Scotti di via Borgospesso, fu la contessa Aurelia Gallarati Scotti. A lei sono infatti indirizzate le Lettere milanesi che Rilke scrisse tra il 1921 e il 1926. La contessa Lella (così era soprannominata) da nubile si chiamava Aurelia Cittadella Vigodarzese, ma nel 1918 aveva sposato il nobile intellettuale Tommaso Gallarati Scotti, amico ed estimatore di Antonio Fogazzaro, trasferendosi subito dopo a Milano. Il carteggio tra Rilke e la contessa testimonia lo scambio intellettuale tra il poeta e la dama milanese, spiegando inoltre i rapporti tra la rivista di Enzo Ferrieri, Lavinia Mazzucchetti (a sua volta amica della contessa Gallarati Scotti) e il ruolo centrale del «Convegno» nella ricezione italiana dell’opera rilkiana.
A ottobre del 1927, i lettori del «Convegno» poterono dunque farsi un’idea abbastanza ampia della vasta produzione di Rilke. Nelle cinquanta pagine che costituiscono il fascicolo, Elio Gianturco e Vincenzo Errante antologizzano e traducono numerose liriche dal Buch der Bilder (1902 e 1906), dalle Neue Gedichte (1907) e dallo Stunden-Buch (1905), mentre Bonaventura Tecchi e Lavinia Mazzucchetti si occupano della prosa, selezionando alcuni brani dal Geschichten vom lieben Gott (1904), dal saggio su Auguste Rodin (1903) e dall’Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge (1910). Il numero della rivista termina con alcuni frammenti delle lettere e con un ricordo di André Gide che nel 1911 era stato il primo a far conoscere Rilke in Francia, pubblicando sulla «Nouvelle Revue Française» una parte dei Quaderni di Malte Laurids Brigge.
Nell’introduzione al fascicolo, intitolata Omaggio a Rilke, Lavinia Mazzucchetti ricorda inoltre che nel 1926 Rilke si sarebbe dovuto fermare a Milano durante uno dei suoi viaggi, affinché – spiega – «ci permettesse di conoscerlo, di esprimergli la nostra devota e riconoscente ammirazione». La notizia trova conferma nel carteggio con la contessa Gallarati Scotti: il 9 febbraio 1923 Rilke scrive dal castello di Muzot che considera «piacevole impresa» l’idea di «una lettura francese al Convegno»; lo scrittore spera inoltre che «un giorno o l’altro sarà possibile» salutare personalmente l’amica milanese.
Il viaggio di Rilke a Milano e la lettura nel circolo del «Convegno», più volte programmata e più volte rimandata per motivi di salute, non ebbero luogo e da questo, sopraggiunta la morte, derivava il profondo rammarico degli amici milanesi che non fecero in tempo a conoscerlo personalmente.
L’episodio del mancato soggiorno milanese di Rilke è anche argomento di un articolo di Giancarlo Vigorelli che nel 1956 recensisce sul «Corriere d’informazione» (21-22 novembre) il volume francese delle Lettres milanaises curate da Renée Lang. Nell’articolo, intitolato Le lettere di Rilke a una dama milanese, Vigorelli insiste su un aspetto del carteggio che la Mazzucchetti aveva esposto in sintesi: «La lunga lettera del 23.1 è apparsa – scrive a p. 63 dell’edizione Mondadori – “una buona conversazione” che LGS [Lella Gallarati Scotti] trova il coraggio di continuare anche sul terreno politico “pur non volendo attardarsi in un soggetto così triste”. Secondo lei “i metodi di violenza del fascismo italiano debbono sdegnare chi ancora serbi rispetto della libertà, mentre al fascismo si aggrappano non puri interessi economici».
Vigorelli spiega che, negli anni del fascismo, il salotto milanese del duca Tommaso Gallarati Scotti e di sua moglie era diventato luogo d’incontro e rifugio per molti intellettuali italiani ed europei, che vi sostavano come in «un’oasi di pace e di libertà. […] Gli antifascisti, infatti, avevano porta aperta in quella casa, che doveva, però, usare prudenza, quando Mussolini o qualche personalità del regime venivano a Milano per le grandi occasioni».
Vicino alla casa dei Gallarati-Scotti, si è detto, «si aprivano i locali del Convegno» di Enzo Ferrieri e da qui transitavano letterati, intellettuali, scrittori, drammaturghi e poeti. Fu proprio la politica – secondo Vigorelli – a incrinare i rapporti tra i Gallarati Scotti e il poeta austriaco nelle ultime fasi del loro carteggio: il 5 gennaio del 1926 Rilke scrive alla contessa che ha apprezzato il discorso di Mussolini. «Bello il discorso di Monsieur Mussolini –a p. 131 dell’edizione Mondadori – all’indirizzo del Governatore di Roma!» La contessa rispose con fermezza – commenta Vigorelli – e Lavinia Mazzucchetti nel suo commento (p. 133) aggiunge che «la inattesa glossa politica di RMR [Rainer Maria Rilke] su Mussolini ha toccato troppo direttamente la “piaga profonda che divide l’Italia”». E così l’appassionata dama milanese «si sente in dovere di sottolineare il dissenso con una ben netta presa di posizione».
