Ciò che mi propongo è articolare una riflessione sul rapporto fra senso di appartenenza e contagio delle idee. A partire dal concetto di fatto sociale totale, che in questa prospettiva appare come un termometro utile a misurare lo stato morale di una comunità.
Secondo la definizione di Marcel Mauss, autore del celebre Saggio sul dono, un fatto sociale totale è un sistema/insieme di discorsi (retoriche, dibattiti, teorie, dichiarazioni, opinioni, slogan, ecc.) e di pratiche (azioni politiche, divieti, controlli, prescrizioni, comportamenti, precauzioni, limitazioni, ecc.) che permea ogni aspetto della vita e delle interazioni sociali. Possiamo fare l’esempio dell’epidemia da coronavirus, un evento che ha convolto nel suo accadere (reale e immaginario) la pluralità dei livelli sociali: scienza medica, tecnologia, politica, economia, religione, parentela, educazione, comunicazione ecc. Si riverbera sui tempi e gli spazi della vita, del lavoro, della socialità, della soggettività.
Esiste in ogni comunità una molteplicità di fatti sociali che assumono – magari per dei periodi – le caratteristiche “totali”:
La rilevanza, la diffusione di fenomeni sociali è una variabile della comunicazione, dei modi della comunicazione: modi in cui i media (e i social media), modellano determinati contenuti; pensiamo a come sono stati “modellati” i contenuti relativi all’epidemia. Oppure a come sono modellati i contenuti (le rappresentazioni, che poi entrano nella nostra mente in forma di idee e opinioni, e sedimentano nel cosiddetto “senso comune”) relativi alla guerra, ai migranti, alla crisi economica e al “caro bollette”, infine, al referendum appena conclusosi.
Ogni evento sollecita particolari livelli del sociale, per così dire, che emergono nella sfera pubblica in modo peculiare. Secondo campi di forza e dinamiche più o meno nascoste. Per esempio,
- le rappresentazioni veicolate da telegiornali e dai quotidiani principali, le interviste a esperti (nel caso del referendum, giuristi, magistrati, avvocati), ma anche le rappresentazioni che si sono andate formando nell’interazione faccia a faccia, producono direzioni di pensiero, contribuiscono a formare una “cultura” del virus (o una “cultura” della migrazione, o della Guerra, o del referendum).
- le azioni comunicative (rappresentazioni) incanalate nei social, da questi amplificate nei loro effetti pratici, ironici, isterici, rassicuranti, allarmanti, strumentali, e retorici, anch’esse producono direzioni di pensiero; e pratiche.
Sono i principali “Poli” di produzione di significati culturali, da cui i soggetti attingono, in modo diversificato, e si fanno un’idea. E agiscono di conseguenza. La pandemia, per esempio, ha modificato nel profondo la quotidianità di ognuno di noi. Tempi sospesi, spazi svuotati che influenzano le rappresentazioni della realtà sociale, creano nuove opinioni, nuove convinzioni, e anche nuove credenze e, in qualche modo, un nuovo senso comune (altamente diversificato). Ma così accade per qualsiasi altro evento sociale pervasivo.
Per cercare di dare un senso agli eventi si sono articolate narrazioni e contro-narrazioni – per esempio relative al virus, alla sua pericolosità fino alla sua stessa esistenza, che chiamano in causa e mettono in dubbio o amplificano l’emergenza, il rischio, il contagio.
Oppure relative al referendum, ai suoi effetti, alla sua utilità, alle sue conseguenze… Il punto da approfondire, in questo quadro, è, a mio parere: come si arriva alla condivisione o alla negazione di verità sociali? Quindi, come un’idea diventa “contagiosa”? Come si crea il dissenso? Qui entrano in gioco le responsabilità dei media e dei new media rispetto alla proliferazione delle narrazioni (e contro), che influenzano poi i comportamenti e le scelte delle persone (metto la mascherina, non la metto; faccio il vaccino non lo faccio, è un complotto, mi attengo alle restrizioni oppure no, ecc. ecc.; oppure voto si, voto no, non voto…). Tutto ciò evidenzia quelle che definirei “falle” della democrazia.
Pensiamo al sacrosanto principio della libertà di parola. Nell’era digitale, in cui si passa da una comunicazione da pochi a molti a una comunicazione da molti a molti, gli effetti di amplificazione sono fuori controllo. Il punto critico evidente di ciò sta nell’effetto di avvalorare e amplificare qualsiasi idea che, solo per il fatto di essere postata da un anonimo individuo, può essere letta, ripresa, taggata, condivisa, fino a divenire virale. I sostenitori delle tesi del complotto, che aggrediscono medici e infermieri, che accusano e insultano gli operatori di soccorso, come le ambulanze che circolano a sirene spiegate, di spargere terrore per la popolazione, arrivano alle loro convinzioni sulla base di una comune capacità “parziale” di processare dati e informazioni… e così per quanto riguarda il referendum.
La questione può essere ricondotta al processo di costruzione, all’aderenza e alla negazione di credenze, opinioni, convinzioni. Vale a dire, la costruzione sociale e culturale delle credenze, la loro condivisione e/o negazione.
