La pubblicazione del volume di Marzia Minutelli, Rina Pellegri. Una poetessa del Novecento, edito dalla Società Editrice Fiorentina nel 2025 nella collana «Studi» (n. 56), rappresenta un contributo di primario rilievo per il recupero di una figura poetica ingiustamente marginalizzata dalla storia letteraria del Novecento italiano. Il lavoro si inserisce in modo coerente e consapevole all’interno di quel necessario e ormai sempre più urgente processo di restituzione critica delle scritture femminili, troppo a lungo trascurate non per insufficienza qualitativa, ma per una convergenza di fattori storici, ideologici e culturali che hanno contribuito a restringere il canone entro coordinate prevalentemente maschili. In particolare, le autrici che operarono durante il periodo fascista o che, per ragioni biografiche o opportunità professionali, ebbero contatti o afferenze con il regime, furono oggetto, nel secondo dopoguerra, di una duplice rimozione: da un lato, quella più generale che colpì ampi settori della cultura italiana compromessi con l’esperienza fascista; dall’altro, quella più specifica e strutturale che interessò la produzione femminile, già sottoposta, anche in epoca precedente, a un sistematico ridimensionamento critico (un esempio eloquente in tal senso mi pare essere quello della scrittrice in prosa Clarice Tartufari, su cui ha svolto un meritorio lavoro Luciana Vergaro, culminato nel volume Clarice Tartufari, una scrittrice dimenticata. Lettere a Bonaventura Tecchi, della IF Press, 2024, che, analogamente all’indagine di Minutelli, ha contribuito a restituire consistenza storica e letteraria a un’autrice di rilievo, già riconosciuta da Benedetto Croce per la sua statura intellettuale). A ciò si aggiunge un persistente maschilismo sotteso alla costruzione della tradizione letteraria, che ha contribuito a consolidare un canone selettivo non sempre fondato su criteri esclusivamente qualitativi e letterari, ma anche su gerarchie culturali implicite, che hanno sfavorito la trasmissione e la conservazione della memoria delle autrici.
Uno dei principali punti di forza del volume risiede nella sua architettura complessiva, scandita in sezioni funzionali e ben calibrate. L’opera chiarisce con trasparenza i criteri editoriali e gli obiettivi dell’indagine, predisponendo il lettore a un percorso che si configura al contempo come ricostruzione biografica, indagine storico-letteraria ed edizione commentata. Il primo capitolo della Parte prima, significativamente intitolato L’«effimera ghirlanda» di una poetessa dimenticata, assume il valore di un vero e proprio risarcimento critico: un «debito da pagare», per riprendere l’efficace formulazione dell’autrice stessa, nei confronti di una voce poetica relegata a un oblio tanto persistente quanto immeritato.
La sezione biografica costituisce uno dei risultati più solidi e convincenti della ricerca. Minutelli ricostruisce con precisione documentaria e finezza interpretativa l’intero arco esistenziale di Rina Pellegri (Arcola, 1903 – La Spezia, 1975), dalle origini arcolane — già segnate da lutti familiari precoci — agli anni della formazione e dell’insegnamento, fino al periodo romano e alla successiva stagione della senilità. La biografia emerge così non come semplice cornice cronologica, ma come luogo di intersezione fra esperienza personale, attività letteraria e contesto storico-politico. La studiosa illumina con equilibrio anche aspetti ideologicamente problematici, quali l’adesione formale al Partito Nazionale Fascista, le posizioni favorevoli all’irredentismo còrso e alcune prese di posizione poetiche in linea con la retorica coloniale del tempo, senza indulgere né a condanne sommariamente moralistiche né a indebite attenuazioni, ma restituendo tali elementi nella loro complessità storica e biografica.
Particolarmente apprezzabile è la capacità di Minutelli di intrecciare la vicenda esistenziale con la storia redazionale delle opere, delineando il profilo di una figura intellettuale poliedrica: non soltanto poetessa, ma anche prosatrice, pubblicista e autrice radiofonica. Ne emerge un’immagine completa e sfaccettata, che contribuisce a ridefinire il ruolo della Pellegri nel panorama della lirica novecentesca, sottraendola alla dimensione riduttiva della marginalità.
Di grande interesse è anche l’album fotografico, collocato a conclusione della prima parte, che assolve una funzione non meramente illustrativa, ma autenticamente documentaria. Le immagini contribuiscono a restituire concretezza storica e fisionomica alla figura della poetessa ligure, rafforzando la percezione della sua presenza nel tessuto culturale del tempo e offrendo al lettore un complemento visivo di notevole valore testimoniale.
La seconda parte del volume, dedicata all’antologia commentata delle poesie, costituisce il cuore filologico dell’opera. La Nota ai testi, con la sua Tavola delle riscritture, testimonia la solidità del metodo editoriale adottato. I componimenti sono accompagnati da puntuali cappelli introduttivi e da un corredo di note che chiariscono varianti, riferimenti intertestuali e aspetti metrico-stilistici, consentendo una fruizione consapevole e critica della produzione poetica.
