Dall’io al noi: l’amicizia come forma del racconto in Ermanno Cavazzoni e Alessandro Trasciatti
Nella Premessa al suo ultimo libro, Amicizie (Einaudi, 2026), Giorgio Agamben spiega che un amico è un alter ego «che rende amabile e grata la cosa più odiosa: il nostro io», quell’«atroce inquilino» – continua Agamben – che affligge la nostra coscienza ma anche, aggiungiamo, buona parte della letteratura oggi in circolazione. La pervasività dell’autobiografismo si potrebbe considerare forse una conseguenza del dilagare dell’uso della prima persona, almeno da quando non è più stato possibile immaginare le grandi costruzioni narrative del romanzo in terza persona dell’Ottocento. Il discrimine sono stati, limitandoci a due soli nomi, Joyce e Svevo, ma nella Coscienza di Zeno l’io del protagonista, ingannevole e ironico, giocava con sé stesso e con il lettore moltiplicando i punti di vista, rendendo vana la ricerca di una verità univoca.
Nei diciassette ritratti di cui è fatto il libro di Agamben, la prima persona «si disloca e deporta verso quest’altro me stesso e in lui per miracolo diventa una presenza agile e benigna. E – conclude l’autore – questa grazia si rispecchia subito in me». L’analisi del carattere, del comportamento, dei pregi e dei difetti di un amico illumina il percorso di crescita del soggetto e lo chiarisce rendendolo plurale.
Il passaggio dall’io al ‘noi’ di una o più amicizie letterarie si manifesta in questi anni, e si è manifestato in passato, come un modo nuovo e originale per raccontare una crescita intellettuale, un percorso letterario, la fine di un periodo felice. Si tratta a volte di un’amicizia tra pari, come in Due vite di Emanuele Trevi (Neri Pozza, 2021), o tra maestro e allievo, come in Le finestre di casa Orlando di Alessandro Trasciatti (Metilene, 2026), o tra sodali che condividono una stessa visione del mondo, come nel Racconto di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni (Quodlibet, 2026).
L’interesse suscitato da questi libri risiede nella capacità di puntare lo sguardo su un universo narrativo fatto di reti di letterati, di dialogo tra campi di forza che vivono nell’incontro e nello scontro, ma soprattutto nella consonanza e nel reciproco rispecchiamento. Una linea di ricerca che si potrebbe forse derivare dagli studi del sociologo Pierre Bourdieu. In questo senso le amicizie intellettuali disegnano uno spazio libero di confronto critico e di produzione culturale che il racconto assume non solo come tema, centrale nelle letterature di ogni epoca tanto che basterà ora ricordare il Poema di Gilgamesh, ma in quanto assunzione di un punto di vista e – si è detto – come superamento dell’autobiografismo, in un discorso che si allarga all’altro senza potersi risolvere nell’individualismo del singolo. «Ho esitato a lungo – scrive Alessandro Trasciatti – prima di decidermi a pubblicare questo breve testo, per timore di peccare di vanità o di intrusione in una sfera non mia», ovvero – parafrasiamo – nella sfera degli studi di Francesco Orlando, francesista, autorevole critico letterario e professore universitario a Pisa, maestro dell’io narrante. Il pericolo è sventato, nel suo libro ma anche in quello di Ermanno Cavazzoni, grazie all’ironia e alla scrittura sottilmente irregolare, nonché alla stramberia dei personaggi, irriducibili e refrattari a prendersi sul serio.
