Negli ultimi anni si è sviluppata una crescente attenzione verso la salute mentale in generale e in particolare verso la prevenzione dei disturbi alimentari. C’è un luogo dove bambini e ragazzi assorbono involontariamente modelli culturali anche sbagliati: a scuola, tramite i libri di testo. Manuali di grammatica, letture ed esercizi non sono semplici strumenti didattici neutri: ogni scelta linguistica porta con sé valori e pregiudizi. Tra esempi, storielle e frasi da completare si insinuano anche insegnamenti su quanto e cosa si debba mangiare o su come debba essere un corpo per essere accettato. A causa di queste affermazioni si rischia che il manuale scolastico diventi, paradossalmente, un complice silenzioso dei disturbi del comportamento alimentare contribuendo involontariamente alla costruzione di atteggiamenti disfunzionali verso il cibo e il corpo. L’analisi nasce dall’osservazione di manuali destinati alla scuola primaria e secondaria di primo grado, con l’obiettivo di individuare eventuali messaggi relativi al peso, alla dieta e alla percezione del corpo.
Uno degli elementi più ricorrenti riguarda proprio la presenza di giudizi sul corpo inseriti in contesti linguistici apparentemente innocui. In un manuale per la scuola primaria, ad esempio, una bambina si rivolge a un personaggio dicendo: «Cominci a essere troppo grassa, non dovresti mangiare il paté di fegato!». Questa frase, per quanto innocua possa sembrare, esprime un giudizio negativo sul corpo, aggiungendo inoltre l’idea che quel determinato cibo provochi un aumento di peso. Anche se inserita in una narrazione fantastica, l’espressione porta a normalizzare il commento sull’aspetto fisico altrui. Compaiono poi soprannomi legati alla corporatura come Cicciabella, nomignolo fortemente negativo legato alla grassofobia e allo stigma del peso, che non andrebbe mai usato come perché può lasciare ferite profonde. Stesso concetto, ma ancora più esplicito si trova in un’altra formulazione presente in un esercizio di completamento: «Paolo era così ingrassato che non sembrava più lui». È significativo vedere come in un libro di scuola, che oltretutto non dovrebbe normalizzare giudizi di questo tipo, uno studente possa trovarsi a leggere una frase del genere e, se un po’ sovrappeso, sentirsi sbagliato e vergognarsi. In questo caso, inoltre, il cambiamento fisico è associato a una perdita di identità, rafforzando implicitamente l’idea che il valore di una persona dipenda solamente dall’aspetto fisico.
Sfogliando le pagine dei manuali emergono anche altri concetti: le calorie, la restrizione alimentare e i sensi di colpa legati al cibo. Di calorie parla un esercizio di completamento sugli aggettivi indefiniti che recita “Devo mangiare cibi che contengono …. calorie”. Ciò lascia intendere che la soluzione corretta sia poche: tecnicamente, tra l’altro, l’esercizio è insensato, perché in realtà, senza un contesto specifico, sarebbe giusto allo stesso modo anche molte o anche l’illogico alcune. Un’affermazione del genere in un libro per bambini di 4° o 5° elementare solleva delle criticità in quanto già introduce precocemente il parametro delle calorie; l’aggiunta dell’aggettivo poche promuove l’idea che un’alimentazione ipocalorica sia corretta e che il mangiare bene coincida con mangiare poco: così si rischia di inculcare al bambino l’idea di controllo e restrizione nonché la paura delle calorie.
Del pari un’espressione come «La zia ha mangiato una grossa fetta di torta sebbene sia a dieta», rafforza la dicotomia tra cibi consentiti e proibiti. Un bambino che legge una frase del genere assimila l’idea che esistano cibi proibiti e magari da grande sarà per questo motivo portato a evitarlo o a provare sensi di colpa nel momento dell’assunzione, alimentando il circolo vizioso delle abbuffate, perché evitare un determinato cibo è il primo motivo che porta ad abbuffarsi. Numerosi studi mostrano infatti che la percezione di restrizione alimentare, indipendentemente dall’apporto calorico reale, può portare a un aumento della fame e a episodi di abbuffata. Frasi quali «Ho mangiato solo un uovo sodo» oppure «Ho poco appetito: cenerò con un’insalata» legittimano regimi alimentari ipocalorici e, soprattutto in ambito scolastico, potrebbero rafforzare condotte alimentari già restrittive.
Ultimamente i cibi vengono classificati in buoni e cattivi a seconda dell’apporto nutrizionale oppure del contenuto di grassi o zuccheri. Insegnano ai bambini questa visione organizzata in cibi buoni e cibi cattivi frasi come «Il formaggio è molto nutriente. Tuttavia, il formaggio è anche molto grasso»: quest’espressione fa apparire il formaggio come un nutrimento da evitare e i grassi come qualcosa di cattivo, quando invece sono importanti per il buon funzionamento del corpo. Questa semplificazione risulta particolarmente problematica nell’età evolutiva, quando il rapporto con il cibo è ancora in fase di costruzione.