La poesia di Rina Pellegri con il progressivo consolidarsi della sua maturazione stilistica, dagli iniziali influssi di Giosuè Carducci, Ada Negri e soprattutto Giovanni Pascoli, assorbe nuove risonanze provenienti dalla lirica del primo Ungaretti, nonché dagli apporti di Aldo Capasso e, soprattutto, del mentore dell’autrice Elpidio Jenco (in particolare, l’utilizzo dei moduli di ascendenza nipponica come i tanka e gli haikai, sui quali sono modellati svariati testi della raccolta Musiche d’acque edita nel 1933). Dal punto di vista tematico, tale poesia si struttura attorno ad alcuni nuclei profondi e ricorrenti, nei quali esperienza biografica e trasfigurazione lirica risultano strettamente intrecciate. Centrale è innanzitutto la dimensione del dolore privato e del lutto familiare: alla perdita prematura di tre fratelli, morti in tenera età, si intreccia indissolubilmente lo strazio inconsolabile della madre, figura che nella scrittura poetica viene progressivamente trasfigurata in immagine simbolica. Emblematico, in tal senso, è il testo Albero della terra dei miei, in cui la madre è assimilata a un albero che ha perduto tre dei suoi rami — i figli — e che, abbattuto dal peso della mutilazione, giace al suolo senza più la forza di rialzarsi.
Più complessi, sotto il profilo etico e ideologico, risultano i componimenti di argomento civile. La Pellegri aderì infatti alla causa irredentista favorevole all’annessione della Corsica al Regno d’Italia, posizione maturata anche grazie ai rapporti con Francesco Guerri e con gli esuli corsi Petru Giovacchini e Santu Casanova. In questo contesto compose Vespri còrsi (1939), una retorica epitome in versi della storia dell’“isola perduta”, segnata da un tono pesantemente celebrativo.
Parallelamente, una sempre più intensa nostalgia per la terra d’origine trovò espressione nelle accorate prose memoriali raccolte in Richiamo da una stella, volume pubblicato nel 1959, dove il recupero elegiaco della memoria personale si intreccia a una più ampia riflessione identitaria. Ne emerge una vena nostalgica intensa, che si fa strumento di interrogazione esistenziale, nella consapevolezza che la memoria costituisce l’unico spazio possibile di sopravvivenza degli affetti e delle origini.
Le appendici al volume ampliano ulteriormente l’orizzonte della ricerca, includendo materiali preziosi per la ricostruzione della fortuna critica della poetessa e del contesto culturale in cui germinò la sua opera, oltre a frammenti della prosa memorialistica e ad altri documenti significativi. La bibliografia finale, articolata in opere dell’autrice e contributi critici, completa un apparato che si segnala per completezza e affidabilità.
Nel complesso, il lavoro di Minutelli si distingue per l’ampiezza della documentazione e per la coerenza dell’impostazione critica, maturata attraverso un impegno pluriennale che trova in questo volume il suo esito più compiuto. Se si volesse avanzare qualche osservazione di dettaglio, si potrebbe rilevare un occasionale ricorso a un lessico di registro elevato e talora lievemente desueto, che tuttavia risulta pienamente coerente con il genere saggistico e con la tradizione stilistica alta della critica letteraria italiana. Tale rilievo non intacca, comunque, il valore complessivo di un’opera che si impone come punto di riferimento imprescindibile per gli studi sulla Pellegri e, più in generale, per la ricognizione delle voci laterali del Novecento poetico italiano. Il volume realizza pienamente il suo obiettivo: restituire «la voce e il volto» di una poetessa dimenticata, reintegrandola nel circuito della memoria letteraria e offrendo agli studiosi uno strumento critico di grande completezza. In questo senso, la monografia di Marzia Minutelli oltre a portare avanti un’importante operazione di recupero storico-letterario, rappresenta anche un intervento di autentica ridefinizione critica, destinato a incidere stabilmente sul processo di revisione del canone novecentesco.
L'autore
- Gabriele Fabrizi (Livorno, 1999) si è laureato con lode in Italianistica presso l’Università di Pisa con una tesi in Letteratura italiana dal titolo «Una funicolare dove porta, amici nella notte». Commento alle Stanze della funicolare di Giorgio Caproni (relatrice Ida Campeggiani). In precedenza, ha conseguito la laurea triennale in Lettere moderne presso il medesimo Ateneo con una tesi dedicata a ricreare una Breve storia del turismo balneare a Livorno (relatore Paolo Macchia). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla letteratura italiana del Novecento, con particolare attenzione all’opera di Giorgio Caproni, alla poesia contemporanea e alla filologia d’autore. È collaboratore dell’ISTORECO (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea) di Livorno, dove si occupa di ricerche e attività legate alla storia culturale e letteraria livornese. Intende proseguire il proprio percorso di ricerca in ambito italianistico con un progetto di dottorato dedicato all’opera di Caproni.
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