Qui, propongo un riferimento a Dan Sperber, antropologo francese, che alcuni anni fa ha pubblicato un libretto intitolato L’epidemiologia delle credenze. Si parla di contagio delle idee, che è non meno rilevante (e pericoloso) di quello dei virus. Molte delle credenze degli esseri umani, probabilmente la maggior parte, non sono ancorate alla percezione delle cose che sono oggetto delle credenze, ma dipendono dalla comunicazione riguardo a queste cose. Gli esseri umani hanno una facoltà meta-rappresentativa. Vale a dire, sono in grado di costruire descrizioni (rappresentazioni della realtà dei fatti), ma anche interpretazioni (rappresentazioni di secondo grado, cioè di altre rappresentazioni, vale a dire ancora di ciò che ci viene comunicato da altri). È questa una abilità interpretativa che ci consente di capire ciò di cui non abbiamo percezione diretta, esperienza diretta: entriamo nell’ambito della comunicazione, fatta da significati, intenzioni, opinioni, teorie, discorsi, immagini. Quindi, una certa rappresentazione della realtà ci viene comunicata; si attiva un meccanismo inferenziale, in cui un ruolo importantissimo lo svolge la fiducia che abbiamo verso la fonte da cui arriva quella rappresentazione. Se ci fidiamo, completiamo in modo positivo il processo inferenziale, e collochiamo la nostra interpretazione nell’ambito delle “cose” in cui crediamo, anche se le capiamo solo parzialmente. Se non ci fidiamo della fonte, invece, il processo inferenziale si concluderà in modo negativo, e la “cosa” oggetto della nostra interpretazione verrà collocata in un contesto che la nega.
Quindi, da un lato le credenze intuitive – quelle basate su esperienze percettive – relative a ciò che è concreto e affidabile, e che formano una visione del mondo legata a un contesto specifico (e variabile culturalmente), il nostro senso comune; dall’altro, di gran lunga più numerose delle prime, le credenze riflessive, credenze capite a metà, non verificabili, legate a contesti di conferma estremamente eterogeni. L’adesione degli esseri umani a queste credenze riflessive è anch’essa molto variabile, dal polo dell’opinione superficiale al polo del credo fondamentalista.
Che cosa fa sì che una rappresentazione riflessiva diventi una credenza, e quindi che generi comportamenti conseguenti? L’autorità della sorgente. Noi tutti, per tornare all’oggetto di questa riflessione, uomini comuni (non giuristi, magistrati o avvocati) accettiamo le rappresentazioni della giustizia, e del referendum, pur avendone una comprensione molto limitata, sulla base dell’autorità da cui provengono e della fiducia che riponiamo in essa. Quindi seguiamo comportamenti (e pensieri) conseguenti. Questa convinzione, come tutte le credenze riflessive, deve la propria diffusione quasi esclusivamente alla comunicazione. Altri fattori entrano in gioco per spiegare la diffusione e la presa di una rappresentazione che genera credenze riflessive (come sono entrambe la credenza nell’esistenza del virus per i comuni mortali, diciamo così, e la sua negazione):
- la facilità con cui quella rappresentazione può essere memorizzata (del tipo: “se vince il SÌ, non ci saranno più stupratori in giro”);
- la capacità di far presa su un terreno culturale di base (la protesta sociale, amplificata dal sentirsi colpiti dai provvedimenti restrittivi; la magistratura come “plotone di esecuzione”);
- le motivazioni a comunicarla (che cosa c’è in gioco nell’amplificazione di una certa rappresentazione);
- l’esistenza e la numerosità di centri impegnati a comunicarla (il cosiddetto “bombardamento mediatico”).
Dunque, per farci un’idea dei “tipi” sociali e individuare qualche motivo alla base delle loro convinzioni, occorre riflettere sulle caratteristiche di una sfera pubblica amplificata oltre ogni limite dai social media (del resto già martoriata dagli abusi indiscriminati rilevabili nei media tradizionali) e sui tratti epidemiologici delle rappresentazioni mentali che circolano in gran numero dentro quella sfera pubblica abnorme e senza controllo.
Il secondo riferimento che ritengo rilevante in questo quadro, sommario, è al magistrale studio di Carlo Ginzburg, di qualche anno fa, che ricostruisce il cosmo di un mugnaio del ‘500. Uno straordinario esempio di contagio delle idee, stroncato poi dal tribunale dell’inquisizione. Parlando di “contagio delle idee” infatti, mi pongo sul registro di quella che un po’ di anni fa si sarebbe definita “cultura popolare”; di tale ambito ideologico e pratico fa parte senz’altro il “senso comune”. La domanda che anima il libro di Ginzburg è appunto relativa al rapporto fra la “cultura” delle classi subalterne, e quella delle classi dominanti; fino a che punto la prima è subalterna alla seconda? Fino a che punto quest’ultima mantiene una qualche “autorità”, “affidabilità”, “credibilità” sulla seconda? Non è forse più plausibile individuare – e l’analisi dei modi del contagio delle idee forse ci porta a questo – una circolarità fra livelli culturali – e ideologici – diversi? Persiste la convinzione che idee originali e efficaci siano solo prodotto delle classi superiori, che “sanno” come gestire al meglio la vita di tutti. L’esito del referendum smentisce clamorosamente questa convinzione. E ci dice tanto sulla fiducia che hanno raccolto i promotori della riforma rispetto a quella riposta nella Costituzione.
L'autore
- Vincenzo Matera è professore ordinario di antropologia culturale e di antropologia linguistica nell’Università di Milano, Dipartimento di Lingue, Letterature, Culture Mediazioni. È docente di storia sociale della cultura nell'USI (Università della Svizzera Italiana), Facoltà di Comunicazione, Cultura e Società. Si occupa di teoria antropologica, di scrittura e di politiche della rappresentazione, nel quadro di una più ampia riflessione sulle pratiche comunicative. Tra le sue ultime pubblicazioni: Pensare, parlare, scrivere, videoscrivere, digitare, in L’antropologia linguistica di G. R. Cardona, a cura di C. Bologna e V. Matera, La ricerca folklorica, Grafo edizioni, n. 78, anno 2023, pp. 241-252; Storie dell’antropologia (a cura di G. D’Agostino e V. Matera, Utet università, 2022, trad. inglese Histories of Anhtropology, Palgrave, 2023).
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