Non ascoltare i segnali del tuo corpo può sembrare un’espressione forte e paradossale, ma è ciò che implicitamente insegna un dialogo presente in manuale per la scuola primaria. «Leo, vuoi ancora della pasta? È il terzo piatto, non puoi mangiare così tanto! Potresti fare indigestione! Piuttosto dovresti prendere della frutta. Sai che ti fa bene. So perfettamente quali sono le tue preferenze, ma devi ascoltare ciò che ti dico: puoi trasformare i tuoi pasti in una giostra variegata di sapori, così non dovrai sentire sempre le stesse prediche. Vorresti un aiuto?». Sicuramente è un passo che mira a fornire al bambino un’educazione alimentare più sana, comprensiva di cibi salutari. In primis, l’affermazione «non puoi mangiare così tanto» è sbagliata perché implica il non ascoltare i segnali di fame e sazietà e presuppone che mangiare tanto sia sbagliato, mentre potrebbe essere il reale bisogno del bambino in quel momento. Inoltre dicendo «So esattamente quali sono le tue preferenze, ma devi ascoltare ciò che ti dico» si rischia che il bambino non mangi più perché ha fame o perché ama un determinato alimento, ma solo per compiacere il genitore, dinamica che può minare il suo benessere e a lungo andare portare a un rapporto disfunzionale con il cibo. Molti studi hanno infatti evidenziato l’importanza dell’autoregolazione e dell’ascolto dei segnali del corpo per lo sviluppo di un rapporto sano con il cibo.
In un testo della scuola secondaria di primo grado troviamo una frase del tipo «Lucia è troppo grassa per indossare una minigonna». Questa affermazione è prima di tutto un esempio di body shaming, che può portare l’adolescente a pensare che determinati capi di abbigliamento possano essere indossati solo se magri; se interiorizzato, esso può favorire la ricerca di un’idea di magrezza distruttiva. Invece dovrebbe essere insegnato ai bambini ad amare il proprio corpo indipendentemente dal proprio peso.
In un altro manuale scolastico leggiamo «Meno male che Silvia è dimagrita» e poi «Se non dimagrisci non ti andrà più nulla»: espressioni ascrivibili più a siti pro anoressia che a manuali di studio per bambini o adolescenti. La prima frase veicola il messaggio che dimagrire sia sempre qualcosa di positivo mentre potrebbe essere dovuto a tante motivazioni differenti (stress, malattie o disturbi alimentari) e spesso nemmeno necessario. Il dimagrimento viene celebrato a prescindere dal fatto che sia avvenuto in modo sano o che non abbia intaccato la salute psicofisica. La seconda invece trasmette il concetto che l’aumento di peso rappresenti un evento negativo, quasi una condanna, e che sia la persona a doversi adattare agli abiti e non il contrario: il corpo diventa quasi un problema da risolvere per poter essere accettati e apprezzati. Infatti il messaggio che passa è che il valore della persona sia strettamente legato alla taglia che indossa e al peso corporeo
Particolarmente problematiche risultano espressioni come «Come vorrei diventare una ragazza magra e affascinante!». Questa frase è inopportuna in un libro indirizzato a un pubblico infantile. L’esclamazione va a far coincidere la bellezza con la magrezza ed è molto pericoloso che un bambino possa interiorizzare l’idea dell’essere affascinante solo se si è magri. In questa fase dell’età evolutiva il bambino ha un’identità ancora in fieri e attraversa un periodo critico durante il quale molti meccanismi di questo tipo possono attecchire facilmente diventando la base per lo sviluppo di un disturbo alimentare.
L’analisi dei manuali scolastici mostra, dunque, come il linguaggio educativo possa, anche involontariamente, rafforzare stereotipi sul corpo, promuovere la diet culture e normalizzare il body shaming. Il punto non è non parlare di alimentazione, ma di affrontare l’argomento con maggiore consapevolezza. Sarebbe auspicabile che i manuali didattici avessero un linguaggio neutro e non dessero giudizi. Le parole con cui insegniamo grammatica, matematica o l’italiano non sono mai soltanto parole: diventano il modo in cui vediamo il mondo definiscono ciò che è giusto, sbagliato, poco, o troppo. Se la scuola vuole davvero promuovere salute e inclusione, è necessario ripensare criticamente anche i dettagli linguistici dei materiali didattici. Editor, insegnanti, pedagogisti e ricercatori condividono una responsabilità comune: creare libri che insegnino non solo a leggere e scrivere, ma anche a rispettare il proprio corpo e quello degli altri.
benedetta.bianconi@studenti.unipg.it
L'autore
- Benedetta Bianconi è nata a Urbino il 18/05/2002. Ha frequentato il Liceo classico Plinio il giovane di città di castello, durante il quale ha partecipato nel 2019 a una campagna di scavo presso il Santuario emporico di Gravisca (Tarquinia). Dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore nel 2021, ha frequentato il corso di laurea in lettere classiche presso l’Università degli studi di Perugia. Attualmente frequenta la magistrale di cultura e civiltà dell’antico presso l’Università degli studi di Perugia.