Nella sua risposta la Gallarati Scotti scrive infatti. «No, caro Rilke, io non sono un’ammiratrice di Mussolini. Capisco benissimo che taluni suoi discorsi debbono fare ottima impressione … né si può negargli altri molti meriti. […] Le dirò soltanto che per conto mio detesto la violenza, e ancor meno la sopporto quand’essa agisce in favor mio o della mia classe sociale, più che non fosse usata dai miei nemici». La posizione nettamente antifascista della contessa prosegue con un altro ragionamento: «ritengo – parafrasa Lavinia Mazzucchetti a p. 134 – che la tranquillità effettiva di un paese sia assicurata solo quando la libertà permette di formarsi un’idea esatta su ciò che il paese pensa e vuole, il che è del resto il primo diritto portato dalla civiltà».
La risposta di Rilke non tarda ad arrivare ed è tutta orientata a giustificare la svolta autoritaria del governo italiano e la repressione della libertà individuale in nome della sicurezza e della stabilità economica dell’Italia: «Dovunque la situazione economica è meno buona che nel 1924, salvo che in Italia, dove si lavora come mai vi si è lavorato. […] E la ragione? Perché vi regna la sicurezza. E perché essa regna? Perché il Governo governa. In quale rude maniera, poco importa e poco importa che la stampa sia giugulata, che gli uomini politici all’opposizione siano oppressi. La vera libertà è l’ordine per la strada, nelle stazioni, nelle officine, è il senso per l’operaio, l’industriale, il commerciante, il contadino, di potersi dedicare in pace ai propri affari senza essere turbati dagli scioperi, schiacciati dalle tasse, impacciati dall’arbitrio burocratico, minacciati dalle rivoluzioni».
Alla fine, messa da parte la politica per non incrinare definitivamente il rapporto di amicizia con la contessa, Rilke (nella lettera del 17 gennaio 1926) torna a parlare di letteratura esprimendo il suo apprezzamento per le traduzioni di Gianturco pubblicate sul «Convegno»: «sono di gusto sicurissimo – scrive – e ben solidamente stabilite nelle assisi della loro bella lingua; l’amabile traduttore ha saputo dare a queste poesie al tutto giovanili un comportamento più adulto e molto valido che mi ha colpito vivamente».
In effetti, rileggendo le versioni poetiche di Gianturco, è facilmente comprensibile quale effetto dovettero avere sui lettori italiani, in quale atmosfera densa e rarefatta dovettero immetterli. Basta considerare l’incipit della prima lirica, che si apre nella luce abbagliante di una strada e termina in un «paese selvaggio», dopo aver attraversato «pareti invisibili»:
Una strada abbagliante
che va a smarrirsi nella luce,
grevità del sole sui vigneti,
e d’un tratto, come in un sogno,
una porta,
scavata in pareti invisibili.
Il legno dell’usciale
è da gran tempo consunto:
tuttavia pervicaci,
durano sulla cèntina
l’armi e il diadema principesco.
E, se tu entri, sei ospite,
— Di chi?
E riguardi, rabbrividendo,
sul paese selvaggio.
Il fascino che queste traduzioni dovettero esercitare sui lettori del «Convegno» nel 1923 è da indagare con attenzione; meriterebbero inoltre una verifica attenta gli autografi delle Lettere milanesi poiché, terminata la lettura, permane il sospetto che esistano discrepanze sia tra le due edizioni del 1956 sia con gli autografi. Il carteggio è inoltre quasi del tutto privo – se non per sintesi e riassunti – della voce della contessa Gallarati Scotti.
In ogni caso, conclude Giancarlo Vigorelli, le lettere di Rilke colpiscono per «l’innocenza» della sua «fede nazionalfascista» e sono, nel 1926, il suo «testamento politico». Alla colta e antifascista dama milanese, che a febbraio del 1926 doveva aver ricevuto con grande rammarico la notizia della morte di Gobetti, «non viene certo voglia di scagliare pietre né nella sua tomba né sulla sua memoria.» Nel fascismo, conclude il giornalista, Rilke aveva forse scorso «un elemento di salvezza da tutti gli smarrimenti del secolo; romantico come era, ne cercava dappertutto i rimedi per esserne immunizzato, e non si accorse che il fascismo, tra l’altro, non era che l’ultimo atto della stessa tragedia romantica».
Alle considerazioni di Giancarlo Vigorelli bisogna aggiungere che se nel 1956, a trent’anni dalla morte di Rilke e di Gobetti, il lato crudele e impietoso dei totalitarismi non aveva smesso di manifestarsi, lo stesso possiamo dire ancora oggi, quando di anni ne sono passati cento.
L'autore

- Monica Schettino è laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna - Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l'editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale "Piemonte e Letteratura" organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell'editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l'Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, "Quaderni di stretta brevità", intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l'editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale "Aritmie" diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo "Parentucelli" di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».
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