Eppure, nelle pagine in cui Cavazzoni ricostruisce la storia della sua amicizia con Gianni Celati dal primo incontro fino alla scomparsa avvenuta nel 2022, spesso il divertente lascia spazio allo struggente, alla malinconia per quella fine inesorabile verso la quale tutti ci dirigiamo. La «favola di un’amicizia», scrive l’autore nella bandella, che diventa «un antidoto contro qualsiasi atteggiamento insincero, nell’arte e nella vita, ora che tutti sgomitano per stare in vetrina a sproloquiare». Autenticità che risiede nel valore della testimonianza, ma soprattutto nell’aver saputo trasmettere attraverso la scrittura il senso comune della passione letteraria. L’intesa è immediata, subito dopo il primo incontro, avvenuto nel 1985: «eravamo là, nel prato attorno al Mauriziano, sotto il filare dei pioppi che sussurravano al vento, a parlare di Ariosto, io e lui, per cui la nostra lunga, ininterrotta, fantasiosa amicizia è nata attorno all’Ariosto, a questa meraviglia che è l’Orlando furioso». Poi le passeggiate lungo gli argini del Po, gli incontri bizzarri, i racconti, la cerchia di amici-scrittori che si allarga, la rivista «Il Semplice» che, come un’antica erba officinale, guarisce i suoi collaboratori dal male di vivere.
Tra questi collaboratori spunta a un certo punto anche Alessandro Trasciatti «residente a Lucca», scrive Cavazzoni, autore di un’intervista immaginaria al fratello dello scrittore Learco Pignagnoli, di cui nessuno nel gruppo conosce l’identità, ma del quale Daniele Benati, altro sodale del «Semplice» riceve ogni giorno gli originalissimi plichi con le Opere.
Era il 2003 e all’epoca Alessandro Trasciatti aveva già pubblicato i brevissimi racconti surreali delle Prose per viaggiatori pendolari (Mobydick, 2002), procurandosi una prefazione di Manlio Cancogni secondo il quale in questa «preziosa raccolta […] fra la prima e l’ultima [riga di ogni racconto] si apre un grande spazio, schiuso sulla misteriosità del nostro esistere. E quante cose vi accadono; e ognuna rappresenta una sorpresa, il realizzarsi di una possibilità generalmente inespressa, seguendo un filo conduttore che non è la logica ma l’invenzione poetica».
Le doti narrative di Trasciatti diventano, nel nuovo libro, terreno di confronto e snodo narrativo: l’allievo-scrittore desidera senza possibilità una carriera accademica e il professore-accademico pubblica un romanzo che non ha l’unanime accoglienza che sperava. L’incrocio delle reciproche aspettative genera non poche incomprensioni. A marzo 2001 Orlando invia all’ex-allievo, ora impiegato come postino, una lettera di spiegazioni e di affettuosa partecipazione alla frustrazione di svolgere un lavoro «sproporzionato», seppure rispettabile, rispetto al livello culturale raggiunto. È il racconto dell’amicizia «tra un giovane studente – spiega l’autore – e un vecchio professore di cui non potrà, o forse è meglio dire non vorrà, provare a seguire le orme, accusandolo a torto di avergli tarpato le ali. Ma – continua – non sono stato né il primo né l’ultimo ad avere con lui questo tipo di relazione. Anzi, nel corso degli anni, siamo stati in tanti ma tutti ci siamo sentiti privilegiati perché, come altri hanno detto, Orlando aveva una grande capacità di ascolto, ognuno si sentiva riconosciuto nella propria individualità; instaurava con noi dei rapporti paritetici, nonostante le differenze anagrafiche e culturali. Ecco, questo libro può forse offrire un piccolo spaccato su come funzionavano quelle amicizie, fatte di studio, conversazioni, momenti conviviali, letture, ascolti musicali».
Il riconoscimento non ha tardato ad arrivare, visto che Alessandro Trasciatti, dopo aver pubblicato otto libri tra racconti e romanzi, nel 2026 è risultato vincitore del Premio letterario nazionale “Cesare Guasti”. La cerimonia di premiazione si è svolta a Prato lo scorso 12 settembre e tra le motivazioni della giuria si legge che il libro Le finestre di casa Orlando ha «la capacità di esplorare la funzione del linguaggio come dialogo, memoria e libertà» e – aggiungiamo – anche quella di svolgere il racconto da un punto di vista inedito: l’attenzione è sempre concentrata sulla relazione con l’altro, sull’interazione e sull’effetto di rispecchiamento provocato dal sentimento di amicizia che unisce i due protagonisti. Il gioco ironico messo in moto dalla scrittura, anche in questo caso, proviene dall’abbassamento dell’io che osserva sé stesso, ma mettendosi in secondo piano.
Questo ‘noi’ in cui i soggetti duali si disinnescano a vicenda, sia che si tratti di un amico-letterato di pari grado, sia si tratti di un maestro, ci sembra abbia il suo modello più autorevole nel romanzo A Moveable Feast (Festa mobile) di Ernest Hemingway, recentemente ristampato da Mondadori in edizione restaurata. Il libro contiene i ricordi degli anni trascorsi a Parigi (1921-1926) ed è stato pubblicato postumo nel 1964 con molti tagli. All’interno troviamo riflessioni sulla letteratura, sui luoghi e i modi della scrittura e anche sull’amicizia (con Pound, con Scott Fitzegerald e altri), ma lo stile sobrio e asciutto dello scrittore statunitense donano al racconto la leggerezza necessaria a rendere l’esistenza tollerabile nonostante tutto, nonostante la tragedia della perdita, inevitabile per ogni essere umano. La stessa umana lucidità che sostiene i racconti di Ermanno Cavazzoni e di Alessandro Trasciatti, che guida l’analisi delle rispettive storie di amicizia. I loro libri portano il segno della stessa, onesta, leggerezza insieme con la constatazione che – scrive Cavazzoni – «c’è stato un ridere di gusto quando c’era da ridere, e anche un certo stupore che si potesse non essere rompicoglioni».
L'autore

- Monica Schettino è laureata in Lettere moderne all’Università di Torino con una tesi in Letteratura greca, ha ottenuto il titolo di Dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” con una ricerca sulla Scapigliatura piemontese, in seguito pubblicata nel volume Achille Giovanni Cagna - Giovanni Faldella, Un incontro scapigliato: carteggio 1876-1927 (Interlinea, 2008). Ha collaborato come docente a contratto con l’Università del Piemonte orientale e poi con l’Università di Torino. Per l’Istituto storico per la storia della Resistenza di Varallo Sesia ha curato l’edizione dell’autobiografia di Anna Marengo, Una storia non ancora finita, (2014) mentre nel 2023 ha pubblicato sulla rivista «l’impegno» uno studio sul giovane poeta e resistente Ferdinando Giolli e la sua collaborazione con l'editore milanese Rosa e Ballo. Nel 2021 e nel 2023 ha partecipato alla Biennale "Piemonte e Letteratura" organizzata dalla Fondazione Palmisano di S. Salvatore M.to occupandosi di Achille Giovanni Cagna e dell'editoria vercellese nel Novecento. Dal 2022, presso l'Università di Friburgo (CH) e con la direzione del prof. Genetelli, si dedica allo studio dello scrittore e drammaturgo Cesare Lodovici sul quale ha pubblicato due saggi e un capitolo introduttivo nel volume: Cesare Vico Lodovici: un anglista del Novecento (2023). Nel 2025 ha pubblicato un piccolo inedito di Giovanni Faldella nella collana diretta e illustrata da Lino di Lallo, "Quaderni di stretta brevità", intitolato Clelia o il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX). Romanzo storico politico di Giuseppe Garibaldi. Per l'editore Metilene di Pistoia ha curato il volume di Gino Patroni, Ed è subito pera e altri epigrammi, che nel 2024 ha inaugurato la collana di scritture anomale "Aritmie" diretta da Paolo Albani, facendo poi parte del comitato di lettura. Dal 2021 è docente di materie letterarie presso il Liceo "Parentucelli" di Sarzana, collabora con la casa editrice Loescher di Torino e con le pagine culturali della «Gazzetta di Parma».
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